Partanna, la storia di Giuseppe Tamburello: "Così stanno morendo le imprese artigiane del Paese"
C’è una storia che parte da Partanna, attraversa quasi mezzo secolo di lavoro e arriva fino alla crisi profonda che oggi colpisce artigiani, edilizia e agricoltura. È la storia di Giuseppe Tamburello, 65 anni, imprenditore artigiano, cresciuto tra ruspe, cantieri e sacrifici. Una storia personale che diventa però anche il racconto di un sistema che “non permette più alle imprese oneste di sopravvivere”.
La rinuncia al posto fisso e la scelta dell’azienda di famiglia
La sua storia inizia negli anni Cinquanta. “Mio padre Francesco nel 1957 iniziò a fare movimento terra per l’agricoltura”, racconta. Un lavoro duro, legato alle stagioni e alla fatica delle campagne.
Giuseppe aveva un’altra strada davanti. “Avevo la possibilità di un posto alle Belle Arti, ma a 19 anni ho rinunciato per prendere in mano l’azienda di mio padre”. Una scelta che oggi racconta senza rimpianti, ma con la consapevolezza di chi ha vissuto una vita intera dentro il lavoro.
“In quegli anni si lavorava anche 14, 16, a volte 20 ore al giorno. Non c’erano orari. Dovevamo pagare i debiti e superare i mesi invernali”.
Per comprare una ruspa, racconta, fece debiti per 65 milioni di lire. “Erano sacrifici enormi, ma allora chi lavorava riusciva comunque ad andare avanti”.
Con lui lavoravano anche i fratelli, rimasti nell’azienda fino al 2009. Il settore principale era l’agricoltura. “Dal 1980 al 2006 il nostro lavoro era quasi tutto legato alle campagne”.
L’incidente che cambia tutto
Poi arriva un episodio che cambia il destino dell’impresa. “Negli anni Novanta un mio operaio ruppe accidentalmente una grossa tubazione dell’Eas che portava l’acqua da Montescuro. Un tubo d’acciaio enorme. Paradossalmente quella fu la nostra fortuna”. Da quell’intervento nasce il rapporto con il settore acquedottistico. “Riparammo la conduttura e da lì iniziammo a lavorare sugli acquedotti. Si lavorava giorno e notte”. Per anni il settore funziona. “Fino al 2006 era un periodo florido. Si lavorava, si stava bene. Gli appalti pubblici avevano ribassi del 7%. Le imprese riuscivano a lavorare bene e a guadagnare”. Poi, secondo Tamburello, tutto cambia.
“Dal 2007 è iniziato il crollo”
L’anno spartiacque è il 2007. “Muore l’agricoltura e contemporaneamente cambiano le regole degli appalti pubblici”.
Tamburello indica come punto centrale la crescita progressiva dei ribassi d’asta. “Siamo passati dal 7% al 15%, poi al 30%, fino ad arrivare anche al 54%. A quel punto non si può più lavorare in regola e a regola d’arte”.
Nel frattempo chiude l’Eas e arriva Siciliaque. L’azienda continua a partecipare agli appalti, ma i conti iniziano a peggiorare.
“Ho preso commesse con ribassi del 33% e del 44%. Invece di guadagnare ho accumulato debiti”.
Debiti pesanti. “Sono arrivato ad avere 185 mila euro con Riscossione Sicilia ed Equitalia”.
Racconta la spirale delle rateizzazioni: “Pagavo le prime rate, poi non riuscivo più a sostenere le successive e il debito tornava a crescere”. Alla fine, dice, è stato costretto ad accendere un mutuo persino per aderire alla rottamazione delle cartelle.
“Con certi ribassi si lavora solo in perdita”
Tamburello fa esempi concreti. Uno riguarda un cantiere stradale a Campobello di Licata. “Sulla voce asfalto ho incassato 40 mila euro, ma per fare il lavoro a regola d’arte ne ho spesi 70 mila. Ho perso 30 mila euro”. È qui che il suo racconto diventa denuncia del sistema.
“Oggi la media dei ribassi è del 32-35%. Ma se un’impresa fa davvero il lavoro come si deve, non guadagna. E allora cosa succede? Si usano materiali scadenti, si taglia sulla sicurezza, cresce il lavoro nero”. Secondo Tamburello il problema non è soltanto economico ma anche sociale. “Le strade franano, i ponti crollano, aumentano gli ispettori ma non si risolve niente perché il problema sta alla base”.
