×
 
 
18/03/2026 06:00:00

Fino a quando?

È come avere un déjà-vu, come vivere qualcosa già vissuto. Una sensazione che in Sicilia ormai conosciamo bene. Passano alcuni mesi e, zac: la sanità siciliana viene travolta dal solito scandalo. Indagini, perquisizioni, arresti eccellenti, indagati eccellentissimi, il palazzo che trema – come scrivono i giornali – il solito balletto: il governo che nicchia, l’opposizione che chiede dimissioni.

 

Poi tutto tace.

 

E zac, eccolo di nuovo: un altro scandalo, da un’altra parte, altri nomi, altri affari. E si ricomincia.

 

A questo punto bisognerebbe fermarsi un attimo. Per quest’isola che avrebbe bisogno di essere ribaltata da cima a fondo. Per questa Sicilia che davvero – come ha detto qualche giorno fa Carlo Calenda – andrebbe commissariata in ogni ufficio e palazzo, in ogni poltrona e posto di comando.

 

E forse bisognerebbe ribaltare anche la narrazione giornalistica. Non parlare più delle cinque W, del chi, del come, del cosa, del quando. Ma porsi una sola gigantesca domanda: fino a quando?

 

L’ultimo scandalo è bello grosso e coinvolge uno dei più potenti uomini della sanità siciliana: Salvatore Iacolino, manager dalle porte girevoli tra politica e sanità. Ex eurodeputato, per anni dirigente dell’assessorato regionale alla Salute, fino alla recente nomina a direttore generale del Policlinico di Messina. Uno di quei nomi che nella sanità isolana tornano spesso, nei corridoi della politica e nelle stanze dove si decidono nomine, appalti e carriere.

 

La Procura di Palermo lo indaga per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Secondo gli inquirenti avrebbe messo a disposizione relazioni, influenza e capacità di intervento nella macchina amministrativa regionale per favorire interessi privati collegati alla criminalità organizzata. 

 

Fin qui la trama è quella che la Sicilia conosce bene: politica, sanità, appalti, favori, amicizie pericolose.

 

Ma questa volta c’è un elemento che allarga il quadro. Perché l’inchiesta non riguarda soltanto la sanità. Nel fascicolo dei magistrati compare anche un’altra vicenda, che riguarda da vicino il nostro territorio: i lavori al porto di Marinella di Selinunte, interventi pubblici pensati per risolvere il problema cronico dell’insabbiamento dovuto alla posidonia e rendere di nuovo navigabile l’approdo.

 

Ed è proprio attorno a quei lavori che emerge un altro protagonista dell’indagine: l’imprenditore Carmelo Vetro, originario di Favara e già condannato per mafia.

Secondo l’accusa sarebbe lui il punto di contatto tra interessi imprenditoriali, relazioni politiche e capacità di influenzare decisioni amministrative. Così, dentro un’inchiesta nata nella sanità, riemerge il solito schema siciliano: la burocrazia pubblica come snodo, la politica come cerniera, gli appalti come terreno d’incontro tra affari e mafia.

 

E la storia, ancora una volta, ricomincia.

 

D’altronde, di ricominciare qui si parla. Di ricominciare è stato concesso anche a Giancarlo Teresi, l’altro grande protagonista di questa storia.

 

Teresi ha 67 anni ed è uno dei dirigenti più influenti dell’amministrazione regionale nel settore delle infrastrutture. Per anni ha lavorato nel dipartimento regionale Infrastrutture, Mobilità e Trasporti. La scorsa estate, pur avendo maturato i requisiti per la pensione, ha chiesto e ottenuto di restare in servizio per altri due anni.

 

Non è un dettaglio secondario. Perché Teresi non è un volto nuovo per la magistratura.

 

Nel 2020 era stato arrestato per corruzione quando era ingegnere capo del Genio civile di Trapani. L’accusa riguardava presunte mazzette legate a un appalto da circa un milione di euro per il dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Quel processo è ancora in corso davanti al tribunale di Marsala.

 

Eppure Teresi è rimasto dentro il sistema amministrativo regionale. Ha continuato a ricoprire incarichi delicati, spesso come Responsabile unico del procedimento in gare pubbliche di valore milionario, un ruolo che consente di incidere concretamente sulle procedure.

 

È proprio attorno a queste funzioni che si muove la nuova inchiesta. Secondo gli investigatori, Teresi avrebbe favorito alcune aziende in appalti pubblici in diverse zone della Sicilia, tra cui imprese vicine all’imprenditore Carmelo Vetro.

 

Il quadro che emerge è quello di un sistema di relazioni che attraversa uffici pubblici, imprese e politica. Un sistema nel quale il dirigente pubblico diventa lo snodo decisivo per orientare gare e affidamenti.

 

Questa legislatura rischia di passare alla storia per l’impressionante numero di assessori, deputati, dirigenti regionali e funzionari finiti sotto la lente della magistratura. Inchieste, arresti, perquisizioni, indagati eccellenti.

 

E quasi sempre con lo stesso scenario: il silenzio del presidente della Regione Renato Schifani, che di fronte a ogni nuovo scandalo si limita alle formule di rito sulla fiducia 

nella magistratura.

 

Nel frattempo, fuori dalle stanze del potere, la sanità siciliana continua a vivere una crisi che i cittadini conoscono bene. Pazienti che aspettano mesi per un referto istologico. Pronto soccorso senza medici. Reparti che sopravvivono grazie alla buona volontà del personale.

 

E migliaia di siciliani costretti ogni anno a prendere un aereo per farsi curare altrove. In Sicilia lo sanno tutti: il miglior medico è l’aereo.

 

Così la distanza tra la sanità reale e quella degli appalti diventa ogni giorno più grande. Da una parte i pazienti che aspettano. Dall’altra i dirigenti che trattano.

 

E ogni tanto arriva la magistratura a ricordare che questo sistema continua a produrre scandali. Sempre nuovi. Sempre uguali.

 

E mentre tutto questo accade, a Roma si discute una legge per punire l’apologia della mafia. Una proposta che prevede fino a tre anni di carcere per chi esalta pubblicamente la criminalità organizzata.

 

Si citano gli inchini nelle processioni, i funerali dei boss, le canzoni che glorificano la malavita, i post sui social.

 

Ma forse, se davvero si vuole combattere l’apologia della mafia, bisognerebbe guardare prima di tutto alle stanze del potere.

 

Perché quale apologia può essere più efficace di una classe dirigente che continua a incrociare i propri interessi con quelli dei boss? Quale messaggio passa ai cittadini quando dirigenti pubblici finiscono indagati per rapporti con imprenditori condannati per mafia?

 

Altro che altarini o canzoni rap.

 

La vera glorificazione della mafia, in Sicilia, rischia di essere la sua eterna utilità.

 

Il fatto che, ancora oggi, nel cuore delle istituzioni qualcuno continui a trovarla conveniente.


E allora torna la domanda con cui bisognerebbe cominciare ogni volta.

 

Fino a quando?

 

Giacomo Di Girolamo



Editoriali | 2026-03-18 06:00:00
https://www.tp24.it/immagini_articoli/15-03-2026/fino-a-quando-250.jpg

Fino a quando?

È come avere un déjà-vu, come vivere qualcosa già vissuto. Una sensazione che in Sicilia ormai conosciamo bene. Passano alcuni mesi e, zac: la sanità siciliana viene travolta dal solito scandalo. Indagini,...