C’è una data che rende ancora più pesante la lettera scritta da Giuseppe Spada, presidente dell’Ordine degli avvocati di Marsala. È il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci. Il giorno in cui l’Italia ricorda Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta uccisi dalla mafia.
Ed è proprio in questa giornata simbolica che il presidente del Foro marsalese ha deciso di intervenire pubblicamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Tp24 sull’avvocata Antonella Moceri, la legale di Campobello di Mazara morta nel 2015 e oggi finita al centro di un nuovo filone investigativo sulla latitanza di Matteo Messina Denaro.
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo ipotizzano che l’avvocata, oltre ad avere difeso il boss in alcuni processi, possa avere avuto un ruolo ben più profondo nella rete di protezione del capomafia. Gli investigatori sospettano che proprio nel suo studio potessero essere custoditi documenti, manoscritti e segreti della latitanza.
Un’inchiesta che ha inevitabilmente scosso anche il mondo forense marsalese. E Spada, nella lettera inviata alla redazione di Tp24, sceglie parole durissime ma anche insolite per un presidente dell’Ordine: parla apertamente di “imbarazzo”, di “debito morale” e del rischio che la mafia possa infiltrarsi perfino dentro le professioni che dovrebbero garantire la legalità.
Il presidente sottolinea come, se le accuse dovessero trovare conferma, non si tratterebbe soltanto di una vicenda personale ma di “una sconfitta per questo Foro”. E invita gli avvocati a non considerare la deontologia una semplice formalità burocratica, ma uno strumento essenziale per difendere la credibilità dell’istituzione forense.
Parole che arrivano in un momento delicatissimo per il Trapanese, mentre le nuove indagini sulla latitanza di Matteo Messina Denaro continuano a restituire l’immagine di una rete di protezione vasta, trasversale e profondamente radicata nel territorio.
Di seguito la lettera integrale del presidente dell’Ordine degli avvocati di Marsala, Giuseppe Spada.
Caro Direttore di Tp24,
Oggi non è il giorno della retorica, ma quello dell’imbarazzo e della riflessione.
In queste ore venire a conoscenza dalla stampa che una nostra iscritta, scomparsa più di dieci anni fa, avrebbe servito interessi mafiosi mentre indossava la nostra stessa toga, non è solo una notizia di cronaca: se fosse vero, sarebbe una sconfitta per questo Foro che continuo ad avere l’onere e l’onore di rappresentare con orgoglio, a nome di quell’Avvocatura che svolge quotidianamente il suo fondamentale ruolo di garante della tutela dei diritti dei cittadini con decoro e probità.
Il fatto che queste infamanti accuse emergano solo ora, dopo oltre un decennio di silenzio, non ci esonera dal chiederci se sia davvero possibile che, nei corridoi del tribunale o nelle stanze del nostro Ordine, la funzione più nobile della democrazia fosse piegata al servizio del crimine.
Essere onesti significa ammettere che la mafia non è solo una minaccia esterna, ma un rischio di inquinamento interno che sfrutta le nostre garanzie e il nostro prestigio per nascondersi.
Il fatto che una collega oggi accusata sia deceduta e non possa difendersi con tutte le cautele che il caso merita, ci toglie la possibilità di un’azione disciplinare che accerti le sue responsabilità, ma ci lascia addosso tutto il peso di un debito morale verso i cittadini e verso quei magistrati e avvocati che, proprio contro quel sistema, hanno dato la vita servendo lo Stato.
Chiedo a tutti coloro che nutrano dubbi a tal riguardo di non considerare più la deontologia come un peso burocratico o una vuota liturgia.
Questa notizia ci dice che non basta essere tecnicamente bravi avvocati; bisogna essere cittadini vigili e rispettosi di tutte le leggi, oltre che dei codici di rito.
Il Foro non è un club privato dove ci si protegge a vicenda e ad ogni costo, ma un’istituzione che ha senso solo se resta pulita e trasparente.
L'unico punto da cui ripartire per essere credibili.
Il Presidente
Giuseppe Spada