Si chiude con una sentenza di assoluzione la vicenda giudiziaria di una donna di Castelvetrano accusata di aver percepito indebitamente l’assegno di inclusione. Il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Marsala, Sara Quittino, ha pronunciato una sentenza di non luogo a procedere, ritenendo insussistenti gli elementi necessari a sostenere l’accusa.
La vicenda era nata dalla domanda per ottenere il beneficio economico, presentata dalla donna attraverso un Caf. Nella documentazione risultava una dichiarazione sostitutiva unica che riportava informazioni relative alla condizione di disabilità della richiedente. Secondo l’ipotesi accusatoria, quella dichiarazione avrebbe consentito di ottenere un importo superiore a quello effettivamente spettante.
Nel corso del procedimento, tuttavia, è emersa una ricostruzione differente, che ha portato il giudice a escludere la responsabilità penale dell’imputata.
Il documento sanitario e l’errore nella compilazione
Un passaggio decisivo ha riguardato l’autenticità della documentazione medica presentata. Il verbale sanitario del 2008, secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, era autentico e non risultava contraffatto. Il documento riguardava effettivamente il figlio convivente della donna, titolare di una condizione di disabilità.
Dall’esame comparativo delle domande e delle dichiarazioni è emerso un errore nella compilazione della pratica da parte del Caf. Il documento sanitario, inizialmente associato alla posizione della madre, sarebbe stato inserito successivamente anche nella posizione del figlio, senza essere eliminato dalla prima.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Ignazio Cardinale, ha sostenuto che si fosse trattato di un errore materiale nella gestione della pratica e non di una condotta finalizzata a ottenere consapevolmente un beneficio non dovuto. Una ricostruzione che il giudice ha ritenuto fondata ai fini della decisione.
La restituzione di 6.090 euro
Un altro elemento rilevante è stato il comportamento tenuto dalla donna durante la procedura di recupero delle somme. L’imputata ha collaborato e ha aderito a un piano di rateizzazione, restituendo complessivamente 6.090 euro.
Secondo quanto riportato nella ricostruzione della vicenda, l’Inps aveva inizialmente riconosciuto come legittimamente erogate alcune delle somme contestate. La restituzione è quindi avvenuta nell’ambito della procedura di recupero degli importi ritenuti non dovuti.
La sentenza mette così fine al procedimento penale, escludendo che gli elementi raccolti consentissero di sostenere l’accusa nei confronti della donna.
La vicenda riporta l’attenzione sull’importanza della corretta compilazione delle dichiarazioni necessarie per accedere alle prestazioni sociali. Quando le domande vengono predisposte con l’assistenza di un intermediario, la verifica dei dati inseriti e della documentazione allegata assume un ruolo essenziale per evitare errori e successive contestazioni.