Castelvetrano, il mistero dell'olio mai arrivato: 30 autobotti, 1,4 milioni e l'assegno senza fondi
Seconda puntata sul crac dell’impresa olearia di Claudio Genco. Negli atti dell’inchiesta c’è la storia delle forniture del 2023: anticipi per 1,4 milioni di euro, autobotti promesse e non consegnate, un assegno da 1,2 milioni non pagato. E, sullo sfondo, riemerge un affare di quattro anni prima con una società venezuelana.
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Negli atti il denaro viaggia veloce. L’olio, molto meno.
Ci sono trenta autobotti promesse, anticipi per centinaia di migliaia di euro, altre consegne da “sbloccare”, poi cinque nuove autobotti offerte sul finire dell’estate. Alla fine, secondo la ricostruzione della Procura, sul tavolo restano 1,4 milioni di euro versati, diverse forniture non eseguite e un assegno da 1,2 milioni che non viene pagato.
È uno dei capitoli più singolari dell’inchiesta sul crac dell’impresa olearia di Claudio Genco a Castelvetrano.
Nella prima puntata abbiamo raccontato la corsa delle quote societarie, dei crediti e del denaro nei mesi che precedono il dissesto di un’impresa che nel 2023 aveva superato i 5,3 milioni di euro di ricavi.
Adesso seguiamo invece l’olio. O meglio, quello che secondo gli investigatori avrebbe dovuto viaggiare sulle autobotti e che, a un certo punto, smette di arrivare.
Tutto comincia con trenta autobotti
La vicenda prende forma nel maggio del 2023.
Secondo quanto ricostruito nel decreto di sequestro preventivo del Gip di Marsala, Claudio Genco propone a Gianluca Tranchida, della Olio di Sicilia sas, l’acquisto di 30 autobotti di olio d’oliva.
Il meccanismo commerciale descritto negli atti è semplice: Olio di Sicilia avrebbe anticipato parte del prezzo quando le autobotti fossero transitate presso la sede di Genco; il saldo sarebbe arrivato dopo la consegna al destinatario finale e la pesatura del prodotto.
La destinazione della merce viene anche indicata: Frantoio del Salento srl, con sede a Lecce.
Sulla carta, insomma, il percorso è lineare: olio, camion, consegna, pagamento.
Poi la strada comincia a diventare molto meno lineare.
Giugno: le consegne si fermano
Nel giugno del 2023, secondo la ricostruzione investigativa, le consegne si interrompono.
Genco avrebbe già ricevuto acconti per complessivi 560 mila euro, ma tre autobotti non sarebbero giunte a destinazione.
È a questo punto che la vicenda assume il ritmo di una rincorsa: per far arrivare l’olio servono altri soldi; con i nuovi soldi si dovrebbe sbloccare altra merce; con la nuova merce si dovrebbero sistemare anche le pendenze precedenti.
Una specie di domino, soltanto che i pezzi sono autobotti da decine di migliaia di euro.
«Servono altri 200 mila euro»
Il 30 giugno 2023, secondo quanto riportato nel provvedimento, Genco avrebbe telefonato a Tranchida chiedendo un nuovo bonifico.
La cifra è 200 mila euro.
La spiegazione sarebbe stata questa: occorreva pagare un fornitore per riuscire a “sbloccare” la consegna di alcune autobotti. Con l'arrivo di una quantità maggiore di olio, Genco avrebbe poi potuto adempiere anche agli obblighi rimasti in sospeso.
Il denaro viene versato.
Ma la storia non si chiude.
Anzi.
Ad agosto spuntano altre cinque autobotti
Sul finire dell’agosto 2023 arriva una nuova proposta.
Genco avrebbe comunicato la disponibilità di cinque autobotti, al prezzo di 210 mila euro ciascuna.
L’accordo si concentra su quattro mezzi: pagamento anticipato per complessivi 840 mila euro. Una quinta autobotte sarebbe invece servita, secondo la ricostruzione contenuta negli atti, a compensare almeno in parte il credito già vantato nei confronti dell’imprenditore.
Facciamo i conti.
Prima 560 mila euro.
Poi altri 200 mila.
Infine 840 mila.
Il totale sarebbe in realtà di 1,6 milioni se sommato aritmeticamente; il decreto, tuttavia, individua in 1,4 milioni di euro le somme oggetto della contestazione e del sequestro diretto nei confronti di Genco, sulla base della ricostruzione complessiva dei rapporti e delle somme considerate profitto della condotta contestata.
Ed è proprio su questo importo che si concentra il provvedimento cautelare.
Le ultime autobotti promesse, secondo l’accusa, non vengono consegnate.
L'assegno da 1,2 milioni
Arriviamo così a settembre.
