Salemi, malato e ai domiciliari: "Non chiedo impunità, chiedo di soffrire meno"
«Non chiedo impunità, chiedo solo di poter soffrire meno, nel rispetto della legge e della dignità umana». È il passaggio che racchiude il senso della lettera aperta inviata da Antonio Calvitto, 60 anni, residente a Salemi e, secondo quanto riferisce, attualmente agli arresti domiciliari. Un uomo che si descrive come un malato terminale e che chiede di essere ascoltato prima che la sofferenza finisca per consumare anche la volontà di curarsi.
Nella lettera racconta di convivere con una sclerosi multipla progressiva e con un carcinoma vescicale al quarto stadio, metastatico, per il quale segue un trattamento immunoterapico. Condizioni cliniche riferite dal paziente, che restituiscono il quadro di una quotidianità segnata dalla malattia, dal dolore e dalla dipendenza da un’assistenza che deve essere concretamente accessibile.
Da un mese senza il farmaco
Al centro della denuncia c’è la mancata disponibilità, da circa un mese, della preparazione a base di cannabis terapeutica Bedrocan, che Calvitto indica come essenziale per alleviare i dolori legati alla sclerosi multipla.
Secondo il suo racconto, fino al mese precedente l’Asp di Trapani autorizzava una procedura che gli consentiva di ritirare il preparato nella farmacia più vicina. Questa modalità sarebbe stata interrotta e sostituita da un ritiro centralizzato: uno spostamento che l’uomo sostiene di non poter affrontare, per le condizioni di salute e per le restrizioni cui è sottoposto.
È qui che una procedura amministrativa, nella sua testimonianza, diventa un ostacolo alla cura. Per chi vive con un dolore persistente, la distanza dal luogo di consegna può determinare la possibilità stessa di seguire una terapia.
La giustizia e il diritto alla salute
Calvitto riferisce che la misura domiciliare è legata a una vicenda di tentato omicidio, della quale riconosce la gravità. Nella lettera propone una propria ricostruzione dell’accaduto, richiamando uno stato di dissociazione: una spiegazione personale che non può essere assunta come un accertamento clinico o giudiziario.
La questione sanitaria, tuttavia, resta. Le responsabilità penali devono essere affrontate nelle sedi competenti; l’accesso alle cure deve essere garantito anche durante una restrizione della libertà. La sofferenza fisica non può diventare una punizione aggiuntiva.
Il diritto alla terapia del dolore ha un riconoscimento preciso: la legge 38 del 2010 tutela l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, richiamando la dignità della persona, l’equità nell’assistenza e l’appropriatezza delle cure.
Le risposte che servono dall’Asp
Nella sua denuncia Calvitto richiama anche la sentenza del Consiglio di Stato numero 6877 del 31 luglio 2024, sostenendo che il trasferimento protetto tra farmacie possa consentirgli di ricevere nuovamente il preparato vicino a casa.
L’applicabilità di questa soluzione al suo caso deve essere verificata, insieme alle ragioni dell’eventuale cambiamento nella distribuzione. La lettera, da sola, non consente di stabilire responsabilità o illegittimità dell’operato dell’Asp.
Ma pone domande concrete all’azienda sanitaria: quale procedura è stata modificata? Per quale motivo? Quali modalità di accesso possono essere attivate per un paziente che riferisce queste difficoltà? E come viene assicurata, nel frattempo, la presa in carico del dolore?
Il rischio di rinunciare alle cure
Il passaggio più preoccupante riguarda la possibilità, annunciata da Calvitto, di rifiutare tutte le terapie, compresa l’immunoterapia oncologica, se la situazione non dovesse sbloccarsi.
Sono parole che richiedono attenzione clinica e umana immediata. Raccontano una sofferenza che rischia di compromettere anche il rapporto con le cure e rendono urgente un contatto diretto con il paziente, per comprenderne i bisogni e individuare una soluzione assistenziale praticabile.
La dignità si misura nelle risposte
La lettera arrivata da Salemi porta davanti alle istituzioni una richiesta precisa: poter accedere alla terapia e ricevere aiuto per soffrire meno.
Perché il diritto alla salute acquista significato quando raggiunge il malato, anche dentro una casa dalla quale non può liberamente uscire. E la dignità si tutela con risposte capaci di incidere sulla sua vita quotidiana.
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