Stragi del 92: il confronto, i "veleni" su mandanti e depistaggi e il diritto alla verità
Chi c’era davvero dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio? Chi furono i mandanti degli attentati che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte? E soprattutto: è sufficiente spiegare quella stagione esclusivamente attraverso il rapporto tra Cosa nostra, gli appalti e gli interessi economici della mafia?
Sono le domande tornate al centro del confronto nazionale con la conferenza “Stragi. Diritto alla verità”, ospitata il 30 settembre nella sede della Federazione nazionale della stampa italiana.
L'iniziativa nasce dall'appello sottoscritto nel maggio scorso da 33 giornalisti siciliani e rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidenza della Commissione parlamentare Antimafia. Nel corso dei mesi, però, l'appello ha raccolto numerose nuove adesioni, arrivando a superare il doppio delle firme iniziali. Come ha spiegato la segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, i sottoscrittori «non sono più 33 ma oltre il doppio», tra i quali figurano anche la stessa Costante, il segretario di Stampa Romana Stefano Ferrante e l'ex segretario Lazzaro Pappagallo.
La richiesta dei promotori è di non considerare esaurita l'attività investigativa con la sola pista “mafia-appalti”, ma di continuare a verificare gli altri elementi emersi nel corso degli anni: i possibili rapporti con ambienti eversivi, la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra, gli interessi politici ed economici e soprattutto il capitolo dei depistaggi.
Costante: «La chiarezza sulle stragi è una battaglia di tutti i giornalisti»
«Quella promossa dall'appello dei 33 giornalisti siciliani è una battaglia di tutti i giornalisti, deve esserlo. Abbiamo l'obbligo morale di chiedere chiarezza».
È il passaggio centrale dell'intervento di Alessandra Costante. La segretaria generale della Fnsi ha ricordato che le firme alla lettera sono ormai più che raddoppiate e che la richiesta non riguarda una particolare tesi investigativa, ma la necessità di continuare a esaminare una delle pagine più oscure della storia italiana.
«Quello che si chiede è di fare chiarezza su un periodo oscuro della storia italiana», ha spiegato Costante, sottolineando come la vicenda delle stragi non possa essere considerata soltanto una storia di mafia, perché nel corso degli anni sono emersi intrecci, segreti e circostanze che, secondo i promotori, non sono stati completamente chiariti.
Per la Fnsi la questione riguarda anche il ruolo dell'informazione. Il sindacato, ha ricordato Costante, non tutela soltanto i diritti contrattuali e sociali dei giornalisti, ma anche i doveri legati alla professione.
«Abbiamo un obbligo morale di chiedere la verità», ha detto, richiamando il rapporto tra informazione e democrazia.
Da L'Ora alla Fnsi, una generazione di giornalisti torna a interrogare la storia
Alla conferenza romana era presente una significativa rappresentanza di giornalisti che hanno raccontato direttamente gli anni della mafia e delle stragi.
C'erano Attilio Bolzoni, Bianca Stancanelli, Giacomo Di Girolamo, Nicola Lombardozzi e Pippo Crapanzano, oltre a Roberto Leone, vicesegretario vicario di Assostampa Sicilia, che ha moderato gli interventi insieme a Franco Nuccio e Antonio Ortoleva.
"La richiesta è semplice: non ridurre tutto a “mafia e appalti”, continuare a cercare anche altrove, nei rapporti con ambienti eversivi, nei possibili concorsi esterni, nelle zone grigie dello Stato. Ho detto quello che penso da tempo: il tritolo di Capaci e via D’Amelio era mafioso, la manovalanza era mafiosa. Ma Cosa Nostra non ha mai vissuto in un vuoto pneumatico.Il problema, trent’anni dopo, non è soltanto sapere chi mise il tritolo. È impedire che si costruisca una verità più piccola, più comoda, più rassicurante.
Noi giornalisti non siamo passacarte delle verità parziali. Il diritto alla verità non può essere archiviato. E neppure prescritto", così il direttore di tp24 nel suo editoriale "Sette giorni ci cattivi pensieri".
