L'escalation non si arresta a causa di quelle che vengono definite "due facce della stessa medaglia", Putin e Trump.
Domenica scorsa, a 2 km dal territorio polacco, droni russi hanno colpito una stazione ferroviaria di servizio a Yahodyn, in Ucraina. Poco prima dalla stessa stazione era transitato il treno sul quale viaggiavano i consiglieri per la sicurezza nazionale di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, di ritorno dalla 22ª edizione della Yalta European Strategy Annual Meeting (YES), svoltasi a Kiev. Su un terzo convoglio viaggiava anche l'ex direttore della CIA, David Petraeus.
La compagnia ferroviaria polacca PKP Intercity ha affermato che il convoglio, con 206 passeggeri a bordo, era in servizio sulla tratta Kiev-Varsavia e che nessuno è rimasto ferito. Secondo la compagnia, «è molto probabile che il bersaglio del drone russo potesse essere anche il treno diplomatico, partito dalla stazione in anticipo rispetto al previsto nell'ambito della revisione in tempo reale degli orari ferroviari, resa necessaria dalla costante minaccia di attacchi russi».
Il ministero della Difesa di Mosca, invece, sostiene di aver colpito «infrastrutture ferroviarie che assicurano il trasporto di materiali militari provenienti dai Paesi europei».
«I barbari russi sono già alle vostre porte». È l'allarme lanciato ai Paesi dell'Unione Europea e della NATO dal ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha.
Da Varsavia, il premier Donald Tusk ha parlato di una «escalation» che, «nelle prossime settimane e nei prossimi mesi», potrebbe coinvolgere anche il territorio polacco.
La preoccupazione non riguarda soltanto la Polonia, ma anche i Paesi baltici, la Bulgaria e la Slovacchia.
Il mese scorso l'aeroporto di Lipsia è stato chiuso dopo il ritrovamento di un drone esplosivo su una pista. Nelle stesse ore un aereo cargo si è scontrato in volo con un oggetto non identificato. Il governo tedesco ha accusato formalmente la Russia di essere dietro questi presunti attacchi ibridi e ha annunciato la chiusura del consolato russo a Bonn a partire dal 18 settembre.
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha dichiarato che, durante il vertice dei Paesi BRICS, appena conclusosi a New Delhi, il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping «hanno offerto la loro collaborazione per contribuire a trovare una soluzione alla guerra».
Ma l'attenzione della comunità internazionale resta concentrata soprattutto sulla mediazione americana.
Nel frattempo, sullo stretto di Hormuz, gli Stati Uniti registrano il coinvolgimento degli Houthi negli attacchi contro i propri alleati. In risposta, l'Arabia Saudita ha condotto due raid aerei nel nord dello Yemen, roccaforte del gruppo filo-iraniano.
La tensione resta molto alta. Inoltre, una nave di Teheran è stata speronata, causando la morte di un uomo.
Sull'incontro tra Iran, Oman e gli altri Stati del Golfo, molti dei quali alleati di Washington, Donald Trump, durante una visita in Irlanda, ha dichiarato: «Non mi interessa. Sono affari loro».
«È una decisione che spetta a loro. Alla fine ce ne andremo. A meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio. Come il Venezuela», ha aggiunto.
Parole che difficilmente contribuiscono ad abbassare la tensione. La de-escalation, ad oggi, resta un miraggio.
Vittorio Alfieri