Il caso Fazio /3 : la banchina, il viaggio a Roma, Stefania Mode le 800 bottiglie ...
Dalle telefonate per evitare il trasferimento del dirigente Pietro Re all’incontro con l’ex presidente del Cga Raffaele De Lipsis. E poi Palazzo Europa, Stefania Mode e la fattura da 35 mila euro. Ci sono tanti episodi nelle motivazioni appena depositate del processo a carico di Mimmo Fazio, ex Sindaco di Trapani, che stiamo analizzando in questi giorni su Tp24. I reati sono prescritti, ma la Corte esclude l’assoluzione nel merito e lascia ferma la confisca diretta.
Una banchina da vendere, un dirigente da non trasferire, un viaggio a Roma per incontrare un ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa. E infine 800 bottiglie di vino che, nelle carte, finiscono per viaggiare molto più del vino realmente consegnato.
Sono alcuni dei passaggi più rilevanti delle 327 pagine con cui la Corte d’Appello di Palermo ha spiegato la sentenza del processo Mare Monstrum nei confronti dell’ex sindaco di Trapani ed ex deputato regionale Mimmo Fazio.
Il processo penale si è chiuso per prescrizione. Ma la Corte non ha assolto Fazio nel merito. Al contrario, ha confermato la ricostruzione sull’esistenza degli accordi corruttivi nei due filoni che riguardano la Liberty Lines e la società Stefania Mode.
Dopo la Mercedes, i lavori nelle abitazioni e la singolare teoria della “scommessa” con Vittorio Morace, le motivazioni raccontano soprattutto un’attività quotidiana: telefonate, appuntamenti, messaggi agli assessori, incontri nelle segreterie e sollecitazioni a fare presto.
La politica, in questa storia, non aveva orari d’ufficio.
La banchina della Liberty Lines
Uno dei capitoli più importanti riguarda la cosiddetta “banchina secondo lotto” del porto di Trapani, l’area dove la Liberty Lines aveva realizzato il proprio cantiere per la manutenzione degli aliscafi.
Dopo una controversia sulla proprietà, l’area era stata riconosciuta all’ex Consorzio Asi, poi confluito nell’Irsap. La compagnia temeva di perdere la concessione e voleva acquistare il terreno o, in alternativa, ottenere il rinnovo del suo utilizzo.
La ricostruzione riportata nella sentenza mostra Fazio impegnato a organizzare incontri, seguire la pratica e mantenere i contatti tra il dirigente e i professionisti della compagnia.
La difesa ha sostenuto che si trattava di un interessamento legittimo per un’attività produttiva importante per il territorio e per l’occupazione. La Corte d’Appello arriva però a una conclusione opposta.
Per i giudici, proprio la vicenda della banchina rappresenta «la più evidente dimostrazione della commistione degli interessi privati con quelli pubblici». Fazio avrebbe agito nella doppia veste di deputato regionale e di portavoce, di fatto, delle istanze della compagnia.
Il dirigente che non doveva andare via
Nell’autunno del 2016 si prospettò il trasferimento di Pietro Re in altre sedi dell’Irsap.
Fazio intervenne presso l’assessora regionale alle Attività produttive Mariella Lo Bello, il suo capo di gabinetto e la commissaria dell’Irsap Maria Grazia Brandara per chiedere che Re restasse a Trapani.
La giustificazione era istituzionalmente impeccabile: efficienza, trasparenza, legalità, necessità di non lasciare sguarnito l’ufficio.
Nelle telefonate intercettate, però, Fazio chiedeva che Re restasse almeno un altro mese o un mese e mezzo. Dopo l’incontro con la commissaria, si informò personalmente sull’esito e commentò: «L’importante è che non si muova da qua».
Quando, nel gennaio successivo, tornò a circolare l’ipotesi di un trasferimento a Palermo, fu lo stesso Re a contattare Fazio e a chiedergli “una mano”.
Pochi minuti dopo, l’ex deputato scrisse nuovamente all’assessora Lo Bello, chiedendole di intervenire per garantire la permanenza del dirigente a Trapani.
La Corte sottolinea un dettaglio: tutte le conversazioni intercettate tra Fazio e Re riguardavano le pratiche di interesse della Liberty Lines e, come vedremo, quelle di Stefania Mode. Non emergono analoghi interessamenti per altre pratiche dell’ufficio.
Per i giudici, quindi, non era l’efficienza dell’Irsap in generale a preoccupare Fazio. Erano alcune pratiche in particolare.
«Dobbiamo risolvere un grosso problema»
Il 9 marzo 2017 si svolse un incontro nella segreteria politica di Fazio.
Erano presenti Pietro Re e l’avvocato Franco Campo, legale della compagnia. L’obiettivo era individuare la soluzione giuridica ed economica più conveniente per consentire alla Liberty Lines di acquistare la banchina.
