Il futuro di Renato Schifani rischia di trascinare con sé quello dell’intera legislatura siciliana. Lo scontro sulla ricandidatura del presidente della Regione ha superato i confini della discussione interna a Forza Italia: adesso riguarda la tenuta del governo, il calendario elettorale e la sorte dei deputati regionali. Il partito vuole aprire una stagione politica nuova; il governatore deve decidere se accettare di completare il mandato senza la garanzia di un secondo incarico o interrompere anzitempo il percorso.
A Palazzo d’Orléans le ore di confronto con i collaboratori e i parlamentari più vicini non hanno prodotto un annuncio formale di dimissioni. Hanno però reso evidente la profondità della frattura. Tra Schifani e Antonio Tajani ci sarebbe stata una telefonata dai toni particolarmente accesi, con la candidatura alle regionali del 2027 al centro del confronto. Schifani, dicono da Roma, non otterrà il bis.
Oggi è prevista la convocazione della giunta. All’ordine del giorno ci sono i “provvedimenti più urgenti”. Questo significa che domani stesso, o al massimo venerdì mattina, il governatore potrebbe scegliere di dimettersi oppure di azzerare la giunta e andare avanti con un governo tecnico o di salute pubblica, per poi dimettersi a dicembre e portare la Sicilia al voto entro 90 giorni.
Schifani non deve presentare le dimissioni alla giunta: potrebbe solo anticiparle come mero atto di garbo istituzionale. Le dimissioni vanno formalizzate nelle mani del presidente dell’ARS, Gaetano Galvagno. E domani, un’ora dopo la giunta, si terrà proprio la seduta dell’ARS.
A decidere per Schifani non saranno, dunque, le segreterie romane, non sarà il suo partito né il commissario siciliano. Schifani ha già detto e sottolineato, tra le righe, che a decidere sarà lui stesso.
La richiesta di cambiamento e la risposta del presidente
A innescare la crisi sono state le dichiarazioni del commissario siciliano di Forza Italia, Nino Minardo, sulla necessità di rinnovare la proposta politica del partito nell’Isola. Finché non arriverà una scelta esplicita, resta irrisolto il punto centrale: con quale autorevolezza potrebbe proseguire il governo un presidente al quale il suo stesso partito prospetta la conclusione dell’esperienza politica nel 2027?
Il confronto proposto a Roma
Minardo ha proposto un incontro nella capitale con Tajani e Schifani per definire il percorso dei prossimi mesi. Il vertice dovrebbe chiarire soprattutto il rapporto tra la prosecuzione dell’attuale governo e la scelta del candidato per le prossime regionali.
Secondo le indiscrezioni, l’ipotesi sarebbe quella di assicurare il sostegno fino alla fine della legislatura, indicando però un altro nome per la presidenza. Schifani non ci sta.
Se Schifani lascia, si torna alle urne
L’ipotesi delle dimissioni ha conseguenze precise. Lo Statuto siciliano prevede che, se il presidente lascia l’incarico, entro i successivi tre mesi si svolgano nuove elezioni sia per la presidenza della Regione sia per l’Assemblea regionale.
Non sarebbe quindi possibile sostituire semplicemente Schifani con un altro esponente della maggioranza e proseguire la legislatura. La conclusione del suo mandato determinerebbe anche quella dell’Ars.
Lo stesso meccanismo scatterebbe con l’approvazione di una mozione di sfiducia, che richiede la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea: 36 voti su 70.
La legge regionale disciplina anche il passaggio successivo alle dimissioni: le funzioni presidenziali vengono assunte dal vicepresidente o, in sua assenza, dall’assessore più anziano per età, nei limiti dell’ordinaria amministrazione, fino all’insediamento del nuovo presidente.