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04/10/2026 13:22:00

Palermo, il giudice usa l’intelligenza artificiale per la sentenza. E dimentica dentro la risposta del chatbot

C’è un modo piuttosto semplice per farsi scoprire mentre si usa l’intelligenza artificiale: copiare tutto. Proprio tutto.

È quello che sembra essere accaduto a Palermo, dove in una sentenza della Corte di giustizia tributaria di primo grado è rimasto, nero su bianco, quello che ha tutta l’aria di essere il messaggio con cui un chatbot spiegava al giudice il lavoro appena fatto sul testo.

Non una citazione. Non una formula giuridica. Ma una specie di rapporto di servizio dell’intelligenza artificiale: il testo era stato ripulito, abbreviato e riorganizzato. E poi, evidentemente, copiato nella sentenza senza eliminare le istruzioni della macchina.

 

«Perfetto, ho eliminato duplicazioni»

 

Il caso riguarda la sentenza numero 981/11/2026 della Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo, depositata il 17 febbraio 2026 e successivamente pubblicata nella banca dati della giurisprudenza tributaria.

A pagina tre compare infatti un passaggio decisamente insolito:

«Perfetto. Ho eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti, accorpato passaggi ripetitivi sulla natura cautelare e sulla proporzionalità, armonizzato i raccordi logici e sistemato la parte finale».

E subito dopo un’altra frase: «Di seguito trovi il testo riorganizzato e pulito, pronto per essere inserito in sentenza».

Insomma, più che una motivazione del giudice sembra la risposta di un assistente digitale a una richiesta del tipo: “sistemami questo testo”.

Il problema è che quella risposta è rimasta lì.

 

Ma l’intelligenza artificiale ha deciso la causa?

 

Qui occorre fare una distinzione importante.

La presenza di quelle frasi dimostra con ragionevole evidenza che uno strumento di intelligenza artificiale è stato utilizzato nella lavorazione del testo. Non dimostra invece che sia stata l’IA a decidere la controversia.

Non sappiamo, infatti, se al chatbot sia stata affidata una sentenza già integralmente scritta, chiedendo soltanto di eliminare ripetizioni e migliorare la forma, oppure se il suo intervento sia stato più sostanziale.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa più seria della semplice gaffe da copia e incolla.

Perché un conto è correggere un refuso. Un altro è “armonizzare i raccordi logici”, eliminare ciò che viene ritenuto ridondante o riorganizzare il ragionamento di una decisione giudiziaria.

In diritto, qualche volta, anche la forma è sostanza.

 

Cosa dice la legge

 

Dal 10 ottobre 2025 in Italia è in vigore la legge numero 132 sull’intelligenza artificiale.

L’articolo 15 riguarda espressamente la giustizia e pone un confine molto netto: quando vengono utilizzati sistemi di intelligenza artificiale, devono comunque restare esclusivamente nelle mani del magistrato l’interpretazione e l’applicazione della legge, la valutazione dei fatti e delle prove e l’adozione del provvedimento.

L’IA, dunque, può assistere. Non può fare il giudice.

Un principio analogo vale più in generale per la pubblica amministrazione: l’intelligenza artificiale può avere una funzione strumentale e di supporto, mentre la responsabilità del provvedimento resta alla persona.

Anche la giustizia tributaria si è già posta il problema. Nel marzo 2026 il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria ha adottato proprie indicazioni sull’impiego dell’intelligenza artificiale da parte dei magistrati tributari, ribadendo che la tecnologia può servire per ricerca e rielaborazione, ma non può sostituire il giudice nelle sue funzioni essenziali.

 

Il vero problema non è il “Perfetto”

 

La tentazione è fermarsi all’aspetto comico.

Un giudice usa l’intelligenza artificiale, copia la risposta del chatbot e si dimentica persino il “Perfetto”. Un incidente che, per chiunque abbia utilizzato ChatGPT o strumenti simili, è abbastanza facile da riconoscere.

Ma la domanda più interessante è un’altra: quanto può intervenire una macchina nella costruzione del ragionamento di una sentenza?

Se un chatbot corregge una virgola, il problema praticamente non esiste.

Se riassume documenti, occorre controllare.

Se elimina argomenti perché li considera “ripetitivi”, riorganizza la motivazione o stabilisce quali passaggi siano centrali e quali secondari, la linea diventa molto più sottile.

Ed è esattamente ciò che il caso di Palermo porta alla luce.

Non sappiamo quanto abbia fatto l’intelligenza artificiale in quella specifica sentenza. Sappiamo però una cosa: ha fatto abbastanza perché la sua voce sia finita, per errore, dentro il provvedimento ufficiale.

E così, mentre tribunali, avvocati e magistrati discutono di come regolare l’ingresso dell’IA nella giustizia, a Palermo il futuro è arrivato nel modo più umano possibile: con un copia e incolla fatto male.