La presenza di numerosi ex giornalisti de L'Ora dà alla discussione anche un valore generazionale. È la voce di chi ha conosciuto il giornalismo antimafia quando raccontare Cosa nostra significava confrontarsi quotidianamente con minacce, pressioni e omicidi.
Il punto della conferenza, però, non è stato quello di trasformare il giornalismo in un tribunale parallelo. La richiesta è stata piuttosto quella di mantenere aperto il confronto su una vicenda nella quale esistono ancora differenti ricostruzioni giudiziarie e investigative.
Il nodo della pista mafia-appalti
La questione più controversa è la cosiddetta pista mafia-appalti.
Il rapporto tra Cosa nostra, imprese, grandi lavori pubblici e interessi economici rappresenta da decenni uno degli elementi attraverso i quali è stata analizzata la stagione stragista. Ma la domanda posta dai firmatari dell'appello è un'altra: quella pista è sufficiente a spiegare tutto? I promotori ritengono che non lo sia e chiedono che non vengano trascurati gli altri filoni emersi nel corso degli anni. Il confronto non riguarda quindi l'esistenza della pista mafia-appalti, ma il suo peso nella ricostruzione complessiva delle stragi.
Il nodo dei 43 approfondimenti
Uno dei punti più delicati riguarda le decisioni assunte dalla magistratura di Caltanissetta.
Da una parte c'è il provvedimento del gip Santi Bologna, che ha disposto l'archiviazione del procedimento relativo alla pista mafia-appalti, ritenendo non sufficientemente dimostrato il nesso causale tra quella vicenda e la strage di via D'Amelio.
Dall'altra c'è il precedente provvedimento della gip Graziella Luparello, che aveva respinto una richiesta di archiviazione nell'indagine sui mandanti esterni e disposto una serie di nuovi approfondimenti investigativi, indicati in 43 punti.
È proprio questa sovrapposizione di decisioni e prospettive differenti a rendere particolarmente delicata la fase attuale.
Non esiste, infatti, una sola lettura degli elementi ancora da verificare. Ed è su questo terreno che si inserisce l'appello dei giornalisti: evitare che una delle piste venga considerata automaticamente sostitutiva di tutte le altre.
Depistaggi, mandanti esterni e una storia giudiziaria ancora controversa
Nell'appello dei giornalisti c'è un altro passaggio significativo: il riferimento ai depistaggi.
La richiesta alla Commissione parlamentare Antimafia è di non relegare sullo sfondo decenni di acquisizioni investigative, processuali e giornalistiche che hanno evidenziato, secondo i promotori, l'esistenza di depistaggi e di possibili interessi esterni a Cosa nostra.
Il tema non nasce oggi. La vicenda del depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio, con la falsa pista costruita attorno a Vincenzo Scarantino, è stata oggetto di numerosi procedimenti giudiziari e rappresenta uno degli elementi più drammatici della storia investigativa della strage.
La questione ancora aperta è capire chi abbia avuto interesse a costruire quelle false piste, perché e per proteggere quali responsabilità.
È uno dei terreni sui quali il dibattito continua a essere più acceso.
Il caso Scarpinato e lo scontro sulle intercettazioni
Dentro questo quadro si inserisce anche la nuova polemica che ha coinvolto Roberto Scarpinato, oggi senatore del Movimento 5 Stelle ed ex magistrato.
Scarpinato ha respinto l'accusa di avere svolto un'attività di depistaggio nelle conversazioni con l'ex magistrato Gioacchino Natoli. Secondo la sua versione, avrebbe semplicemente sollecitato Natoli a riferire alla Commissione Antimafia una circostanza che lo stesso Natoli gli aveva precedentemente raccontato.
Il riferimento è alla riunione del 14 luglio 1992 nella Procura di Palermo, nella quale, secondo quanto sostenuto da Scarpinato, il magistrato Lo Forte avrebbe riferito della parziale e temporanea archiviazione di un filone dell'indagine mafia-appalti.
