Il bambino ucciso a Palermo nel 1986, le piste rimaste senza risposta e l’ultima indagine archiviata. Graziella e Antonio chiedono ancora verità. Dal 6 al 9 ottobre, tra Capaci e Palermo, le commemorazioni con scuole, istituzioni e artisti.
Claudio Domino oggi avrebbe 51 anni. Il 7 ottobre 1986 ne aveva undici. Un uomo arrivato in moto lo chiamò e gli sparò. Quarant’anni dopo, i suoi genitori continuano a chiedere chi lo abbia ucciso e perché.
Il quarantesimo anniversario arriva con una verità dolorosa da tenere davanti agli occhi: l’ultima indagine, riaperta nel 2021, è stata archiviata nell’ottobre 2025. L’assassinio resta senza un colpevole accertato. Il tempo ha moltiplicato le commemorazioni, ma non ha dato a Graziella Accetta e Antonio Domino la risposta che aspettano.
Palermo e Capaci ricordano Claudio con quattro giornate di iniziative, dal 6 al 9 ottobre: un ulivo, gli incontri con gli studenti, il teatro dei pupi, un libro, una corona d’alloro. Al centro c’è la volontà di far conoscere ai ragazzi di oggi quel bambino. E di tenere insieme il suo ricordo e la domanda di giustizia.
Claudio prima di diventare un nome da commemorare
Era nato a Palermo l’8 gennaio 1975, secondo di tre figli. Il padre Antonio, chiamato Ninni, lavorava alla SIP e aveva affiancato a quell’impiego l’attività nel settore delle pulizie. La madre Graziella gestiva una cartolibreria in via Fattori, nel quartiere San Lorenzo. Una famiglia, il lavoro, la scuola, gli amici: la vita dentro la quale Claudio avrebbe dovuto crescere.
I genitori hanno raccontato un particolare che aiuta a immaginarlo molto più di una formula commemorativa: alle elementari riempiva lo zaino di brioscine da dividere con i compagni che ne avevano bisogno. Era vivace, generoso. Prima della fotografia diventata simbolo di un delitto irrisolto, c’era un bambino che portava a scuola la merenda anche per gli altri.
Nella nota che accompagna le iniziative di quest’anno, la cugina Delia Accetta restituisce un altro frammento di quella vita: «L’ultima volta che ci siamo visti era in ospedale: io ero stata operata di appendicite e lui era venuto a trovarmi. Ricordo ancora che si era mangiato tutti i miei cioccolatini».
È l’ultimo incontro che conserva di lui. Non ebbe la possibilità di salutarlo prima dell’omicidio. Quarant’anni dopo, anche quei cioccolatini raccontano ciò che la violenza ha interrotto: una visita, una piccola complicità, il tempo ordinario di due bambini.
La sera dell’omicidio a San Lorenzo
La sera del 7 ottobre 1986 Claudio si trovava nel quartiere San Lorenzo, vicino alla cartolibreria della madre, in compagnia di altri bambini. Un uomo a bordo di una moto richiamò la sua attenzione, lo fece avvicinare e gli sparò un colpo di pistola. L’agguato era diretto contro di lui.
La domanda che attraversa tutta questa storia nasce lì: quale interesse poteva esserci a eliminare un bambino di undici anni? Le indagini avrebbero cercato una risposta nelle attività criminali del quartiere, negli affari e nelle relazioni che circondavano la Palermo di quegli anni. Nessuna delle ricostruzioni ha portato a una sentenza che individui i responsabili dell’assassinio.
Il maxiprocesso e quel «noi» di Bontate
Nel 1986 Palermo era anche la città del maxiprocesso a Cosa nostra, cominciato il 10 febbraio nell’aula bunker dell’Ucciardone. L’eco dell’uccisione di Claudio raggiunse anche quell’aula: Giovanni Bontate prese la parola per dissociarsi dall’assassinio, in una scena destinata a restare nella memoria.
Anni dopo, Pietro Grasso, che di quel processo era stato giudice a latere, spiegò ad Attilio Bolzoni il significato di quel passaggio: «Per la prima volta un mafioso pronunciò la parola “noi”: noi, significava noi mafiosi». Nel tentativo di prendere le distanze dall’omicidio, quel plurale finiva per ammettere l’esistenza di un’organizzazione che gli imputati cercavano di negare.
È uno degli aspetti più amari della vicenda: il nome di Claudio è rimasto legato a un momento importante dell’accertamento giudiziario su Cosa nostra, senza che la sua famiglia ottenesse un accertamento equivalente sulla morte del figlio.
Le piste e le verità mai accertate
Tra gli aspetti esaminati dagli investigatori ci furono l’impresa di pulizie della famiglia e la gara per il servizio nell’aula bunker del maxiprocesso. Il collegamento è tornato spesso nei racconti del caso. Da quel filone, però, non è emersa una spiegazione giudiziariamente accertata dell’omicidio.
