×
 
 
10/10/2026 06:00:00

Maria Cristina, un anno dopo: quando guarirà la sanità?

Maria Cristina Gallo non ha bisogno di un altro giorno di commozione. Ha bisogno che il suo nome continui a disturbare il silenzio. 

Oggi, 10 ottobre, a un anno dalla sua morte, la domanda da mettere in prima pagina è la stessa che dovrebbe arrivare sulle scrivanie di chi governa la sanità: che cosa avete fatto perché ciò che è accaduto a lei non accada a un altro paziente?

Non bastano le parole pronunciate quando una tragedia occupa i telegiornali. La vicinanza si misura dopo, quando le telecamere se ne vanno e le famiglie restano con il dolore, gli avvocati e le richieste di risposte. È lì che un’istituzione dimostra se ha compreso davvero. 


 

Maria Cristina aveva aspettato otto mesi per conoscere l’esito di un esame istologico. Aveva dovuto ricorrere a un’azione legale per ottenere quel referto. Quando arrivò, la malattia era già in uno stadio avanzato. Otto mesi: scriverlo ancora serve a impedire che la ripetizione renda quel tempo una cifra qualsiasi. Per un paziente è un’attesa dentro la propria vita, mentre il corpo continua a cambiare e la possibilità di curarsi dipende anche da una risposta che non arriva. 

La sua denuncia fece emergere migliaia di esami arretrati. Dietro ciascuno c’era qualcuno che aspettava di sapere. Una persona, prima ancora di una pratica. Maria Cristina costrinse la sanità trapanese e la politica siciliana a guardare ciò che stava accadendo. Lo fece mentre combatteva contro la malattia. Si assunse, da paziente, il peso di chiedere conto a un sistema dal quale avrebbe dovuto ricevere cura e protezione.

Lo disse chiaro, durante una nostra conversazione: “Lo scriva. Il vero cancro ce l’ha la sanità”.


 

Oggi dobbiamo tenere insieme il dolore e la cronaca. 

L’inchiesta non è rimasta ferma: a giugno si è concluso l’incidente probatorio e la perizia ha descritto, secondo i consulenti nominati dal giudice, carenze nei controlli, nel monitoraggio degli esami e nel coordinamento tra reparti e laboratori. Maria Cristina aveva potuto testimoniare prima di morire. La sua voce è anche negli atti, affidata a un percorso giudiziario che deve accertare le responsabilità. 


 

Negli ultimi sviluppi, la Procura ha chiesto l’archiviazione per due infermiere, sulla quale dovrà pronunciarsi il giudice, mentre proseguono gli accertamenti sulle altre posizioni. Tre dei nove pazienti al centro degli approfondimenti medico-legali sono deceduti. Spetta alla magistratura stabilire le conseguenze dei ritardi nei singoli casi e le eventuali responsabilità penali. Nessuno può sostituire una sentenza con un editoriale. Ma nessuna istituzione può sostituire il proprio dovere di rispondere con l’attesa di una sentenza. 


 

Ed è qui che la cronaca di questi giorni rende l’anniversario ancora più amaro. Il 7 ottobre i legali delle famiglie hanno denunciato la mancata risposta dell’Asp di Trapani ai ripetuti inviti ad avviare un confronto sui ristori. Hanno lamentato l’assenza di scuse formali e sentite ai cittadini coinvolti. Hanno chiesto garanzie sulle misure capaci di impedire altri casi simili. 

Queste richieste vengono da famiglie che hanno già conosciuto un’attesa devastante. Possibile che debbano ancora inseguire un’interlocuzione? Possibile che sia necessario sollecitare persino un gesto di riconoscimento del dolore subito? L’Asp ha il dovere di rispondere nel merito. La Regione e chi rappresenta questo territorio hanno il dovere di chiedere che lo faccia.

La fiducia non può essere richiesta come un atto di fede: deve poggiare su fatti verificabili. E questo serve anche a tutelare chi negli ospedali lavora con rigore. Una sanità organizzata male espone i pazienti e lascia soli i professionisti. Pretendere controlli efficaci significa difendere il servizio pubblico e chi lo rende possibile ogni giorno. Perché una diagnosi tempestiva non dovrebbe dipendere dalla capacità del malato di telefonare, insistere, trovare un contatto o rivolgersi a un legale.


 

Questa provincia è stata segnata. Ci sono famiglie per le quali ciò che è accaduto non appartiene al passato: continua nell’assenza di una persona, nelle carte da leggere, nelle risposte da attendere. Sarebbe intollerabile se la morte finisse per trascinare nel buio anche le domande dei vivi. Se, spentasi la voce di chi ha denunciato, diventasse più facile rinviare.

Il cordoglio non basta più. Servono risposte, responsabilità accertate, cambiamenti dei quali rendere conto. La morte non può diventare il punto finale di una denuncia.


 

Questa volta, a parlare devono essere anche le istituzioni.