Le intercettazioni ambientali registrano l’esordio di Fazio: «Dobbiamo risolvere un grosso problema».
Durante la riunione venne elaborato un possibile percorso: classificazione dei beni, stima del Genio civile e vendita dell’area con un diritto di prelazione per chi già la utilizzava, dunque per la Liberty Lines.
Fazio sollecitò tempi rapidi, anche perché restava il rischio che Pietro Re venisse trasferito.
Qualche settimana dopo telefonò al dirigente per sapere a che punto fosse la procedura. La risposta non lo soddisfece e arrivò l’invito: «Mi raccomando, velocizzi».
I contatti proseguirono fino al maggio del 2017, pochi giorni prima dell’arresto di Fazio. Secondo il Tribunale, il progetto venne interrotto proprio dall’inchiesta.
La Corte d’Appello ha fatto propria la lettura del primo giudice: quegli incontri e quelle telefonate dimostrerebbero un’attività svolta in favore della compagnia senza che Fazio avesse un formale incarico professionale per tutelarne gli interessi.
Il ricorso della Liberty e il viaggio a Roma
C’è poi il capitolo Raffaele De Lipsis, ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia.
La Liberty Lines aveva perso davanti al Tar il ricorso contro l’annullamento di un bando regionale e si preparava a impugnare la decisione davanti al Cga.
Fazio propose di chiedere un parere a De Lipsis, ormai in pensione.
La versione difensiva è chiara: l’incontro doveva servire esclusivamente a valutare la composizione del collegio di avvocati scelto dalla compagnia. Nessuna richiesta di intervenire sui magistrati che avrebbero giudicato il ricorso.
Il 7 marzo 2017 Fazio partì per Roma. Prima pranzò con Giovanni Pitruzzella, allora presidente dell’Antitrust, con il quale parlò anche della vicenda. Poi raggiunse Carlo Morace alla stazione e insieme si recarono a casa di De Lipsis.
L’incontro durò poco più di mezz’ora.
Secondo Fazio e Carlo Morace, si parlò soltanto della sentenza del Tar e della squadra difensiva. De Lipsis avrebbe considerato adeguati i legali già incaricati e avrebbe definito la decisione di primo grado particolarmente formalistica.
Nulla di più, secondo la difesa.
«Mi metto in moto»
Circa tre settimane dopo, però, ci fu una telefonata brevissima tra Fazio e De Lipsis.
L’ex magistrato disse: «Adesso mi metto in moto».
Fazio rispose: «Va bene, grazie».
Secondo il Tribunale, quella telefonata segnava l’avvio di una strategia finalizzata a ottenere un esito favorevole del giudizio amministrativo.
La difesa ha fornito un’altra interpretazione. Fazio ha sostenuto di avere inteso l’espressione in senso puramente tecnico: De Lipsis avrebbe seguito il deposito del ricorso, le notifiche e la fissazione dell’udienza, senza alcun intervento sul collegio giudicante.
L’ex sindaco ha escluso categoricamente di avere chiesto a De Lipsis di contattare gli ex colleghi. Ha definito il suo successivo attivismo «non chiesto, non sollecitato, non opportuno e mai riferito».
L’agenda: «Zucchelli, per Fazio»
Dopo quella telefonata, De Lipsis contattò alcuni magistrati del Consiglio di giustizia amministrativa.
Nella sua agenda, sequestrata durante le indagini, gli investigatori trovarono l’annotazione di un appuntamento con l’allora presidente del Cga, Claudio Zucchelli, seguita dalle parole «X Fazio». Sotto erano indicati il numero del ricorso e i nomi dei componenti del collegio che avrebbe dovuto esaminare la causa della Liberty Lines.
De Lipsis incontrò Zucchelli e, nei giorni successivi, contattò anche altri consiglieri. A uno di loro segnalò un «ricorso da seguire con attenzione», chiarendo di sostenere la tesi della società appellante.
Il ricorso cautelare, comunque, non ebbe esito favorevole: il Cga non concesse la sospensiva e rinviò la causa al merito.
De Lipsis telefonò quindi agli uffici per sapere cosa fosse accaduto e chiese spiegazioni a uno dei magistrati con cui aveva parlato. Poi ricontattò Fazio, raccomandando di tornare sulla questione in prossimità della nuova udienza.
Che cosa dice l’Appello su De Lipsis
È importante distinguere i diversi livelli.
Il Tribunale di primo grado ha interpretato il comportamento di De Lipsis come il risultato di un mandato ricevuto attraverso Fazio.
Fazio ha sempre negato questa ricostruzione, sostenendo di non avere chiesto né autorizzato alcuna pressione sui giudici.