Un’altra pista riguardò la possibilità che Claudio avesse assistito involontariamente ad attività criminali legate alla droga. In questo contesto emerse il nome di Salvatore Graffagnino, titolare di un bar della zona, a sua volta assassinato. Nei processi sul suo omicidio si ricostruì che era stato ucciso perché ritenuto responsabile della morte del bambino. Quelle condanne riguardano l’assassinio di Graffagnino: la responsabilità per l’uccisione di Claudio è rimasta senza un accertamento giudiziario.
Un ulteriore filone ha riguardato il possibile coinvolgimento di Giovanni Aiello, l’ex poliziotto conosciuto come “faccia da mostro”. Il tema compare anche negli atti della Commissione parlamentare antimafia: nell’audizione del 16 novembre 2021, Luana Ilardo riferì quanto avrebbe raccontato suo padre Luigi, confidente dei carabinieri, sull’omicidio Domino e su quel personaggio. Sono dichiarazioni da valutare e verificare, non una conclusione della Commissione sulla responsabilità del delitto.
Nel corso dell’ultima indagine sono state riesaminate dichiarazioni e informazioni su questa pista. La ricostruzione della richiesta di archiviazione, pubblicata da LiveSicilia, dà conto dei problemi di riscontro e delle contraddizioni presenti in alcuni racconti. Anche questo filone non ha consegnato una soluzione giudiziaria all’omicidio.
La vicenda conserva dunque domande precise. Che cosa aveva visto Claudio, se davvero aveva visto qualcosa? Chi decise che dovesse morire? Chi organizzò l’agguato? Le ipotesi formulate negli anni descrivono possibili risposte. Presentarle come fatti accertati aggiungerebbe confusione a una storia che ne ha già subita abbastanza.
L’archiviazione dell’ottobre 2025
La riapertura dell’inchiesta nel 2021 aveva riportato attenzione sul caso e alimentato le speranze della famiglia. Nell’ottobre 2025 il giudice per le indagini preliminari di Palermo ha accolto la richiesta della Procura e archiviato il fascicolo. L’avvocato Antonio Ingroia, che assiste i Domino, si era opposto alla chiusura delle indagini.
Al quarantennale il caso arriva dunque ancora senza colpevoli. La distanza tra la quantità di racconti raccolti e la possibilità di individuare responsabilità sostenibili in giudizio resta il nodo della vicenda.
Per Graziella e Antonio, il punto continua a essere la sorte del figlio. Sapere come fu organizzata la sua uccisione, da chi e per quale ragione è la risposta che hanno chiesto attraversando questi quarant’anni. La conclusione dell’ultima fase investigativa ha lasciato quella richiesta insoddisfatta.
La battaglia dei genitori, dalle istituzioni alle scuole
La famiglia ha portato il caso anche davanti alla Commissione antimafia dell’Assemblea regionale siciliana. La relazione sull’attività svolta nel 2024 documenta un ciclo di audizioni avviato su richiesta dei familiari: furono ascoltati i genitori, Antonio Ingroia e l’avvocato Vincenzo Gervasi, per acquisire informazioni sulle indagini e sui processi che avevano affrontato indirettamente l’omicidio. Il documento registrava l’assenza di una ricostruzione della verità.
Accanto alla richiesta rivolta alle istituzioni, Graziella e Ninni hanno costruito un percorso nelle scuole. Raccontano Claudio e gli altri bambini assassinati dalle mafie, consegnando agli studenti storie che rischiano di restare ai margini della memoria pubblica. La Rai documentava già nel 2018 questo lavoro, durante un incontro con gli alunni della scuola Borgese di Palermo.
La loro testimonianza ha raggiunto anche Trapani. Il 3 marzo scorso Graziella Accetta è intervenuta al Polo universitario, nel convegno “Oltre la repressione”, dedicato ai percorsi di legalità, al rispetto della dignità umana e alla funzione rieducativa della pena. Una madre ancora in attesa di giustizia ha portato la propria esperienza dentro una discussione su quale giustizia costruire. tp24.it
È un impegno che chiede molto a chi lo sostiene: tornare ogni volta su una perdita, raccontarla davanti a persone che non hanno conosciuto Claudio, trovare parole comprensibili anche a chi ha la stessa età che aveva lui. Il lavoro della memoria passa anche da questa fatica.
La favola della mafia che risparmia i bambini
La presa di distanza dei boss dal delitto Domino non autorizza alcuna nostalgia per un presunto codice d’onore. Basta guardare a ciò che era accaduto appena un anno e mezzo prima, nella nostra provincia: il 2 aprile 1985, a Pizzolungo, l’attentato contro il magistrato Carlo Palermo aveva ucciso Barbara Rizzo e i suoi gemelli, Salvatore e Giuseppe Asta. Avevano sei anni.
Le vite di quei bambini sono parte della storia di Cosa nostra quanto i discorsi con cui i boss hanno cercato di rappresentarsi. Ricordarle serve anche a impedire che la propaganda criminale sopravviva alle sue vittime. La memoria di Claudio appartiene a questa responsabilità collettiva, insieme alla necessaria precisione su ciò che del suo omicidio è stato accertato e su ciò che resta da chiarire.
