Trapani, la "Casa della Fanciulla" tra degrado e memoria
Addentrandosi tra i tortuosi vicoli del centro storico di Trapani - nelle zone della Giudecca o dei Biscottari, là dove si trovano le vecchie case dalla corte araba - è frequente imbattersi in antichi portoni murati che ricordano la presenza di una antica chiesa, o di portali dalle cornici chiaramontane sberciate e logorate al vento e dall'incuria.
Interi edifici dimenticati dal tempo e dalle istituzioni, ma che nelle mura che restano narrano storie antiche, che riportano a profumi, tradizioni e spaccati sociali. Perchè la pietra ha un difetto: parla, e racconta non solo il tempo che passa, ma soprattutto "come" trascorre.
La "Casa della Fanciulla" è uno di questi palazzi. E non è soltanto un edificio abbandonato di Trapani, è un pezzo di storia sociale, religiosa e urbana della città che oggi rischia di scomparire tra crolli, rifiuti e incuria.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce l’appello lanciato da Italia Nostra e dal comitato Cittadini in Bardai - dal nome dell'omonimo vicolo di via Mercè - che hanno scritto alla prefetta Daniela Lupo, al sindaco Giacomo Tranchida e al soprintendente Riccardo Guazzelli chiedendo un intervento urgente per il recupero del complesso storico tra via Orfane, via Tre Badie, vicolo Sardo e via Gatti.
Un’istituzione del Cinquecento
La Casa della Fanciulla venne costruita nel 1587 per volontà del barone Giacomo Ravidà, senatore della città tra il 1584 e il 1589, ampliando una struttura preesistente realizzata dai francescani “scalzi”.
Nel 1712 il complesso fu ulteriormente ampliato e arricchito dalla chiesa progettata da Giovanni Biagio Amico, tra i maggiori architetti del barocco siciliano.
La struttura nacque con una funzione assistenziale molto precisa: ospitare ragazze orfane prive di dote. In un’epoca in cui senza disponibilità economica era quasi impossibile sposarsi o entrare in convento, la Casa della Fanciulla offriva alle giovani istruzione, educazione religiosa e formazione ai lavori manuali, nel tentativo di costruire una minima autonomia economica.
Una funzione sociale che richiama quella svolta per secoli dall’orfanotrofio di San Carlo a Erice.
Le opere pie e il welfare prima dello Stato
La Casa della Fanciulla rappresenta una delle espressioni più significative delle “opere pie”, le istituzioni caritative cattoliche nate soprattutto nel XVI secolo sotto la spinta della Controriforma.
Prima della nascita del welfare moderno, erano proprio queste strutture a occuparsi di poveri, orfani, malati e pellegrini, offrendo assistenza sociale in un’epoca in cui gli Stati non disponevano ancora di sistemi pubblici organizzati.
Finanziate da donazioni e lasciti testamentari di nobili ed alta borghesia - come fu, nei primi secoli dopo Cristo, per le prime chiese e cimiteri cristiani - le opere pie diedero vita a ospedali, orfanotrofi, conservatori femminili e Monti di Pietà, diventando per secoli la vera rete di assistenza sociale italiana ed europea.
Anche Palazzo Lucatelli nacque all’interno di questa tradizione: venne fondato nel 1455 da Giacomo Blindano Fardella, Stanislao Clavica e Girolamo Staiti Tipa per ampliare le attività dell’antico ospedale Sant’Antonio.
Questo sistema continuò a rappresentare il cuore del welfare fino all’Ottocento, prima della progressiva laicizzazione avviata con la legge Rattazzi del 1862 e poi con la legge Crispi del 1890, che riportò molte opere pie sotto il controllo pubblico.
Da presidio sociale a edificio fantasma
Nel corso dei secoli la Casa della Fanciulla ha attraversato numerose trasformazioni: da Opera Pia a IPAB, fino a diventare negli ultimi decenni del Novecento sede dell’assessorato comunale ai Servizi sociali e di una scuola per l’infanzia.
