Hanno giurato i 24 consiglieri comunali di Marsala, insediandosi ufficialmente a Sala delle Lapidi. A seguire è intervenuta la neosindaca, che ha voluto fare un dono all'assise, illustrato da Milena Cudia, istruttore direttivo socio-culturale della Biblioteca e dell'Archivio storico: «È il primo registro del Consiglio comunale del Regno d'Italia, conservato nell'Archivio storico della biblioteca». Più che un dono, però, è sembrato un trasloco.
Il successivo punto all'ordine del giorno ha riguardato l'elezione del presidente del Consiglio comunale. La maggioranza ha indicato Giovanni Maniscalco e, per evitare franchi tiratori, è stato adottato un metodo tipico della Prima Repubblica: differenziare il modo di scrivere il nome del candidato sulla scheda per rendere riconoscibile la provenienza dei voti. Così è stato: sette consiglieri riconducibili alle due liste della neosindaca hanno scritto "Maniscalco"; tre del Pd "Maniscalco Giovanni"; due, fedeli a ProgettiAmo e a Sud chiama Nord, "Maniscalco G."; infine tre voti sono arrivati, in ordine sparso, dai fuoriusciti del proprio movimento o partito, Milazzo e Passalacqua, oltre a uno proveniente dalle due liste della Patti, il cui autore evidentemente non ha compreso come votare.
Ormai la diaspora degli eletti a Sala delle Lapidi nel movimento politico generato da Paolo Ruggieri è diventata una costante: nel 2015 fu Giusy Piccione; nel 2020 Gabriele Di Pietra e Vanessa Titone; nel 2026 è toccato a Eleonora Milazzo, che comunque ha dichiarato fedeltà alla sindaca Patti.
Un passaggio significativo è stato l'intervento della consigliera Licari sul ruolo delle donne nelle istituzioni: «Non posso non rivolgere il mio pensiero alla coincidenza storica: proprio il 25 giugno 1946 si riunì per la prima volta l'Assemblea Costituente. In quell'aula spiccavano le straordinarie figure di 21 donne che seppero fare squadra, scrivendo le più alte pagine del nostro patto sociale: le nostre Madri Costituenti. Il mio impegno in politica è stato, è e sarà sempre quello di una donna che non dimentica chi non ha trovato spazio, voce e rappresentanza in una società troppo spesso ritagliata a misura d'uomo. Lo devo, e lo dobbiamo, alle donne che ci hanno precedute, a Nilde Iotti che voglio citare ancora qui, ancora oggi mio faro».
Restando nel solco delle ricorrenze storiche, quest'anno ricorrono i settant'anni del rapporto segreto presentato da Nikita Chruščëv, segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, il 25 febbraio 1956 al XX Congresso del PCUS. Quel documento, passato alla storia come il "Discorso segreto" perché pronunciato a porte chiuse, demolì il mito di Stalin denunciando il culto della personalità, le grandi purghe, l'uso repressivo dei Gulag, l'uccisione dei prigionieri di guerra e l'Holodomor, il genocidio perpetrato in Ucraina.
Eppure, solo pochi anni prima, nel Capodanno tra il 1950 e il 1951, Palmiro Togliatti e Nilde Iotti erano stati ospiti nella dacia di Stalin, con la Iotti unica donna tra circa ottanta invitati. Tornata in Italia, lo descrisse non come il dittatore sanguinario raccontato dalle cronache, ma come un uomo colto, gentile e raffinato. Nel 1956 il Partito Comunista Italiano sostenne la linea che approvò l'intervento dell'URSS che represse la rivoluzione ungherese. Il rapporto di Chruščëv svelò ciò che la storia avrebbe poi definitivamente certificato. Alla luce di questo, definire ancora oggi Nilde Iotti un "faro" appare, quantomeno, discutibile. Ma, forse, il vento sta cambiando.
Vittorio Alfieri