Angelo Sicilia, l’amico che racconta Claudio con i pupi
Nel programma delle commemorazioni un ruolo centrale è affidato ad Angelo Sicilia. Il legame del puparo con questa storia è personale: era un amico d’infanzia di Claudio. Nel 2023 il suo spettacolo “Claudio Domino, bambino” fu rappresentato all’Istituto comprensivo Ignazio Florio-San Lorenzo, la scuola frequentata dal piccolo. I genitori gli avevano affidato il racconto della vita del figlio.
Quell’amicizia dà un significato particolare al ritorno dei “Pupi Antimafia” in piazza Bologni. Un linguaggio della tradizione siciliana viene usato per incontrare gli studenti e raccontare una storia che li riguarda: quella di un loro coetaneo, con i suoi giochi, gli affetti, il diritto di diventare adulto.
Le commemorazioni del 7 ottobre a Palermo
La giornata centrale del programma diffuso dagli organizzatori è oggi, mercoledì 7 ottobre. Alle 9, in via Claudio Domino, è prevista la commemorazione con la deposizione di una corona d’alloro. Partecipano le scuole I.C.S. “I. Florio - San Lorenzo”, I.C. “Alessandra Siragusa”, I.C. “Casteldaccia” e I.C.S. “Giovanni Falcone”.
Sono annunciate, insieme ai genitori di Claudio, le presenze del sindaco Roberto Lagalla, della vicesindaca Brigida Alaimo, dell’assessore alla Cultura Antonio Rini, del presidente della Corte d’Appello di Palermo Antonio Balsamo e della presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. Nel programma figura anche Francesco Accordino, già dirigente della sezione omicidi della Polizia di Stato negli anni Ottanta e Novanta.
Alle 11.30 e alle 12.30, in piazza Bologni, Angelo Sicilia propone “Pupi Antimafia”, rivolto soprattutto alle nuove generazioni e al pubblico scolastico.
Alle 17, nella Sala Perriera dei Cantieri Culturali alla Zisa, è in calendario la presentazione del libro “Il Palazzo dei Pupi”. Sono previsti gli interventi di Antonio Balsamo, Francesco Accordino, Carmine Mancuso e Antonio Ingroia. Modera il giornalista Roberto Greco; le letture sono affidate a Stefania Blandeburgo.
L’ulivo a Capaci e gli appuntamenti dell’8 e 9 ottobre
L’apertura del calendario è stata fissata per il 6 ottobre alle 10, al Parco Regionale della Memoria di Capaci, con la piantumazione di un ulivo dedicato a Claudio, a cura dell’associazione Quarto Savona Quindici, insieme alla famiglia, alle istituzioni e alla comunità scolastica.
Il programma prosegue giovedì 8 ottobre alle 9, nell’Aula Bunker, con un incontro dedicato a Claudio, alla memoria e all’impegno civile, alla presenza della famiglia, delle autorità e degli studenti. Lo stesso giorno, in piazza Bologni, sono previsti tre spettacoli di “Pupi Antimafia”, alle 10, alle 11 e alle 12.
Le rappresentazioni per gli studenti tornano venerdì 9 ottobre, sempre in piazza Bologni, agli stessi orari: 10, 11 e 12. Le iniziative hanno il patrocinio del Comune di Palermo e coinvolgono una rete di realtà culturali e associative, tra cui Le Baccanti e Quarto Savona Quindici.
Quarant’anni di attesa
«La memoria ha senso quando riesce a parlare alle nuove generazioni e a diventare futuro», dice Delia Accetta. È il senso del percorso costruito per questo anniversario: fare in modo che i ragazzi incontrino Claudio attraverso una voce familiare, uno spettacolo, una storia raccontata in classe.
A questi ragazzi va consegnata anche la parte più difficile da spiegare: un bambino è stato assassinato e, quarant’anni dopo, la giustizia non ha individuato chi lo ha ucciso. È una mancanza che riguarda Palermo, la Sicilia e lo Stato.
Gli anniversari si possono contare. Per Graziella e Antonio l’attesa resta la stessa: sapere chi ha ucciso Claudio e perché.
Se c'è un territorio che più di ogni altro rappresenta la crescita del traffico marittimo in Sicilia occidentale nel 2026, questo è senza dubbio l'arcipelago delle Egadi. I dati relativi al periodo compreso...
Restano in piedi le condanne per mafia decise in primo grado nel processo nato dall’operazione “Ruina”, il blitz che nel dicembre del 2020 colpì la cosca di Calatafimi-Segesta. La terza sezione della Corte d’Appello di...
Chi c’era davvero dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio? Chi furono i mandanti degli attentati che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte? E soprattutto:...
È una delle forme più comuni di comunicazione locale. Esci di casa al mattino e trovi un foglio attaccato accanto all’ingresso: l’acqua verrà interrotta, sarà vietato parcheggiare, sono...