Nuova udienza oggi davanti al Tribunale di Trapani per il processo nato dall’operazione antimafia “Scialandro”, l’inchiesta della Dda di Palermo che ha acceso i riflettori sulla riorganizzazione delle famiglie mafiose tra Trapani, Valderice, Custonaci e Paceco.
In aula prosegue la deposizione del luogotenente della Dia Paolo Conigliaro, uno degli investigatori che ha coordinato le attività tecniche e investigative dell’operazione. Dopo le domande dei pubblici ministeri, oggi spazio al controesame delle difese degli imputati.
Intanto debutta anche il nuovo presidente del collegio giudicante, il dottor Corleo, chiamato a guidare il processo nel troncone ordinario che vede imputati, tra gli altri, Pietro Armando Bonanno, indicato dagli investigatori come uno dei riferimenti della nuova rete mafiosa trapanese.
Nelle scorse udienze, la testimonianza di Conigliaro ha ricostruito gli assetti delle famiglie mafiose del territorio, soffermandosi in particolare sul ruolo di Mariano Minore e dello stesso Bonanno. Secondo la Dia, dopo la scarcerazione Bonanno avrebbe cercato di ricostruire equilibri e gerarchie criminali, tornando subito a riallacciare rapporti con esponenti storici di Cosa nostra trapanese.
In aula sono state richiamate anche alcune intercettazioni considerate centrali dagli investigatori. Tra queste, quelle in cui Mariano Minore rivendica il proprio passato mafioso e la continuità con la storia criminale della sua famiglia. Un passaggio che, secondo la Dia, fotografa bene il clima e il peso ancora esercitato da certi nomi nel territorio trapanese.
L’inchiesta “Scialandro”, scattata con il blitz del 2023, ha raccontato una mafia radicata tra Trapani, Valderice, Custonaci, Dattilo e Marsala, capace — secondo l’accusa — di infiltrarsi negli appalti, condizionare attività economiche e mantenere relazioni con imprenditori e politica locale.
Nel frattempo, una parte del procedimento si è già conclusa con il rito abbreviato. In appello sono state confermate le responsabilità penali dei dieci imputati che avevano scelto il giudizio alternativo, con alcune pene rideterminate. Tra i nomi più rilevanti quello di Giuseppe Costa, storico esponente mafioso di Custonaci, e dell’ex vicesindaco Carlo Guarano, condannato a 8 anni e 6 mesi.
Secondo gli investigatori, proprio nel territorio di Custonaci si sarebbe consolidata negli anni una mafia “di prossimità”, ben inserita nel tessuto economico e amministrativo, capace di controllare appalti, forniture idriche, commercio di materiale lapideo e consenso elettorale.