Il Premio Nobel per la Pace 2026 ha generato, paradossalmente, una guerra. Il riconoscimento è stato assegnato dal Comitato norvegese a Navi Pillay, ma contestato con veemenza, per usare un eufemismo, da Stati Uniti e Israele. La vincitrice è una giurista sudafricana, già Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani: Navanethem «Navi» Pillay. La motivazione del premio richiama «l’eccezionale coraggio e integrità nel suo lavoro contro i crimini di guerra».
Il responso rappresenta un chiaro messaggio del Comitato a sostegno del ruolo dell’ONU, in una fase in cui l’istituzione viene pesantemente criticata e disconosciuta da Donald Trump, che ambisce al premio. La giurista e diplomatica è nata a Durban nel 1941, in una famiglia di origini tamil, popolazione dello Sri Lanka che emigrò dall’India al Sudafrica negli anni Sessanta dell’Ottocento come lavoratori a contratto, in condizioni economiche modeste.
Pillay subisce fin dall’infanzia la violenza legittimata dell’apartheid. Grazie al sostegno economico della sua comunità, si laurea e diventa, sessant’anni fa, la prima donna di colore ad aprire uno studio legale nella provincia del Natal, difendendo anche Nelson Mandela.
Nel 1995, con la nascita del Sudafrica democratico, viene nominata dallo stesso Mandela prima giudice donna non bianca della Corte Suprema.
È, indubbiamente, una delle figure più autorevoli, determinate e talvolta divisive della giustizia internazionale contemporanea. La sua cifra professionale e umana racconta mezzo secolo di lotta contro l’impunità, la discriminazione di genere e i crimini di guerra.
Nel 2021 assume la presidenza della Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e su Israele. I rapporti presentati all’Assemblea generale dell’ONU hanno denunciato violazioni dei diritti umani da parte di Hamas.
Pillay ha dichiarato: «La Commissione ha stabilito che Israele è responsabile di un genocidio a Gaza», aggiungendo: «È evidente che sussiste l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti nella Convenzione sul genocidio».
La reazione del ministero degli Esteri israeliano è stata durissima: «Assegnare il Premio Nobel per la Pace a Pillay non è un atto di giustizia, ma la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele. Ora che il Comitato Nobel ha premiato la più grande menzogna del Ventunesimo secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno».
E ancora: «Se esistesse un premio per le menzogne, l’odio e le accuse infamanti, Pillay sarebbe la favorita assoluta. Il suo ruolo nell’incessante demonizzazione di Israele, con motivazioni politiche, e nella promozione delle accuse di genocidio è eloquente».
Trump è stato altrettanto lapidario sulla responsabilità della Norvegia nell’assegnazione del Nobel, definendola «una macchia indelebile».
È stata dichiarata belligeranza, principalmente, all’ONU.
Vittorio Alfieri