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08/10/2026 13:24:00

Ecco la nuova legge elettorale. Che lascia molti dubbi ... 

Cambia ancora una volta la legge con cui gli italiani eleggono Camera e Senato. Il Parlamento ha completato oggi l’iter dello “Stabilicum”, la nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza e fortemente contestata dalle opposizioni.

Cambierà parecchio. Spariscono quasi del tutto i collegi uninominali, torna il proporzionale, arriva un premio di maggioranza al 42%, ricompaiono le preferenze. Ma non completamente: resteranno infatti capilista scelti dai partiti, ai quali l’elettore non potrà preferire un altro candidato.

E soprattutto il meccanismo è parecchio più complicato di quanto suggerisca il nome. La chiamano “Stabilicum”, perché dovrebbe favorire la stabilità. Ma la stabilità, in realtà, non è affatto assicurata.

 

Addio collegi uninominali: si torna al proporzionale

 

La prima grande novità riguarda il sistema elettorale.

Con la nuova legge i collegi uninominali vengono sostanzialmente eliminati, salvo alcune particolarità territoriali, e l’impianto diventa proporzionale.

Significa che, in linea generale, ogni partito riceverà un numero di parlamentari corrispondente alla propria percentuale di voti.

In linea generale, appunto.

Perché poi arriva il premio.

 

La soglia magica del 42%

 

Il cuore dello Stabilicum è il premio di maggioranza.

Una lista o una coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti sia alla Camera sia al Senato ottiene un premio di 70 deputati e 35 senatori.

C’è però un limite: sommando parlamentari conquistati proporzionalmente e premio, non si potranno superare 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eletti all’estero.

Se invece nessuno arriva al 42%, oppure se una coalizione raggiunge quella percentuale soltanto in una delle due Camere, il premio scompare completamente e tutti i seggi vengono ripartiti con il proporzionale.

Ed è qui il primo paradosso della legge chiamata “Stabilicum”.

Il premio non attribuisce automaticamente il 50% più uno dei seggi. È un numero fisso. Quindi può rafforzare chi vince, ma non necessariamente consegnargli una maggioranza parlamentare autosufficiente.

Dall’altro lato, se nessuno raggiunge il 42%, si torna al proporzionale puro, con la possibilità che dopo il voto siano necessari accordi parlamentari per formare un governo.

Insomma: il nome promette stabilità. La legge offre, più prudentemente, una possibilità.

 

 

Tornano le preferenze. Ma non per tutti

 

La modifica più importante introdotta durante il passaggio al Senato riguarda le preferenze.

L’elettore troverà accanto al simbolo del partito un capolista già individuato dalla forza politica e, sotto, un elenco di altri sei candidati.

Tra questi ultimi sarà possibile esprimere fino a tre preferenze.

Il problema è proprio quel primo nome.

Il capolista resta infatti bloccato. Non viene scelto attraverso le preferenze e conserva una posizione privilegiata nell’assegnazione del seggio.

Quindi sì, rispetto alle liste completamente bloccate il cittadino recupera una parte del proprio potere di scelta. Ma soltanto una parte.

È una specie di preferenza con il freno a mano tirato: l’elettore sceglie, ma il partito continua a scegliere prima di lui.

 

Il “listone” del premio

 

C’è poi un secondo livello di candidati.

Per assegnare i 70 deputati e i 35 senatori del premio di maggioranza, le coalizioni dovranno presentare apposite liste circoscrizionali. I candidati inseriti in queste liste dovranno essere presenti anche come capilista nei collegi.

È un meccanismo che conserva dunque un peso significativo alle segreterie dei partiti nella scelta dei parlamentari.

Ed è uno dei motivi per cui le opposizioni hanno contestato la riforma, sostenendo che le preferenze introdotte siano soltanto parziali. Il deputato Pd Federico Fornaro, durante il dibattito, ha sostenuto ad esempio che meno di un eletto su cinque potrebbe essere scelto effettivamente attraverso le preferenze.

Una valutazione politica, naturalmente. Ma il punto tecnico rimane: capilista e candidati legati al premio non vengono selezionati dall’elettore nello stesso modo degli altri candidati.

 

Tre preferenze e alternanza di genere

 

Chi decide di utilizzare più preferenze dovrà rispettare l’alternanza di genere.

Le tre preferenze possono essere espresse scegliendo candidati di sesso diverso secondo l’alternanza prevista dalla legge. Se la sequenza non viene rispettata, le preferenze successive incompatibili vengono annullate.

Il sistema non prevede invece la stessa regola per i capilista.

Anche questo è stato uno dei punti più discussi durante l’esame parlamentare.

 

Il candidato premier indicato prima delle elezioni

 

Un’altra novità riguarda Palazzo Chigi.

Liste e coalizioni dovranno indicare, al momento della presentazione del programma, la persona che intendono proporre come presidente del Consiglio.

