Dentro l'ergenza idrica a Trapani ci sono le ordinanze, i comunicati, le riunioni, le autobotti, i controlli della Guardia di Finanza, le precisazioni dell’Asp e le repliche delle aziende.
Una montagna di comunicazioni che, giorno dopo giorno, si accumulano come determine e decreti. Ma dentro le case la questione è molto più semplice: l’acqua non c’è.
E quando c’è, in alcune zone non si può usare.
È questa la parte dell’emergenza idrica che rischia di perdersi dentro la burocrazia: perché nelle abitazioni non si discute di procedure, autorizzazioni o classificazioni. Ci sono servizi igienici da utilizzare, pavimenti da pulire, bambini da lavare, cisterne da riempire. C'è la Vita.
E l’acqua delle bottiglie comprate al supermercato non può certo diventare la soluzione per una famiglia che deve mandare avanti una casa.
La storia di Mimma
"L'ultima storia, in ordine di tempo, è quella della signora Mimma. Ed è una storia che racconta meglio di molti comunicati cosa significhi vivere questa emergenza quando la cisterna si svuota.
Mimma, una delle più attive del comitato "acqua é un diritto di tutti", é esasperata. Racconta di essere stata messa in lista d'attesa per appena 1.500 litri d'acqua destinati al piano terra.
La sua richiesta risale al 10 settembre, ma ha continuato a telefonare. Ora è arrivata al punto in cui non ha più acqua.
«Non ho più una goccia d'acqua, sono arrivata proprio allo stremo delle forze», racconta.
Il problema, spiega, è anche logistico. Al secondo piano c'è una terrazza con una cisterna aggiuntiva, ma gli autotrasportatori non portano l'acqua lassù. E così, quella che dovrebbe essere una semplice consegna di acqua, diventa una sequenza di telefonate, attese, liste e ostacoli.
Mimma chiama gli uffici. Le rispondono che possono inserirla in lista, ma nemmeno sui tempi riescono a darle una risposta precisa.
«Quando se ne parla? noi non glielo sappiamo dire», é la risposta ricevuta.
È il punto esatto in cui l'emergenza diventa esasperazione: non soltanto non c'è l'acqua, ma non c'è nemmeno una certezza su quando arriverà.
A quel punto Mimma si rivolge alla ditta Vittorioso, che definisce il proprio «rifornitore di fiducia».
La risposta della ditta, racconta, è immediata: viene effettuata una telefonata all'acquedotto per capire come poter procedere.
Ed è qui che la storia prende una piega ancora più paradossale.
Mimma racconta che dalla Vittorioso le viene riferito di avere chiesto l'autorizzazione per poter riempire l'autobotte a San Giovannello.
La risposta che, secondo il racconto della donna, sarebbe arrivata è che non sarebbe stato possibile e che l'unica ditta autorizzata sarebbe la Palma, oltre alla Protezione civile.
«Ma stiamo scherzando?», ripete Mimma nel suo sfogo.
La domanda non è retorica. Per lei è drammaticamente concreta: se non può avere l'acqua dalla rete, se deve aspettare l'autobotte comunale e se il privato non può caricare acqua potabile, che cosa deve fare?
A quel punto Mimma decide di andare dai carabinieri.
Nel frattempo arriva un'altra telefonata della Vittorioso.
E qui compare anche il fantasma dei controlli che in questi giorni ha complicato ulteriormente l'emergenza: il rischio di un verbale.
Mimma racconta di essere stata avvertita che, rivolgendosi a determinate autobotti private, avrebbe potuto correre il rischio di una contestazione, come sarebbe già accaduto ad altri.
«Faccio la denuncia e poi a me l'acqua chi me la porta?», domanda.
È forse la frase che fotografa meglio il cortocircuito"
Il paradosso sanitario
Premesso che ai cittadini debba essere distribuita acqua potabile, come impongono le norme e il buon senso, resta però una domanda.
Se la linea dell’Asp dovesse impedire alle utenze chiuse per contaminazione di ricevere acqua dalle autobotti private perché non formalmente classificata come destinata al consumo umano, quanto tempo servirà per sanificare i serbatoi delle circa 150 utenze ancora interessate?
E soprattutto: per quanti giorni quei cittadini rischierebbero di rimanere senza alcun tipo di rifornimento idrico?
È qui che si apre un paradosso difficile da ignorare. La questione non riguarda la possibilità di bere acqua non certificata come potabile: su questo i controlli sanitari devono essere garantiti. Ma riguarda anche l’utilizzo domestico dell’acqua.
Ci si può chiedere cosa sia più sicuro, nell’immediato: disporre di acqua dolce, pulita e adeguatamente disinfettata, con valori di cloro residuo verificabili, seppure non formalmente classificata come “destinata al consumo umano”, oppure lasciare nelle abitazioni servizi igienici, pavimenti, biancheria e ambienti domestici senza la possibilità di essere lavati?
È un interrogativo che non mette in discussione la necessità dei controlli sanitari. Al contrario, pone un’altra questione: come si gestisce un’emergenza senza trasformare la tutela sanitaria in un ulteriore periodo di privazione per chi è già senz’acqua?
La domanda che resta
Nel frattempo, ai cittadini arrivano messaggi diversi: aspettare l’autobotte comunale, rivolgersi al privato, verificare le autorizzazioni, fare attenzione ai controlli.
E così l’emergenza dell’acqua rischia di diventare anche un’emergenza della fiducia.
Perché quando una persona chiama e non sa quando arriverà l’acqua, quando non riesce a capire quale autobotte possa utilizzarla, quando teme persino che cercare autonomamente una soluzione possa esporla a un verbale, la sensazione di abbandono cresce.
È una rabbia che sale lentamente, come le onde del mare: partono appena percettibili e, raccogliendo le correnti, diventano cavalloni.
Poi arriva la risposta del sindaco Giacomo Tranchida, che apre una strada diversa: secondo il primo cittadino, chiunque abbia necessità di acqua potabile — cittadini, condomini, aziende, bar o navi da crociera — può richiederla formalmente, indicando il soggetto richiedente, il trasportatore e il mezzo utilizzato. Normalmente il costo dell’acqua sarebbe a carico del richiedente, ma nelle zone interessate dalla contaminazione il Comune intende farsi carico anche del costo del trasporto, ritenendo propria la responsabilità di garantire il servizio.
L’acqua potrebbe essere caricata a San Giovannello e, in caso di necessità, anche presso un impianto Siciliacque. Il costo dell’acqua verrebbe poi conteggiato nei consumi, mentre il trasporto dovrebbe essere riconosciuto al privato a un prezzo in linea con quello di mercato, facendo riferimento anche alle tariffe applicate al Comune dalla ditta Palma. La formula indicata da Tranchida, per le utenze della zona contaminata, è netta: «Non pagare un centesimo».
Adesso la questione è capire quanto rapidamente questa soluzione possa diventare operativa.
Perché dietro ordinanze, comunicati, controlli e autorizzazioni ci sono persone che aspettano semplicemente di poter aprire un rubinetto.
E usare l’acqua.