La Corte d’Appello, nelle proprie valutazioni, non ripercorre analiticamente ogni singolo contatto. Ma considera la vicenda «assai significativa» e afferma che il coinvolgimento di De Lipsis testimonia plasticamente la commistione tra il ruolo di deputato regionale e quello di «faccendiere» della società.
È una delle espressioni più severe contenute nelle motivazioni.
L’altro filone: Stefania Mode
La seconda parte del processo riguarda Stefania Mode, la società di alta moda di Leonardo Carpinteri, e l’acquisto di Palazzo Europa, nell’area industriale di Trapani.
Qui esisteva un regolare rapporto professionale.
Dal settembre del 2016 Fazio aveva un contratto di consulenza aziendale da 2.500 euro al mese, successivamente portato a 5.000 euro. Il contratto prevedeva che curasse e rappresentasse gli interessi della società nei confronti di soggetti pubblici e privati.
Dunque, essere consulente non era nascosto né, da solo, illecito.
Il problema individuato dai giudici è un altro: Fazio avrebbe messo a disposizione della società anche il peso della propria funzione di deputato regionale, le relazioni politiche e la capacità di intervenire sulla burocrazia.
Lo stesso Carpinteri ha dichiarato di essersi rivolto a lui anche per il ruolo pubblico ricoperto e per le sue “entrature” nel mondo regionale.
Palazzo Europa e l’ostacolo dell’Irsap
Stefania Mode voleva acquistare Palazzo Europa per trasferirvi parte delle proprie attività.
L’immobile si trovava però in un’area destinata agli insediamenti industriali. La società svolgeva soprattutto attività commerciale e il limite consentito per le attività non industriali era già stato raggiunto.
Fazio partecipò a una riunione all’assessorato regionale alle Attività produttive e, dopo il diniego degli uffici, presentò un disegno di legge che avrebbe innalzato dal 10 al 20 per cento la quota di attività commerciali ammesse nelle aree industriali.
Quando quella strada apparve politicamente impraticabile, consigliò a Stefania Mode di modificare il proprio oggetto sociale, inserendo anche attività di logistica industriale.
In questo modo l’azienda poteva essere considerata compatibile con la destinazione dell’area.
La Corte osserva che Fazio partecipò agli incontri non nella veste di deputato interessato allo sviluppo del territorio, ma come soggetto portatore degli interessi privati di Stefania Mode.
Ancora Pietro Re
Anche in questa vicenda ricompare Pietro Re.
Dopo il suo insediamento all’Irsap, il dirigente ritenne che l’attività logistica programmata da Stefania Mode potesse essere considerata industriale. La pratica cominciò così a sbloccarsi.
Quando si prospettò il trasferimento di Re, Fazio si attivò per impedirlo.
Secondo la difesa, l’obiettivo era preservare il buon funzionamento dell’ufficio. Per la Corte, invece, le premure erano legate esclusivamente alla necessità di concludere la pratica di Palazzo Europa.
I giudici valorizzano la sequenza temporale: le telefonate a Re, i messaggi all’assessora Lo Bello, il tentativo di raggiungere il capo di gabinetto e le pressioni perché il dirigente restasse a Trapani abbastanza a lungo da completare l’operazione.
La Corte considera questi elementi dimostrativi dell’esistenza dell’accordo corruttivo con Carpinteri.
Le 800 bottiglie da 35 mila euro
Il passaggio più delicato riguarda una fattura emessa dalla Cantina sociale Primavera nei confronti di Stefania Mode.
Il documento indicava una fornitura di 800 bottiglie di vino, per un importo complessivo di 42.700 euro, Iva compresa. La quota netta di 35 mila euro venne poi trasferita sul conto personale di Fazio.
Secondo Carpinteri, la fattura era stata “gonfiata” per comprendere anche un compenso straordinario dovuto a Fazio per il lavoro svolto in favore della società.
Fazio non ha negato che le 800 bottiglie non fossero state realmente fornite nei termini indicati dalla fattura.
Ha però contestato la natura corruttiva del pagamento. Secondo la sua versione, i 35 mila euro erano un compenso professionale per l’attività complessivamente prestata: l’acquisto di Palazzo Europa, la ricerca del finanziamento bancario, il coordinamento dei lavori e altri servizi resi alla società.
Non una tangente, dunque, ma un compenso schermato in modo fiscalmente irregolare.
La Corte non accoglie questa spiegazione.
La fattura di rettifica
A rendere la vicenda ancora più complessa è ciò che accadde alcuni mesi dopo l’emissione della fattura.
Quando il procedimento penale era già iniziato, venne predisposta una nuova versione del documento, con l’indicazione che le bottiglie dovevano ancora essere consegnate.
Secondo Fazio e Carpinteri, si trattava del tentativo di correggere un documento formulato male.
