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29/05/2026 06:00:00

Marsala, centrodestra senza guida: ora la resa dei conti

Maria Pia Castiglione, segretaria provinciale di Noi Moderati, ha fatto un’analisi lucida e chiara: Marsala, questa volta, non ha gradito le intromissioni provinciali e non ha sposato la tesi di chi, come alcuni esponenti del centrodestra, sostiene di aver vinto. Hanno perso e bisognerà analizzare questo dato.
Sono d’accordo Castiglione e Mimmo Turano della Lega. Sanno che adesso dovranno affrontare, nel 2027, le elezioni ad Alcamo ed Erice, e nel 2028 a Trapani. E poi le regionali, che sono il banco di prova dei partiti di centrodestra, che sui territori hanno costruito nulla. Autoreferenziali.

 

“Abbiamo vinto”

Qualcuno, dalle parti del centrodestra, forse miope, sostiene che una vittoria ci sia stata: Massimo Grillo ha perso, dicono.
In verità il sindaco uscente, da solo e con due liste e mezzo, è riuscito a trascinare su di sé il voto disgiunto, strappandolo a Giulia Adamo.

I numeri sono numeri e si tratta di un 10% “scientifico” che ha rosicchiato consensi a quella parte del centrodestra che non lo ha voluto.
Grillo, dal canto suo, ha fatto di tutto per rompere, spezzare e corrodere quell’alleanza che lo aveva visto stravincere nel 2020. Rimettere insieme i pezzi è stato impossibile.

Nessuno vince, perché il centrodestra ne esce senza guida, senza una leadership forte e senza una vera presenza sui territori.
Salvo ritrovarsi in Aula a fare opposizione contro la sindaca Andreana Patti.

E allora no, non hanno vinto. Non si vince solo perché si portano uno o due consiglieri comunali in Aula: si vince quando le liste sono competitive e non piene di candidature di servizio. Si vince quando il partito dialoga con il territorio ogni giorno, facendo comunicazione seria, ascoltando e non riunendosi nei salotti.

 

Perché Giulia?

C’è un dato politico e umano che emerge con forza da questa campagna elettorale: Giulia Adamo era una donna che, nella sua lunga carriera, non aveva praticamente mai conosciuto una vera sconfitta elettorale. Una leader capace di interpretare il consenso, di leggere la città.

E proprio per questo la sua candidatura lascia interrogativi profondi. Perché Giulia Adamo ha accettato di rientrare nel mezzo di una competizione che, probabilmente, fin dall’inizio non aveva compreso fino in fondo? O forse l’aveva compresa, ma nella speranza di riuscire comunque a ribaltare pronostici e fragilità politiche.

Attorno a lei, però, non c’era una struttura forte, né un progetto realmente competitivo. I partiti che l’hanno cercata e convinta a candidarsi apparivano svuotati, privi di radicamento, senza una visione comune e soprattutto senza quella forza organizzativa necessaria per sostenere una candidatura di peso.

Le liste erano deboli fin dall’inizio. E questo era evidente. La stessa “Coraggio e Passione”, costruita attorno alla sua figura, era composta soprattutto da vecchi amici, persone legate a una stagione politica ormai lontana, ma incapaci di trasformare quel legame affettivo in consenso reale. I numeri lo hanno dimostrato: pochi voti, poca spinta, poca capacità di incidere (Enzo Domingo 62 voti, Rosalba Pizzo 43, Salvatore Adamo 60, solo per citarne alcuni). Una testimonianza di presenza, non una vera corsa elettorale.

Ed è forse qui il punto più delicato della vicenda. La politica, soprattutto per chi ha avuto ruoli importanti e una lunga storia amministrativa, richiede anche il coraggio del limite. Il coraggio di capire quando le condizioni non sono favorevoli, quando manca il terreno politico, quando attorno non esiste più quella comunità capace di accompagnare un progetto verso un approdo concreto.

Ritirarsi, in alcuni momenti, non significa arrendersi. Significa avere rispetto per sé stessi, per la propria storia e per il peso della propria esperienza. Significa evitare che un patrimonio politico personale venga consumato dentro operazioni costruite più per necessità dei partiti che per reale prospettiva di vittoria.

La sensazione è che Giulia Adamo sia stata utilizzata come ultimo simbolo possibile da un’area politica che, da sola, non aveva più forza, identità e credibilità sufficienti. E quando una candidatura nasce soprattutto per colmare vuoti altrui, il rischio di trasformarsi in uno strumento è inevitabilmente altissimo.

 

Verso le regionali

La partita per le Regionali siciliane del 2027 è già iniziata sottotraccia. E nella provincia di Trapani, e soprattutto a Marsala, le ambizioni sono tante. Più che una semplice corsa all’ARS, sembra l’inizio di una lunga resa dei conti interna ai partiti.

In Forza Italia il quadro è particolarmente affollato. I nomi sono tanti: Toni Scilla, segretario provinciale; Francesco Stabile, che a Valderice ha consolidato una sua rete amministrativa e potrebbe rappresentare un profilo spendibile; Enzo Sturiano potrebbe avere legittime velleità di candidatura: il risultato personale ottenuto alle amministrative gli consegna una forza elettorale difficilmente ignorabile dentro il partito. Così come non si può escludere che possa pensarci anche Massimo Grillo, soprattutto se dovesse maturare l’idea di un ritorno sulla scena politica regionale dopo la parentesi da sindaco.

In Fratelli d’Italia, invece, il confronto interno rischia di essere ancora più duro: Nicola Catania, Paolo Torrente e Giuseppe Bica.

Il punto vero, però, è che questa volta non basteranno simboli e appartenenze. Le regionali saranno una competizione fortemente personale, giocata sul consenso diretto, sulle preferenze, sulle reti costruite nei territori. E, dopo ciò che è accaduto a Marsala alle amministrative, i partiti sanno che non possono più permettersi operazioni costruite soltanto sugli equilibri interni.

Sarà una lunga campagna di posizionamenti e misurazioni di forza.