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16/05/2026 06:00:00

Adesso in Sicilia il Pnrr fa paura ...

Pnrr. Grossi guai in vista davvero per la Sicilia e per tutto il suo complicato universo di politici, burocrati, dirigenti pubblici e strateghi della spesa comunitaria.

Il 30 giugno si avvicina, il conto alla rovescia è già partito, e all’orizzonte non si intravedono le tradizionali proroghe con cui spesso, in Italia, si allungano i tempi dei programmi europei. Stavolta Bruxelles sembra intenzionata a chiudere davvero i rubinetti. E i numeri del Pnrr nell’Isola raccontano una situazione che preoccupa sempre di più amministratori locali e tecnici.

Secondo il monitoraggio aggiornato a marzo 2026, in Sicilia il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha finanziato complessivamente 43.279 progetti, per un valore totale di circa 12,7 miliardi di euro. Ma il dato che fa discutere è un altro: i progetti conclusi valgono appena 1,6 miliardi. Tradotto: solo il 12,6% delle risorse risulta effettivamente completato.

 

Il resto è ancora fermo nei cantieri, nelle gare, nelle autorizzazioni, nei collaudi, nelle verifiche e nella gigantesca macchina burocratica che accompagna ogni opera pubblica italiana. L’87,2% degli interventi risulta infatti ancora “in corso”, mentre un ulteriore 0,2% rientra nella voce “altro”: progetti da attivare o ancora non aggiornati sulla piattaforma Regis, il sistema digitale utilizzato dallo Stato per monitorare l’avanzamento del Piano.

Va detto: il problema non riguarda soltanto la Sicilia. In tutta Italia il Pnrr procede a rilento. Ma il divario territoriale resta enorme. Le regioni del Nord continuano a correre molto più velocemente rispetto al Mezzogiorno. Il Trentino-Alto Adige ha già completato oltre il 34% delle opere finanziate, la Lombardia sfiora il 30%. La Sicilia, invece, resta inchiodata poco sopra il 12%.

 

 

E anche dentro l’Isola emergono differenze significative. Le province che registrano i migliori livelli di avanzamento sono quelle che gestiscono meno risorse: Caltanissetta guida la classifica, seguita da Agrigento, Ragusa e Trapani. Le grandi aree metropolitane, invece, arrancano. Palermo ha completato appena il 13,9% degli interventi finanziati, Messina il 13,6%, mentre Catania si ferma al 10,7%, fanalino di coda siciliano.

Il paradosso è evidente: più soldi arrivano, più il sistema fatica a spenderli.

Perché il vero problema del Pnrr non sono mai stati i fondi. Il nodo, semmai, è sempre stato la capacità amministrativa. Gare pubbliche, progettazioni, autorizzazioni, controlli, verifiche, ricorsi, certificazioni. Il Piano avrebbe dovuto rappresentare anche una grande occasione per modernizzare la macchina pubblica del Sud. Ma a pochi mesi dalla scadenza finale, le migliori performance continuano a concentrarsi nel Centro-Nord.

E qui il tema diventa inevitabilmente politico.

Per il senatore del Pd Antonio Nicita, uno dei problemi principali è stato l’accentramento della governance del Piano operato dal Governo Meloni. «La governance del Pnrr è stata trasformata in un esercizio di centralizzazione muscolare alla cabina di regia di Palazzo Chigi», sostiene Nicita. Ma nel mirino del parlamentare finisce anche il governo regionale guidato da Renato Schifani: «Quando un governo regionale di centrodestra e un governo nazionale di centrodestra riescono a produrre il peggior risultato del Paese sull’investimento pubblico più importante dal Dopoguerra, la responsabilità non è solo amministrativa, ma politica».

 

 

Nel frattempo, però, la preoccupazione più concreta cresce soprattutto nei municipi siciliani.

Ai Comuni dell’Isola è affidato circa il 22% delle risorse complessive del Piano, pari a oltre 2,7 miliardi di euro. Una massa enorme di progetti, cantieri, rendicontazioni e procedure che rischia di travolgere amministrazioni già fragili, spesso con organici ridotti all’osso e uffici tecnici in forte difficoltà.

Ed è qui che il Pnrr rischia di trasformarsi, da occasione storica, in una gigantesca trappola finanziaria.

L’allarme lo lancia da settimane Anci Sicilia. Paolo Amenta, sindaco di Canicattini Bagni e presidente dell’associazione dei Comuni siciliani, usa parole molto dure: «Il caso riguarda soprattutto piccoli centri e aree interne. Se i sindaci non hanno soldi per la gestione non possono ricevere il saldo. E da luglio ci sarà l’incubo del default».

Dietro questa frase si nasconde uno degli aspetti meno raccontati del Pnrr: il meccanismo economico che regge gli investimenti. Molti Comuni anticipano somme, aprono cantieri, affidano lavori contando poi sui rimborsi legati al Piano. Ma se le opere non vengono concluse entro i tempi previsti, o se le certificazioni rallentano, gli enti locali rischiano di restare schiacciati dal peso delle anticipazioni.

In sostanza: soldi spesi, opere non concluse e bilanci comunali in difficoltà.

 

Per molti piccoli Comuni siciliani il problema è anche strutturale. Negli ultimi vent’anni la pubblica amministrazione locale si è progressivamente svuotata. Pensionamenti, blocco del turnover, carenza di tecnici e dirigenti hanno lasciato molti enti senza personale sufficiente per affrontare una mole così enorme di lavoro.

Così il Pnrr ha finito per scaricare su strutture già fragili migliaia di gare, progetti, verifiche e rendicontazioni.

E mentre nei convegni romani si parla di “messa a terra degli investimenti”, nei municipi dell’Isola mancano spesso ingegneri, geometri, progettisti e ragionieri capaci di seguire contemporaneamente decine di procedure.

Ma c’è anche un altro rischio, forse ancora più grave: spendere male.

Perché il problema non è soltanto completare le opere. Bisogna capire anche se quelle opere serviranno davvero ai territori. Nelle Madonie, per esempio, è stato presentato un esposto alla Corte dei Conti sulla realizzazione di alcune Case di comunità in piccoli centri dove già oggi manca il personale sanitario necessario a far funzionare le strutture esistenti.

 

Il timore è quello di ritrovarsi con edifici nuovi ma vuoti. Le classiche cattedrali nel deserto.

Ed è forse questo il doppio paradosso siciliano del Pnrr. Da una parte opere che rischiano di non essere completate in tempo. Dall’altra opere che, anche una volta finite, potrebbero non essere sostenibili economicamente.

Per anni il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato raccontato come la grande occasione irripetibile per il rilancio del Sud. Adesso però, in Sicilia, cresce il timore che possa lasciare dietro di sé soprattutto nuovi debiti, cantieri incompiuti e infrastrutture difficili da gestire.

 



Economia | 2026-05-16 06:00:00
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Adesso in Sicilia il Pnrr fa paura ...

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