Scarpinato contesta quindi radicalmente la definizione di “depistante” contenuta nel provvedimento del gip Bologna e sostiene che il suo intervento fosse finalizzato a fare emergere una circostanza che riteneva vera.
Il M5S: la polemica sulla “pista nera”
La vicenda ha provocato anche una reazione politica.
I parlamentari siciliani del Movimento 5 Stelle hanno accusato la maggioranza di avere un atteggiamento contraddittorio rispetto agli approfondimenti sulle stragi e hanno difeso Scarpinato, contestando l'attenzione riservata alle sue posizioni mentre, secondo il M5S, altre vicende relative a rapporti tra politica e ambienti criminali non riceverebbero la stessa attenzione.
I parlamentari pentastellati hanno inoltre sostenuto che le stragi del 1992-93 non possano essere considerate esclusivamente mafiose e hanno chiesto di continuare a indagare sui possibili mandanti e complici esterni.
Si tratta di una posizione politica che va distinta dagli accertamenti giudiziari. Le responsabilità penali e i nessi causali devono essere stabiliti sulla base delle prove nelle sedi competenti.
La replica di Scarpinato: «Non mi arrenderò mai»
Scarpinato ha risposto alle accuse definendo «gravemente falsa» l'affermazione secondo cui avrebbe tentato di depistare le indagini o i lavori della Commissione Antimafia.
Il senatore sostiene che il punto centrale sia un altro: secondo la sua ricostruzione, le stragi del 1992-93 non sarebbero spiegabili soltanto attraverso le motivazioni interne a Cosa nostra e richiederebbero ulteriori approfondimenti sui possibili mandanti esterni.
Ha inoltre contestato l'utilizzo processuale delle sue conversazioni telefoniche e denunciato quella che considera una disparità di trattamento rispetto ad altri esponenti politici.
«Non mi arrenderò mai», ha affermato Scarpinato, ribadendo la volontà di continuare a occuparsi della vicenda delle stragi.
Anche in questo caso, però, le affermazioni del senatore rappresentano la sua posizione rispetto a una vicenda giudiziaria ancora oggetto di confronto e non possono essere sovrapposte automaticamente a un accertamento definitivo.
La domanda che resta: chi ha voluto le stragi?
A 34 anni da Capaci e via D'Amelio, il nodo centrale rimane quello posto dai giornalisti che hanno firmato l'appello.
Chi decise realmente la stagione stragista?
La responsabilità materiale di Cosa nostra negli attentati è stata oggetto di numerosi accertamenti giudiziari. Più complesso è il tema dei possibili mandanti esterni, degli eventuali interessi convergenti e delle responsabilità che potrebbero collocarsi oltre l'organizzazione mafiosa.
È su questo terreno che il dibattito continua a produrre contrapposizioni: tra chi considera centrale la pista mafia-appalti e chi chiede di approfondire maggiormente altre ipotesi; tra differenti valutazioni della magistratura; tra forze politiche che leggono in maniera opposta gli stessi passaggi giudiziari.
La conferenza della Fnsi ha quindi riportato al centro una questione che non appartiene soltanto agli addetti ai lavori. Riguarda la possibilità per l'opinione pubblica di distinguere ciò che è stato accertato da ciò che è stato archiviato, ciò che è stato smentito e ciò che resta ancora da verificare.
Il dovere del giornalismo
La posizione della Fnsi, espressa da Costante, parte da qui: il giornalismo non può stabilire chi siano i mandanti delle stragi, ma può continuare a seguire gli atti, le sentenze, le archiviazioni e le nuove indagini.
Può mettere a confronto i provvedimenti giudiziari, verificare le dichiarazioni dei protagonisti, ricostruire i passaggi oscuri e soprattutto evitare che il trascorrere degli anni faccia perdere memoria delle questioni ancora controverse.
È questo, in fondo, il senso della conferenza “Stragi. Diritto alla verità”: non costruire una verità giornalistica alternativa a quella giudiziaria, ma mantenere alta l'attenzione su una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. A 34 anni da Capaci e via D'Amelio, alcune risposte sono arrivate. Altre domande, invece, restano ancora sul tavolo.
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