Sanità, la Sicilia resta indietro sulla prevenzione. E curarsi è sempre più difficile
Il diritto alla salute continua a essere garantito sulla carta, ma ottenere una visita, un esame o un’assistenza tempestiva è sempre più difficile. Il nono Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato il 7 ottobre alla Camera dei deputati, descrive un Servizio sanitario nazionale che mantiene buoni risultati complessivi di salute, ma perde progressivamente la capacità di assicurare prestazioni accessibili a tutti.
Per la Sicilia, questo allarme si accompagna a un dato preciso: nel monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza riferito al 2024, l’Isola risulta inadempiente nell’area della prevenzione. È una delle tre realtà che non raggiungono la sufficienza in tutte le macro-aree valutate, insieme alla Calabria, insufficiente nell’assistenza distrettuale, e alla Provincia autonoma di Bolzano, anch’essa carente nella prevenzione.
Un risultato evidenziato dall’analisi Gimbe pubblicata a settembre, che aiuta a leggere il rapporto nazionale dalla prospettiva siciliana.
Sicilia, la prevenzione resta il punto debole
La valutazione dei Lea riguarda tre ambiti: prevenzione, assistenza territoriale e assistenza ospedaliera. Per essere considerata adempiente, una Regione deve ottenere almeno 60 punti su 100 in ciascuno. La Sicilia resta sotto questa soglia nella prevenzione.
Un’insufficienza che richiama la necessità di intervenire sui servizi che devono tutelare la salute prima che il bisogno di cura diventi un’emergenza. Il giudizio riguarda questa specifica macro-area e non equivale a una bocciatura indistinta di tutti i reparti e di tutti i professionisti dell’Isola. Ma segnala una responsabilità organizzativa che la Regione è chiamata ad affrontare.
Il problema, inoltre, non si esaurisce nelle pagelle. Come sottolinea Gimbe, il superamento degli indicatori ministeriali non basta a dimostrare che ogni cittadino riesca effettivamente a ottenere le prestazioni di cui ha bisogno.
Più finanziamenti, ma risorse ancora insufficienti
Il rapporto contesta la lettura degli aumenti nominali del Fondo sanitario nazionale come prova sufficiente di un rafforzamento del servizio pubblico. Tra il 2022 e il 2026 il Fondo passa da 125,4 a 142,9 miliardi di euro, ma la sua incidenza sul Pil resta inferiore a quella del 2022.
Secondo i calcoli della Fondazione, mantenendo costante quel rapporto, nel periodo 2023-2026 la sanità avrebbe ricevuto 18,8 miliardi di euro in più. Sono quelli che Gimbe definisce “tagli invisibili”: risorse mancanti rispetto a un parametro di riferimento, pur in presenza di stanziamenti nominalmente crescenti.
Per le Regioni, Sicilia compresa, il nodo è la possibilità di trasformare i finanziamenti in servizi adeguati. Nel triennio 2027-2029, il rapporto indica un divario cumulativo di 32,3 miliardi tra le previsioni di spesa sanitaria e il Fondo. Senza ulteriori coperture, avverte Gimbe, la pressione ricadrebbe sui bilanci regionali e, di conseguenza, sui cittadini.
Visite ed esami: chi non riesce ad accedere resta fuori
Nel 2024, oltre 5,8 milioni di persone in Italia, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o un esame. Nel 2023 erano il 7,6%.
Circa quattro milioni indicano i lunghi tempi d’attesa tra le ragioni della rinuncia e 3,1 milioni le difficoltà economiche: motivazioni che possono sovrapporsi e che, quindi, non vanno sommate.
Il dato è nazionale, ma pone anche alla sanità siciliana una domanda concreta: quante prestazioni formalmente garantite diventano davvero disponibili entro tempi adeguati? La distanza tra il diritto riconosciuto e il servizio ottenuto è il terreno sul quale misurare l’efficacia delle politiche sanitarie.
Nel 2025, intanto, la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie italiane raggiunge 42,4 miliardi di euro. Una cifra che mostra quanto il bilancio domestico continui a pesare nell’accesso all’assistenza.
Personale e Pnrr: le strutture devono diventare servizi
La crisi del personale è un altro elemento decisivo. Gimbe stima, al primo gennaio 2025, una carenza nazionale di 5.716 medici di medicina generale e 497 pediatri di libera scelta. La dotazione infermieristica italiana resta inoltre inferiore del 29% alla media Ocse.
Sono dati nazionali, ma indicano un vincolo che riguarda qualsiasi progetto di potenziamento della sanità: senza professionisti, gli investimenti non si traducono automaticamente in assistenza.
È anche il punto sul quale il rapporto richiama l’attenzione per il Pnrr. La rendicontazione degli obiettivi e la validazione europea non bastano, da sole, a dimostrare un miglioramento delle cure. Occorrerà verificare l’effettiva operatività dei servizi, il personale disponibile e i risultati per i pazienti.
Per la Sicilia, la sfida è portare il rilancio della sanità dentro la vita quotidiana delle persone: rafforzare la prevenzione, rendere accessibili visite ed esami, assicurare continuità nell’assistenza territoriale.
È su questi risultati che andranno valutate le scelte della Regione e delle aziende sanitarie. Perché una prestazione prevista, ma che il cittadino non riesce a ottenere, resta una promessa incompiuta.
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