Come ridevamo, quest’estate, quando il mare era insolitamente caldo e potevi tuffarti senza un brivido, come se l’acqua avesse deciso di farci un favore.
Come ridevamo, convinti di saperla lunga, come sempre, quando qualcuno ci spiegava che gli esperti erano molto preoccupati. Preoccupati per quel caldo anomalo diventato ormai ordinario. Per quel mare troppo caldo. Perché in autunno, dicevano, tutta quell’energia avrebbe potuto alimentare eventi estremi.
Esagerati.
Come ridevamo quando quegli ambientalisti rompiballe ci raccontavano che il Mediterraneo non era più soltanto la nostra rassicurante cartolina, ma una specie di enorme serbatoio di calore. Che poteva restituirci, tutto insieme e nel modo peggiore, quello che aveva accumulato durante l’estate.
Sempre la stessa storia. Il clima, il riscaldamento globale, le emissioni, la prevenzione. Che noia.
E come ci annoiavamo ogni volta che qualcuno – non certo un politico, quelli sono bravissimi ad arrivare dopo, mai prima – parlava di cura del territorio, sicurezza degli edifici, piani di emergenza, protezione civile, adattamento climatico.
Parole difficili, costose e soprattutto poco fotogeniche.
Non si inaugura una manutenzione. Non si taglia il nastro davanti a una grondaia pulita. Non si fa un post celebrativo per una scuola resa più sicura. Non si raccolgono voti spiegando che bisogna spendere oggi per evitare di piangere domani. Meglio aspettare.
Come ridevamo, al mattino, quando sono arrivate le prime immagini di una tromba marina. Anzi, due.
Che sarà mai. Erano lontane. Due colonne scure sul mare, perfette per un reel, per una storia, per il solito commento sulla natura capricciosa di ottobre.
Belle, perfino. Impressionanti, certo. Ma lontane.
Come ridevamo quando qualcuno ha cominciato a telefonare a casa: non uscite, state attenti, chiudete le finestre.
E come ridevamo ancora davanti alle immagini di quello scherzo d’autunno, di quella folata di vento un po’ più forte, di quelle nuvole nere che sembravano muoversi troppo in fretta. Che sarà mai.
Poi quelle due colonne sul mare hanno toccato terra. Auto rovesciate, tetti strappati, case sventrate, strade trasformate in un deposito di lamiere, vetri, sedie, rami, pezzi di vita. 273 bambini in una scuola. Le finestre esplose, gli infissi divelti, le librerie a terra, le aule devastate. Le sirene in strada. I piani di emergenza.
E a quel punto non ridevamo più.
Giacomo Di Girolamo