Per anni è stata un luogo quotidianamente vissuto da famiglie, bambini, operatori sociali e quartiere. Oggi, invece, rappresenta uno dei simboli più evidenti del degrado e dell’abbandono del patrimonio pubblico trapanese.
Il complesso, esteso per oltre mille metri quadrati e dotato originariamente di un giardino interno, versa infatti in condizioni gravissime.
Dal 2003, anno del trasferimento dell’asilo che vi aveva sede, la struttura è stata progressivamente abbandonata: vandalismi, incendi, crolli parziali e accumuli di rifiuti hanno trasformato quello che era un presidio sociale in uno dei luoghi più degradati del centro storico.
L’abbandono ha coinvolto anche l’intero isolato circostante, dove altri ruderi sono diventati discariche improvvisate.
Ma il problema non è soltanto urbanistico o edilizio: il degrado alimenta marginalità, perdita di sicurezza e impoverimento della qualità urbana.
Non è la prima volta che la Casa della Fanciulla finisce nelle cronache cittadine: già nel 2015 la polizia vi trovò un deposito di moto rubate denunciando due minorenni.
L’appello alle istituzioni
Nella lettera inviata alle istituzioni, Italia Nostra e Cittadini in Bardai chiedono un’azione coordinata tra Regione Siciliana, Comune, Prefettura, Protezione civile e Soprintendenza.
La Regione, proprietaria dell’immobile, dovrebbe farsi carico del recupero strutturale e del risanamento economico dell’ex IPAB. Secondo i promotori dell’appello, negli anni sarebbero mancate manutenzione e programmazione nonostante dal 2015 siano stati nominati commissari straordinari per la gestione dell’ente e nonostante esistano rendite patrimoniali – come quelle saline, stimate in circa 22 mila euro annui – che avrebbero dovuto contribuire alla tutela del bene.
Il Comune potrebbe invece successivamente gestire la struttura senza nuovi costi di personale, mentre la Protezione civile dovrebbe intervenire per bonificare le aree più degradate e la Soprintendenza garantire la tutela del valore storico e monumentale del complesso.
Restituire la struttura alla città
L’obiettivo del comitato non è soltanto salvare un edificio storico, ma restituirgli una funzione pubblica.
L’idea è quella di trasformare nuovamente la Casa della Fanciulla in uno spazio di aggregazione sociale e culturale per il quartiere e per l’intera città, recuperando così non soltanto le mura, ma anche la memoria collettiva che quell’edificio rappresenta.
Il tema sarà al centro dell'incontro in programma il 28 maggio alle 17.30 nella Sala Grande del Complesso San Domenico, dove si discuterà anche del recupero dell’Ospizio Marino, altro luogo simbolo delle fragilità e delle incompiutezze urbane del territorio trapanese.
La memoria urbana non è fatta solo di pietre
La vicenda della Casa della Fanciulla riporta al centro una questione più ampia che riguarda Trapani e molti dei suoi edifici storici dimenticati.
Perché monumenti come questo, o come Palazzo Lucatelli e l’Ospizio Marino, non raccontano soltanto un valore architettonico o artistico: raccontano il modo in cui la città ha costruito nei secoli il proprio tessuto sociale.
Dentro queste mura sono passati poveri, orfani, famiglie, educatori, bambini, religiosi, operatori sociali. Sono luoghi che custodiscono la memoria concreta della solidarietà, dell’assistenza e delle fragilità collettive di un’intera comunità.
Per questo il recupero non può limitarsi a un restauro estetico o turistico.
Salvare questi edifici significa evitare che Trapani perda pezzi della propria identità urbana e sociale.
Perché una città non si misura soltanto dai monumenti che mostra ai visitatori, ma anche dalla capacità di custodire i luoghi che raccontano chi è stata e come ha imparato, nei secoli, a prendersi cura dei più fragili.
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