Non c’è mai pace per la sanità siciliana. A rischio ci sono diversi reparti dell’Isola, che finora hanno retto grazie ai medici stranieri, arrivati dall’Argentina come dall’India. Personale che ha dato una boccata d’ossigeno a reparti collassati dalle emergenze e dalla carenza di personale italiano.
Hanno garantito l'assistenza sanitaria, lavorato fianco a fianco con i colleghi italiani, spesso nei reparti più in sofferenza. Oggi, però, rischiano di essere costretti a lasciare gli ospedali pubblici proprio mentre la carenza di medici continua ad aggravarsi. È il paradosso che riguarda i medici con titolo conseguito all'estero, assunti grazie alle deroghe introdotte durante la pandemia per fronteggiare l'emergenza sanitaria. Una soluzione che allora rappresentò ossigeno per il Servizio sanitario nazionale e che, in provincia di Trapani, è stata determinante per mantenere operativi diversi reparti.
Oggi a rischio c’è il reparto di Ortopedia di Marsala, una realtà importante, guidata dal direttore di Unità complessa Nicolò Galvano, che è in sofferenza.
Dopo la chiusura del reparto di Ortopedia dell’ospedale di Castelvetrano, Marsala garantisce assistenza a tutto il comprensorio, oltre alla Valle del Belìce, compresa la città di Mazara del Vallo: oltre 200 mila persone. Il reparto è quindi in allarme. Senza i medici argentini non sarà più possibile garantire prestazioni nei tempi e secondo i protocolli previsti. Medici sì, Superman no.
Non sarebbe la prima volta che un reparto efficiente, sostenuto da professionisti di comprovata esperienza, finisce con una porta chiusa.
Il limite dei 36 mesi
La normativa emergenziale ha consentito alle aziende sanitarie di reclutare medici con titoli conseguiti all'estero, anche in deroga al preventivo riconoscimento professionale, per garantire la continuità assistenziale. Le deroghe, introdotte con l’articolo 13 del decreto-legge 18/2020 e successivamente prorogate, avevano però carattere eccezionale e temporaneo.
Ed è proprio qui che nasce il corto circuito. Molti di questi professionisti hanno ormai raggiunto il limite massimo dei 36 mesi di servizio. Superata questa soglia, non possono più continuare a lavorare nelle strutture pubbliche con gli stessi presupposti normativi.
Da un lato questi medici hanno lavorato per tre anni negli ospedali italiani, acquisendo esperienza e diventando indispensabili per garantire i turni. Dall’altro, non possono essere stabilizzati perché il loro titolo di specializzazione non è ancora riconosciuto come equipollente secondo la normativa italiana.
Non possono nemmeno partecipare ai concorsi pubblici per dirigenti medici, che richiedono proprio quel riconoscimento. Lo dimostrano i recenti bandi dell’Asp di Trapani, in cui la specializzazione equipollente è requisito essenziale.
In pratica, lo Stato ha consentito loro di lavorare come professionisti per tre anni, affidando loro la cura dei pazienti, ma oggi impedisce di continuare quel percorso. È un evidente corto circuito normativo.
Il rischio per gli ospedali
Le conseguenze potrebbero essere pesanti per la provincia di Trapani, ma anche per altre realtà come Agrigento: è un problema diffuso in tutta la Sicilia.
In territori che già faticano a reperire specialisti attraverso i concorsi, perdere medici già formati e inseriti significherebbe aggravare una situazione già critica. La Regione continua infatti a pubblicare avvisi straordinari per reperire personale, segno di una carenza strutturale.
L’Asp chiede una soluzione
Secondo quanto emerge, l’Asp di Trapani avrebbe già interessato l’Assessorato regionale alla Salute chiedendo indicazioni su una possibile proroga della disciplina straordinaria. Al momento, però, non sarebbe arrivata alcuna apertura.
Da qui la necessità di individuare una soluzione legislativa che eviti di disperdere professionalità già operative e indispensabili.
Dovrebbe prevalere la norma speciale, legata all’emergenza e alla continuità assistenziale, nell’interesse pubblico.
Perché il punto non riguarda solo il destino lavorativo di questi medici, ma la tenuta stessa degli ospedali pubblici.
In una sanità già segnata da una cronica carenza di personale, questi professionisti rappresentano una risorsa vitale. Perderli, senza sostituti immediati, significherebbe mettere ulteriormente sotto pressione reparti già in affanno e compromettere la continuità dell’assistenza.
La questione si sposta a Roma
L’assessore regionale alla Salute, Marcello Caruso, volerà martedì a Roma per affrontare con urgenza la questione al Ministero della Salute.