A quel punto chi ha versato il denaro non chiede più altro olio. Chiede indietro i soldi.
Il 18 settembre 2023, Genco emette un assegno da 1.200.000 euro, a fronte di un debito che negli atti viene indicato complessivamente in 1,4 milioni.
Il giorno successivo l’assegno viene presentato all’incasso.
Il 21 settembre, però, non viene pagato per mancanza totale o parziale della necessaria provvista.
Un assegno da un milione e duecentomila euro. Tre giorni. E niente pagamento.
L'ultimo tentativo di accordo
C’è ancora un passaggio.
Il 26 ottobre 2023 le parti sottoscrivono un accordo transattivo a saldo e stralcio.
Dovrebbe essere il modo per mettere un punto alla vicenda.
Secondo il decreto, neppure quell’accordo viene però onorato.
E quando, pochi mesi più tardi, l’attività precipita verso la liquidazione giudiziale, le somme ricevute come anticipo non vengono consegnate al curatore e non vengono rinvenute nella disponibilità dell’impresa.
Il Gip evidenzia inoltre che una parte rilevante del denaro sarebbe transitata sul conto personale di Genco e sarebbe stata impiegata, almeno in parte, per finalità non immediatamente riconducibili alle specifiche forniture per le quali era stato versato.
È questo uno dei motivi per cui il giudice dispone il sequestro di denaro fino alla concorrenza di 1,4 milioni di euro.
Ma quattro anni prima c'era già stato il Venezuela
La storia potrebbe finire qui.
E invece bisogna tornare indietro. Al 2019. E attraversare l’Atlantico.
Negli atti compare infatti un precedente rapporto commerciale tra Genco e il Complejo Industrial Licorero del Centro C.A., Cilcca, società venezuelana.
L’affare riguardava 120 mila chili di olio extravergine di oliva, per un valore complessivamente concordato di 840 mila euro.
Secondo quanto richiamato dal Gip, la società sudamericana avrebbe dovuto versare una caparra di circa 364 mila euro. Gli accertamenti avrebbero però individuato un solo movimento finanziario riconducibile a quel rapporto: un bonifico internazionale del 2 gennaio 2019 pari a 216.372,37 euro.
Anche in quel caso, secondo quanto riportato nel decreto, Genco non avrebbe apparentemente consegnato la merce entro il termine previsto del 31 dicembre 2019.
Quel vecchio affare ritorna nel 2023
E qui il Venezuela smette di essere soltanto una vecchia storia commerciale.
Quattro anni dopo, il 12 dicembre 2023, quella vicenda viene infatti richiamata nell’ambito di un’altra operazione.
Genco cede a Cilcca un credito da 319.042 euro che vantava nei confronti della Servizi Agricoli Siciliani. La società venezuelana è rappresentata nell’operazione attraverso la Estelar Trading Incorporated, società di diritto barbadoregno, nella quale Giuseppe Della Polla viene indicato negli atti come direttore o comunque referente negoziale.
La cessione sarebbe servita a chiudere, a saldo e stralcio, proprio la precedente obbligazione derivante dalla mancata esecuzione della fornitura di olio del 2019.
Ma è qui che il Gip solleva un altro problema.
Secondo il provvedimento, non sarebbe stata trovata documentazione sufficiente a ricostruire completamente il rapporto originario e soprattutto a spiegare come fosse maturato, nel 2023, proprio quel credito da 319 mila euro.
Nel primo articolo avevamo già raccontato la cessione del credito verso Caracas. Adesso emerge meglio da dove arriva quella cifra e quale vecchio affare viene utilizzato per giustificarne il trasferimento.
Due storie di olio a quattro anni di distanza
Bisogna stare attenti a non fare dire agli atti più di quello che dicono.
Il decreto non afferma che esistesse uno schema seriale di truffe commerciali, né consente di sostenere che la vicenda del 2019 e quella del 2023 siano identiche.
Ma la coincidenza è giornalisticamente significativa.
Nel 2019 c'è un contratto internazionale per 120 mila chili di olio, un pagamento documentato e una merce che, secondo il decreto, apparentemente non viene consegnata.
Nel 2023 ci sono decine di autobotti, anticipi milionari e nuove forniture che, secondo l’accusa, non arrivano.
E pochi mesi dopo proprio il vecchio rapporto venezuelano torna a galla in una delle operazioni societarie compiute alla vigilia del crac.
Il filo conduttore, dunque, è l’olio. Ma soprattutto sono i soldi che lo precedono.
Quelli arrivano.
Sulle autobotti, secondo la Procura, la storia è molto più complicata.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari. Le circostanze descritte rappresentano la ricostruzione accusatoria contenuta nel decreto di sequestro e dovranno essere verificate nel contraddittorio tra le parti. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
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