Il costo del lavoro e il ritorno del nero
Uno dei punti centrali della denuncia riguarda il costo del lavoro. “Per un operaio edile in regola pago circa 1.800 euro di contributi e oneri, oltre allo stipendio. Nell’agricoltura un operaio costa 350 euro. Così le imprese non ce la fanno”. La conseguenza, secondo lui, è evidente: “Molti imprenditori licenziano gli operai regolari e lavorano con pochi dipendenti in nero”. Tamburello lega direttamente questo meccanismo anche alla sicurezza nei cantieri.
“Non ci sarà mai sicurezza sul lavoro finché non si abbasseranno i costi. Se le imprese vengono strangolate, qualcuno taglierà sempre sulla sicurezza”.
E aggiunge: “Le morti nei cantieri non si fermano aumentando i controlli, ma creando le condizioni per permettere alle imprese di lavorare onestamente”.
La crisi dell’agricoltura trascina tutto il sistema
Nel ragionamento del sign. Tamburello c’è un altro nodo importante della crisi: il legame tra agricoltura e artigianato. “Quando va in crisi l’agricoltura, crolla tutto il resto. Vanno in crisi le aziende che riparano macchine agricole, quelle che producono ricambi, i trasporti, l’indotto”. Tamburello cita anche aziende del settore meccanico che negli anni hanno chiuso. Per lui il problema non riguarda soltanto singole imprese ma “l’intero sistema Italia”. “Le persone oggi sono sfiduciate. Non lavorano più come una volta perché non vedono prospettive”.
Il Superbonus e la nuova illusione
Come molte aziende del settore edilizio, anche quella di Tamburello ha avuto una boccata d’ossigeno durante il periodo del Superbonus 110%. “Dal 2009 fino al 110% abbiamo lavorato bene nel settore costruzioni. Grazie al credito d’imposta riuscivamo anche ad acquistare mezzi nuovi”. Ma anche quella fase, racconta, si è trasformata in una nuova trappola. “Quando hanno bloccato il 110%, il fatturato è crollato. Siamo rimasti con i mutui da pagare e meno lavoro”. Nel 2023 arriva un’altra occasione: il progetto della rete idrica Montescuro-Menfi-Marsala. “Mi dissero che il cantiere sarebbe partito nel marzo 2024. Io ho acquistato quattro mezzi nuovi, tra camion e betoniera, facendo quasi un milione di euro di debiti”. Ma il progetto si blocca. “L’appalto era stato aggiudicato con un ribasso del 32% e alle imprese siciliane hanno chiesto un ulteriore 20%. Significa lavorare con un taglio complessivo del 52%”. Secondo Tamburello, con quelle cifre “è impossibile fare lavori fatti bene”.
“Sto vendendo i terreni per sopravvivere”
Oggi la situazione è drammatica. “Fino a qualche anno fa avevo un milione e mezzo di euro di debiti”. Racconta di avere evitato i pignoramenti soltanto vendendo terreni. “Ho già venduto beni per circa 900 mila euro e dovrò continuare a vendere per andare avanti”. Dietro la sua voce non c’è soltanto amarezza. C’è anche rabbia.
“Dopo 46 anni di sacrifici rischio di perdere tanto. E io forse riuscirò ancora a salvarmi in parte, ma tanti altri non ce la faranno”.
Le proposte: meno tasse, agricoltura e stop ai ribassi folli
Tamburello però non si limita alla denuncia. Avanza anche alcune proposte precise. La prima è il taglio del costo del lavoro. “Bisogna abbassare il cuneo fiscale nel settore edile. Solo così gli operai saranno tutti in regola e si potrà garantire sicurezza”. Poi il tema degli appalti. “I ribassi dovrebbero avere un limite massimo del 10%. Oltre quella soglia si entra nella perdita”. E ancora: rilanciare il settore agricolo. “L’agricoltura deve tornare ad essere il primo settore produttivo. Se riparte quella, riparte tutto”.
Il suo allarme finale è netto. “In Italia ci sono 4 milioni e 600 mila imprese e 12 milioni di posti di lavoro a rischio. Se non si cambia sistema, sarà un disastro sociale”.
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