La cultura odierna
Gentile direttore di Tp24
assistiamo oggi ad un proliferare di scrittori e di libri, anche la massa dei lettori è aumentata perché l’accesso ai testi è facilitato, a diminuire però è la competenza critica, si sta perdendo l’abitudine alla lettura lenta, l’unica capace di trasformare l’informazione in pensiero strutturato. La tipologia dei libri si è spostata verso testi brevi, con strutture sintattiche semplificate, viene a mancare quella ‘pazienza cognitiva’ necessaria a sviluppare un pensiero complesso.
Dalle prove internazionali OCSE-PISA uno studente su cinque non raggiunge un livello minimo di competenza linguistica. Tutto questo comporta una forte riduzione della capacità di comprendere la realtà, la perdita della capacità di lettura profonda non è solo un problema accademico o linguistico, ma ha un impatto politico e sociologico devastante. Diventa il motore principale del conformismo culturale vivendo e facendo secondo copioni ripetitivi ciò che fanno gli altri quando viene a mancare la struttura cognitiva necessaria per decodificare la complessità, l'individuo non smette di cercare risposte, ma si rivolge a ciò che richiede il minor sforzo interpretativo possibile: modelli stereotipati e formule preconfezionate del senso comune.
Si vive, si consuma, si flirta e si pensa secondo "format" predefiniti e rassicuranti, perché rifugiarsi nello stereotipo evita la fatica di dover definire autonomamente la propria identità. La cultura inoltre viene identificata con il semplice "titolo di studio" o con il percorso istituzionale. La cultura viene burocratizzata, ridotta a un adempimento, a una casella da spuntare per ottenere un posizionamento sociale o lavorativo. Una volta terminato quel percorso, si spegne l'interruttore. Viene a mancare l'idea della cultura come auto-formazione permanente intesa come un cammino esistenziale che dura tutta la vita e che si coltiva nel segreto delle proprie letture, delle proprie riflessioni e del proprio spirito critico.
È il modello economico dominante, la conoscenza ha valore solo se è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro. La scuola e l'università sono state progressivamente trasformate in "agenzie di formazione professionale". Se il valore di un libro o di un concetto si misura solo sulla sua utilità pratica o sul voto che permette di prendere, l'idea di "coltivarsi per il puro gusto di capire il mondo" o per nutrire la propria interiorità sembra un lusso inutile o una perdita di tempo. Di conseguenza, fuori dalle mura scolastiche, l'apprendimento si ferma. Oggi viene a mancare quella spinta etica e sociale di qualche generazione fa che è stata ampiamente sostituita dal consumismo della distrazione, in cui il tempo libero viene colonizzato dall'intrattenimento passivo degli schermi.
Oggi c’è una differenza enorme tra un uomo istruito e un uomo colto: mentre l'istruito ha immagazzinato nozioni, che spesso col tempo sbiadiscono se non usate per la professione, il colto è colui che ha sviluppato una sensibilità, un'elasticità mentale che gli permette di connettere la fisica alla filosofia, la storia locale alle dinamiche globali, e che di fronte alla realtà non smette mai di porsi domande.
Senza l'aspettativa e il desiderio di coltivarsi da sé, l'individuo rischia di diventare un "analfabeta colto": un professionista magari eccellente nel suo micro-settore, ma totalmente privo di difese immunitarie contro il conformismo e gli slogan del senso comune.
Matteo Anastasi
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