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26/03/2026 06:00:00

Dal “Bar Italia” alle urne, se la partecipazione è guidata dalla pancia e dai social

 L’entusiasmo con cui molti commentatori hanno salutato il 58,9% di affluenza all’ultimo referendum sulla giustizia come il “risveglio della coscienza civile” merita forse una doccia fredda di realismo. È vero: circa 2 milioni di elettori in più rispetto alla tornata del 2020 hanno deciso di staccarsi dal divano e marcare una scheda. Ma se crediamo che questo basti a dichiarare finita l’era dell’astensionismo, ci sbagliamo di grosso.

 

C’è un’insidia numerica nell’interpretare un dato episodico in una tendenza strutturale. Due milioni di persone rappresentano un’oscillazione, non una rivoluzione. La partecipazione politica non è un interruttore che si accende e si spegne, ma un muscolo che dovrebbe allenarsi quotidianamente. Andare a votare su un tema divisivo come la riforma della giustizia — percepito più come un “pro o contro il Governo” che come una riflessione tecnica sul CSM o sulla separazione delle carriere — somiglia più a un’adrenalina da scontro frontale che ad un rinnovato amore per le istituzioni.

 

Il dubbio è che questi 2 milioni non siano “tornati alla politica” come un figliol prodigo perso nelle spire del qualunquismo, ma siano stati semplicemente trascinati alle urne dalla polarizzazione. Quando il referendum diventa un plebiscito sulla leadership di Giorgia Meloni o una trincea per l’opposizione di Elly Schlein, il voto perde la sua natura di scelta nel merito e diventa una conta tra tifoserie.

Un vero ritorno alla partecipazione si misurerebbe sulla capacità della politica di offrire risposte ai 6 milioni di astenuti cronici che ancora non vedono alcuna differenza tra una scheda bianca e una sbarrata. Celebrare un aumento del 7-8% come la “vittoria della democrazia’ rischia di diventare l’ennesimo alibi per una classe dirigente che preferisce contare i presenti piuttosto che interrogarsi seriamente sulle ragioni di chi, nonostante i messaggi allarmistici da una parte e dall’altra, ha preferito il silenzio.

Certo, due milioni di voti sono un segnale, ma senza una riforma dei partiti e un ritorno al dialogo nei territori, rimarranno solo una fiammata passeggera in un deserto che continua ad avanzare.

 

E più che rappresentare il segno di una democrazia in salute, potrebbero invece essere il sintomo di una patologia più insidiosa: la polarizzazione da social.

Viviamo in un’epoca in cui il dibattito pubblico è ostaggio di piattaforme che trasformano la complessità in tifo da stadio. I social media, con la loro logica binaria, influenzano ormai a cascata giornali e TV, appiattendo l’approfondimento sull’altare dell’engagement. Il risultato? L’informazione e l’intrattenimento sono diventati indistinguibili. E allora il rischio è quello di votare una riforma della giustizia come si voterebbe per l’eliminazione di un concorrente al Grande Fratello o per un rigore dubbio in Juve-Inter.

La deriva è inquietante, soprattutto se pensiamo che pochi proprietari di piattaforme detengono il rubinetto della visibilità. Cosa accadrebbe se domani decidessero di vietare i link esterni? La maggior parte dei giornali online sparirebbe nel nulla, lasciando sul campo solo i colossi come il Corriere o Repubblica, in un deserto informativo dove la verità è subordinata al clic. E la disintermediazione diventa sempre più la regola.

 

Ma il problema non è solo tecnologico, è culturale. C’è un paradosso doloroso nel vedere milioni di persone correre alle urne per decidere le sorti della magistratura quando una fetta enorme di quegli stessi elettori non distingue un’assoluzione da una scarcerazione, una condanna da una misura di custodia cautelare. Quante volte il giornalista che scrive di giudiziaria, riportando la decisione del Riesame, ha dovuto leggere commenti del tipo “Ma come, prima lo mettono in galera, poi lo liberano, ma che razza di giustizia è questa?”. Ecco, quanti di quelli che hanno barrato il simbolo del “No” o del “Sì” sanno davvero cos’è il CSM, l’Alta Corte o la separazione delle carriere?

 

Se il voto diventa un esercizio di pancia, slegato dalla conoscenza minima dei pilastri dello Stato, allora non ha vinto la democrazia. Ha vinto il “Bar Italia”. Abbiamo scambiato la mobilitazione emotiva per coscienza civile, ignorando che una scelta senza consapevolezza è solo un’estensione dell’algoritmo. In questo scenario, l’aumento dell’affluenza non è un traguardo, ma il rumore di fondo di una politica che ha smesso di istruire per limitarsi a intrattenere.

L’affluenza alle prossime politiche, purtroppo, rimetterà i numeri come erano prima.

 

Egidio  Morici