Per la Corte, invece, quella rettifica aveva un’altra funzione: fornire una giustificazione successiva a un’operazione inesistente e introdurre nel processo una prova non genuina.
Nelle motivazioni i giudici parlano esplicitamente di una «tangente» da 35 mila euro, affermano che la vendita delle 800 bottiglie era un’operazione commerciale inesistente e definiscono incompatibili le diverse spiegazioni date sul pagamento.
Il denaro, secondo la ricostruzione bancaria accolta dalla Corte, venne trasferito il 3 maggio 2017 dal conto della Cantina Primavera a quello personale di Fazio.
Prescritto, ma non assolto
A questo punto occorre tornare alla parte giuridica della sentenza.
I reati contestati nei due filoni si erano già prescritti il 31 marzo e il primo aprile del 2025, tenuto conto dei periodi di sospensione del processo.
La decisione della Corte è arrivata nel luglio del 2026.
Questo significa che Fazio non può più essere condannato penalmente per quei fatti. Ma la prescrizione non equivale a dire che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso.
La Corte lo scrive chiaramente per entrambi i capi: non ci sono gli elementi per pronunciare un’assoluzione nel merito e la ricostruzione alternativa proposta dalla difesa non risulta dimostrata.
Per i giudici, quella del Tribunale resta una ricostruzione precisa e fondata su elementi non superati dall’Appello.
Perché la Corte ha esaminato lo stesso i fatti
La domanda è legittima: se il reato era prescritto, perché la Corte ha impiegato centinaia di pagine per entrare nel merito?
Perché nel processo erano ancora presenti interessi civili e misure patrimoniali da decidere.
La stessa sentenza chiarisce che la presenza della parte civile imponeva di valutare comunque la posizione di Fazio.
Per gli effetti civili il criterio non è quello penalistico dell’accertamento oltre ogni ragionevole dubbio, ma quello del «più probabile che non», cioè della probabilità prevalente tra le diverse ricostruzioni. L’accertamento si svolge comunque applicando le regole processuali e probatorie del processo penale.
È una distinzione tecnica, ma essenziale: la prescrizione impedisce la condanna penale; non rende automaticamente irrilevanti le prove raccolte.
La confisca: cosa resta e cosa cade
La Corte ha revocato la confisca per equivalente. Significa che non potranno essere aggrediti altri beni di Fazio, privi di un collegamento diretto con le utilità contestate, per raggiungere il valore complessivo stabilito in primo grado.
Resta invece ferma la confisca diretta, cioè quella che riguarda denaro o beni considerati direttamente prezzo o profitto del reato.
Nelle motivazioni viene richiamato l’importo di 201.700 euro. La Corte spiega che la confisca diretta può sopravvivere alla prescrizione quando vi sia stata una condanna in primo grado e l’accertamento sulla sussistenza del reato e sul profitto sia rimasto invariato.
C’è tuttavia un’incongruenza aritmetica nel testo.
Le singole voci elencate sono 145.200 euro per le false fatturazioni relative ai lavori, 46.500 euro per la Mercedes, 10 mila euro per il materiale elettorale e altri 35 mila euro per il filone Stefania Mode.
Le prime tre voci sommano 201.700 euro. Aggiungendo anche i 35 mila euro si arriva a 236.700.
La sentenza indica però formalmente 201.700 euro e lascia ferma la confisca diretta, revocando solo quella per equivalente.
Revocata la riparazione pecuniaria
È stata invece revocata la condanna a pagare 201.700 euro alla Regione Siciliana come riparazione pecuniaria.
Non va confusa con la confisca: sono due istituti diversi, anche se nella sentenza compare lo stesso importo.
La Corte ha ritenuto non applicabile quella sanzione e ha lasciato a carico di Fazio soltanto le spese sostenute dalla Presidenza della Regione nel giudizio d’Appello, liquidate in 2.500 euro oltre accessori.
La sentenza e la nuova candidatura
Questo è, in definitiva, ciò che resta della decisione.
Fazio non ha più una condanna penale, perché i reati sono prescritti. Non c’è però neppure un’assoluzione nel merito.
La Corte conferma la ricostruzione dell’accordo corruttivo con Liberty Lines e di quello relativo a Stefania Mode. Considera la banchina e il mancato trasferimento di Pietro Re esempi particolarmente evidenti della commistione tra funzione pubblica e interessi privati. Ritiene significativo il coinvolgimento di De Lipsis. Qualifica come inesistente l’operazione delle 800 bottiglie e lascia ferma la confisca diretta.
Tutto questo arriva pochi giorni dopo che Mimmo Fazio haannunciato la propria candidatura a sindaco di Trapani.
La prescrizione gli ha restituito piena libertà politica. Le motivazioni della Corte gli consegnano, però, anche 327 pagine che accompagneranno ogni tappa della campagna elettorale.
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