Attenzione però: non significa che gli italiani eleggeranno direttamente il premier.

Il nome non comparirà sulla scheda elettorale e resta intatto quanto previsto dall’articolo 92 della Costituzione: il presidente del Consiglio viene nominato dal presidente della Repubblica.

L’indicazione avrà dunque soprattutto un fortissimo significato politico: le coalizioni arriveranno davanti agli elettori dichiarando in anticipo chi intendono proporre per Palazzo Chigi.

 

Restano le soglie: 3% e 10%

 

Non cambiano invece le principali soglie di accesso al Parlamento.

Per ottenere seggi una lista dovrà raggiungere almeno il 3%, mentre per le coalizioni resta la soglia del 10%.

È inoltre previsto il ripescaggio della lista coalizzata che, pur restando sotto il 3%, abbia ottenuto il miglior risultato tra quelle escluse.

Ma c’è un dettaglio importante.

Per calcolare se una coalizione ha raggiunto il fatidico 42% utile al premio, vengono conteggiati anche i voti delle liste coalizzate rimaste sotto il 3%.

Quindi una lista può non essere abbastanza grande da eleggere propri parlamentari, ma essere comunque abbastanza utile da contribuire alla vittoria della coalizione.

La politica italiana, del resto, ha sempre avuto una certa fantasia nel dare valore anche ai voti che apparentemente non contano.

 

La vera stretta è per chi vuole fondare un nuovo partito

 

Una delle norme meno raccontate, ma probabilmente più rilevanti, riguarda la raccolta delle firme.

Per le nuove formazioni politiche il numero minimo sale da 1.500 a 6 mila firme per collegio.

Per una forza che voglia presentarsi in tutto il territorio nazionale si può arrivare a circa 450 mila sottoscrizioni.

Sono invece previste diverse esenzioni per le forze già rappresentate in Parlamento.

È una barriera d’ingresso molto pesante: mentre la legge dichiara di voler restituire agli elettori una maggiore possibilità di scegliere i candidati, rende contemporaneamente molto più difficile per nuovi soggetti politici arrivare sulla scheda.

Un equilibrio quantomeno curioso.

 

Voto fuori sede: finalmente una regola stabile

 

Tra le novità più concrete c’è quella sul voto degli elettori fuori sede.

Chi è temporaneamente domiciliato in un Comune diverso da quello nelle cui liste elettorali è iscritto potrà votare nel luogo in cui si trova, a determinate condizioni.

La regola generale richiede un domicilio temporaneo di almeno nove mesi. Per chi si trova lontano da casa per cure mediche il requisito scende a tre mesi. Il Senato ha inoltre esteso la possibilità ai caregiver di familiari o figli ricoverati in un'altra regione.

Sono previsti termini precisi per iscriversi negli appositi elenchi comunali: chi matura successivamente i requisiti deve presentare domanda entro trenta giorni e comunque non oltre il quarantacinquesimo giorno precedente la consultazione.

È probabilmente una delle innovazioni meno controverse e più utili della riforma.

 

Cambia anche il voto degli italiani all'estero

 

La legge modifica anche le ripartizioni della circoscrizione Estero.

Oggi sono quattro sia per Camera sia per Senato. Con la riforma diventano due alla Camera e una sola al Senato.

Non cambia invece il numero complessivo dei parlamentari eletti all'estero: otto deputati e quattro senatori.

 

Una legge costruita sul compromesso

 

Lo Stabilicum nasce dopo mesi di trattative, modifiche, votazioni segrete e incidenti parlamentari.

Alla Camera, nella prima lettura di luglio, proprio l’emendamento sulle preferenze era stato bocciato per appena un voto. Il Senato le ha poi reintrodotte, costringendo il testo a tornare a Montecitorio. Il Governo ha infine posto la questione di fiducia sugli articoli centrali della riforma, ottenendola nei passaggi del 6 e 7 ottobre.

Il risultato è una legge che prova a mettere insieme esigenze difficili da conciliare: proporzionale e premio di maggioranza, preferenze e capilista bloccati, scelta dell’elettore e candidati predeterminati dai partiti, indicazione del premier e prerogative del Quirinale.

Un compromesso molto italiano.

E soprattutto una legge che non risolve il problema fondamentale che dice di voler affrontare: garantire contemporaneamente rappresentanza e governi stabili.

Se una coalizione supera il 42%, il premio può aiutarla. Se resta appena sotto, tutto torna proporzionale. Se raggiunge la soglia soltanto in una Camera, niente premio. E anche quando il premio viene assegnato, non esiste la certezza matematica della maggioranza assoluta.

Più che una macchina costruita per produrre stabilità, insomma, è una macchina che spera di trovarla.

E nel frattempo conserva parecchio potere nelle mani dei partiti.



Elezioni | 2026-10-05 06:00:00
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