3 ottobre, il Mediterraneo ricorda i suoi morti. Da Lampedusa a Trapani, tredici anni dopo
Ci sono date che non dovrebbero diventare anniversari. Il 3 ottobre è una di queste. Tredici anni fa, davanti a Lampedusa, il Mediterraneo si trasformò in una gigantesca tomba: 368 persone morirono mentre cercavano di raggiungere l’Europa.
Da quella tragedia è nata la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. E oggi Lampedusa torna a ricordare. Ma il 3 ottobre riguarda tutta la Sicilia, e riguarda molto da vicino anche la provincia di Trapani, terra di porti, approdi, soccorsi e accoglienza.
Perché dietro una parola ormai consumata dal dibattito pubblico – “migranti” – ci sono, prima di tutto, persone. E il senso di questa giornata è essenzialmente questo: restituire i nomi, i volti e le storie ai numeri.
Quella notte del 3 ottobre 2013
Era una notte senza luna quando un'imbarcazione carica di persone, in gran parte provenienti dall'Eritrea, naufragò a poche miglia da Lampedusa.
Tra coloro che si trovarono davanti alla tragedia c'erano Vito Fiorino e sette amici, a bordo della piccola “Gamar”. Riuscirono a portare in salvo 47 persone. Tredici anni dopo, molti dei sopravvissuti continuano a tornare sull'isola per incontrare chi quella notte tese loro una mano.
Fiorino usa una parola lampedusana: “O'scià”, “mio respiro”. È diventata anche una forma di saluto tra i salvati e i salvatori.
E forse dice molto più di tante discussioni sull'immigrazione: quella notte non c'erano categorie, schieramenti o statistiche. C'erano persone in acqua e persone su una barca che cercavano di tirarle fuori.
Perché il 3 ottobre è diventato una giornata nazionale
Nel 2016 il Parlamento ha istituito con la legge 45 del 21 marzo la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione. La legge indica tra gli obiettivi della ricorrenza la sensibilizzazione alla solidarietà civile, al rispetto della dignità umana e del valore della vita, all'integrazione e all'accoglienza.
La giornata, quindi, non nasce semplicemente per ricordare il naufragio del 2013. Quella tragedia ne è il simbolo. Il ricordo si estende a tutti coloro che hanno perso la vita lungo le rotte migratorie.
E i numeri spiegano perché quella memoria non appartiene affatto al passato. Secondo i dati diffusi in questi giorni da Save the Children, dal 2014 sono oltre 35.600 le persone morte o disperse nel Mediterraneo, più di 25.800 delle quali lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Tra loro risultano oltre 1.500 bambini. Sono stime che, secondo l'organizzazione, potrebbero essere inferiori al dato reale perché non tutti i naufragi vengono registrati.
Oggi Lampedusa torna alla Porta d'Europa
Quest'anno la manifestazione ha per titolo “Voci del Mediterraneo”. Da giorni Lampedusa ospita studenti, sopravvissuti, familiari delle vittime, associazioni e organizzazioni internazionali.
Questa mattina il programma prevede la marcia da Piazza Castello verso la Porta d'Europa, il monumento di Mimmo Paladino diventato uno dei simboli dell'isola. Alle 9.30 è previsto il momento di raccoglimento insieme ai sopravvissuti e alla comunità locale; alle 10.30 la deposizione in mare della corona di fiori.
Un rito che ogni anno si ripete nello stesso luogo in cui il Mediterraneo mostra contemporaneamente le sue due facce: quella della bellezza e quella della tragedia.
Trapani e Marsala, il Mediterraneo davanti casa
Per la Sicilia occidentale, del resto, l'immigrazione non è qualcosa che accade “a Lampedusa”, lontano da qui.
Trapani è da anni uno dei porti coinvolti negli sbarchi e nelle operazioni di soccorso. Lo scorso marzo è arrivata al porto la Sea-Watch 5 dopo due operazioni nel Mediterraneo centrale. A luglio la Prefettura ha inoltre avviato l'aggiornamento del Piano territoriale per l'immigrazione, coinvolgendo Comuni, organizzazioni sindacali e datoriali, servizi sanitari e realtà del terzo settore.
E appena due settimane fa, il 20 settembre, otto migranti sono sbarcati direttamente a Marsala, a Capo Boeo, davanti al Baglio Anselmi.
È la geografia, prima ancora della politica, a ricordarcelo. Da Marsala, Mazara, Trapani e dalle Egadi il Nord Africa non è un punto lontano sull'atlante. È l'altra sponda dello stesso mare.
Celebrare la vita, non soltanto ricordare i morti
Forse la parte più sorprendente della storia del 3 ottobre è quella che riguarda i sopravvissuti.
Ogni anno alcuni di loro tornano a Lampedusa. Incontrano Vito Fiorino e gli altri amici della “Gamar”, ricordano chi non ce l'ha fatta e poi celebrano quello che chiamano il loro “compleanno di rinascita”.
È un modo diverso di vivere questa giornata: non soltanto come anniversario di una strage, ma come celebrazione della vita che è riuscita a salvarsi.
Perché il 3 ottobre parla certamente di immigrazione, di accoglienza, di frontiere e delle scelte che l'Italia e l'Europa compiono sul Mediterraneo. Temi sui quali il confronto politico resta aperto e spesso durissimo.
Ma prima ancora c'è qualcosa di più semplice.
Una persona che sta annegando va salvata.
È quello che fecero Vito Fiorino e i suoi amici tredici anni fa, su una barca di nove metri, davanti a Lampedusa.
Ed è probabilmente da lì che ogni 3 ottobre conviene ricominciare.
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