L’avvocato Ignazio La Russa spiega la "fortuna" di essere torturati
di Katia Regina
Esiste una contabilità parallela, nei palazzi del potere romano, che non misura i disastri economici o le scadenze elettorali, ma il valore specifico della carne umana. È una strana matematica, quella applicata dall'avvocato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato per distrazione democratica, di fronte al sequestro in acque internazionali di 430 attivisti della Global Sumud Flotilla. Con un sorriso sghembo, l'avvocato si è chiesto, a favore di telecamera, quanti bambini palestinesi avessero mai salvato quelle navi.
Ha liquidato l'intera operazione umanitaria come una messinscena mediatica, un brivido a basso rischio per anime belle in cerca di pubblicità, pronte a gridare alla tortura dopo appena quattro ore di fermo.
Bisognerebbe strapparlo per un attimo dalle sue vellute istituzionali, l'avvocato, e costringerlo a leggere i referti medici che in queste ore documentano la fortuna di quei quattrocento cooperanti: costole spezzate, ematomi da calpestamento, ustioni da taser, umiliazioni sistematiche e abusi che i container della Marina israeliana hanno inflitto a chi portava farina e bende. Ma sarebbe fin troppo facile, e persino riduttivo, personalizzare l'orrore scaricandolo sulle spalle di qualche ministro estremista a Tel Aviv, quando è l’intero governo di Benjamin Netanyahu a rivendicare l'illegalità internazionale come metodo di governo, forte della complicità e del silenzio dell'Occidente.
Il problema profondo è che l'avvocato La Russa non può, per limiti biologici e culturali, comprendere il concetto di attivismo pacifico. L'unico attivismo di cui ha memoria è quello delle spranghe e dei saluti romani nella Milano nera degli anni Settanta; una militanza che non si muoveva per salvare vite, ma che le vite le spezzava sull'asfalto, come accadde all'agente Antonio Marino nel giovedì nero del 1973. Chi non ha mai conosciuto altra spinta se non l'appartenenza tribale o l'ideologia della sopraffazione, come può decifrare l'impulso che spinge un uomo o una donna a rischiare la galera e la vita per solidarietà verso un popolo estraneo? Come può comprendere l'urgenza di opporsi a un massacro che la Commissione d'Inchiesta delle Nazioni Unite ha già definito, senza mezzi termini, un genocidio in atto?
Davanti a questa cecità etica, il parallelismo storico non è solo legittimo, è un dovere civile. Gli attivisti che oggi sfidano il blocco navale di Gaza sono i discendenti diretti di quei Giusti che, ottant'anni fa, nascondevano i cittadini ebrei nelle cantine o inventavano malattie nei finti reparti ospedalieri, come fece il dottor Borromeo al Fatebenefratelli, per sottrarli alla caccia nazifascista. Già si levano le grida scandalizzate dei professionisti del salotto, pronti a brandire il reato di lesa unicità della Shoah, come se l'orrore per lo sterminio di una comunità dovesse attivarsi solo al raggiungimento della quota burocratica di sei milioni di cadaveri. Come se il sangue dei bambini di Gaza avesse un peso specifico inferiore rispetto a quello della nostra storia europea.
Ma l'avvocato La Russa può stare tranquillo nel suo salotto, magari accarezzando con lo sguardo quel busto del Duce che conserva con tanto orgoglio, indifferente al fatto che proprio i suoi padri spirituali firmarono le leggi razziali e l'avvio di quell'orrore che oggi finge di deplorare. Nessuno dei suoi figli rischierà mai di essere preso a calci su una nave umanitaria o di essere schedato da una polizia straniera per aver difeso dei diseredati; le cronache recenti ci ricordano che nella vita si occupano di tutt'altro.
Eppure, mentre il potere calcola il rischio e si stringe nelle spalle, la terraferma risponde al mare. A Marsala, nella sala Tendenze e Passaggi del Complesso Monumentale San Pietro, la mostra fotografica "I Grant You Refuge" – promossa dall'ANPI, dalla CGIL, dal Comitato per la Costituzione e da Legambiente – fa esattamente lo stesso lavoro della Flotilla: rompe l'assedio. Attraverso gli occhi di sei fotoreporter palestinesi che operano sotto le bombe, la realtà si riprende lo spazio che la propaganda le ha tolto. Non ci sono astrazioni matematiche in quegli scatti, ma bambini che giocano tra le macerie e madri che difendono l'ultimo briciolo di normalità.
È vero, l'avvocato ha ragione su un punto: la Flotilla non ha salvato i bambini di Gaza. Ma ha fatto qualcosa di altrettanto gigantesco: ha salvato l'umanità di chi vi è salito a bordo. Di fronte alla complicità strutturale dei nostri governi, l'unico spazio di manovra rimasto è salvare noi stessi dal cancro dell'indifferenza. Perché quando questa notte buia sarà finita, la storia non chiederà conto a Dio del suo silenzio, ma chiederà conto all'uomo di dove fosse rimasta la sua umanità. E finché ci saranno flottiglie in mare e mostre nelle nostre città, sapremo che quell'umanità non è ancora del tutto naufragata.
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