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17/01/2026 06:00:00

I beni occultati, la droga, e non solo: cosa c'è nell'indagine su Marino e Randazzo

Il caso delle case popolari a Trapani si allarga e svela un sottobosco di interessi che va ben oltre la semplice occupazione abusiva. Tra bar nel porto, tabaccherie "schermate" e vigili urbani usati come corrieri elettorali, ecco come funzionava la rete che ruotava attorno al funzionario Marino e all'imprenditore Randazzo. 

 

Il "regista" e il suo compenso in olio

 

Non è solo un'indagine su quattro alloggi. Quello che emerge dalle carte della Procura è un sistema di "mutuo soccorso" criminale. Al centro c'è Giuseppe Marino (1961), funzionario dello Iacp e residente a Misiliscemi, accusato di aver svenduto la funzione pubblica. L'episodio dei cinque litri d'olio ricevuti da Rosalba Ciancimino per "aggiustare" una pratica a Santa Ninfa in via Leonardo Da Vinci è solo la punta dell'iceberg di un comportamento che, secondo gli inquirenti, era reiterato.

 

La difesa dello Iacp: «Nessun sistema illecito»

 

Lo IACP ha diffuso una nota ufficiale per precisare di essere "assolutamente indenne" da notifiche e sequestri. Secondo l'istituto, parlare di un "sistema di corruzione interno" è infondato e artatamente descritto dai media. La colpa, sostiene lo Iacp, ricadrebbe esclusivamente sulle azioni di un singolo dipendente (Marino) e riguarderebbe un numero limitatissimo di pratiche, difendendo la trasparenza della gestione complessiva degli appalti e dei contributi pubblici.

 

 

Le mani di Randazzo sui bar del porto e sulle tabaccherie

 

La figura di Ivan Randazzo (1984), ericino, è quella di un vero e proprio "imprenditore" ombra. Per eludere i controlli patrimoniali (nel 2021 era stato già raggiunto da una confisca di beni) Randazzo avrebbe utilizzato una serie di prestanome per gestire attività commerciali di primo piano a Trapani.

 

 

Dalle indagini emerge la gestione fittizia del bar situato all'interno della stazione marittima, il "Cocktails & Dreams" di viale Regina Elena, formalmente intestato a Salvatore Carini (1970). Lo stesso schema sarebbe stato applicato per l'"Alibar" di via Ammiraglio Staiti (molo aliscafi) e per la tabaccheria di via Marsala 255, intestata formalmente ad Antonina Piacentino (moglie di Giovanni Guaiana) ma, per l'accusa, riconducibile alla provvigione mensile di 800 euro versata a Randazzo. 

 

Un dettaglio che svela la capillarità del sistema Randazzo riguarda i flussi di denaro che entravano nelle sue tasche ogni mese. Secondo gli inquirenti, non esisteva un'attività "schermata" che non pagasse il proprio tributo al proprietario reale. Randazzo aveva infatti imposto una provvigione fissa di 800 euro al mese per ogni singolo locale della sua galassia.

 

Questa sorta di "canone d'affitto" in nero veniva riscosso sistematicamente: dagli 800 euro versati per la Tabaccheria di via Marsala, fino alle somme prelevate dagli incassi dei bar del porto, il "Cocktails & Dreams" e l'"Alibar". Non si trattava di casi isolati, ma di una vera e propria strategia gestionale: Randazzo metteva l'investimento e il "nome", i prestanome mettevano la faccia, ma i primi 800 euro di guadagno mensile di ogni saracinesca alzata erano intoccabili e destinati direttamente a lui.

 

Il controllo totale nonostante i domiciliari

 

Questa rendita garantita permetteva a Randazzo di mantenere un tenore di vita elevato e di continuare a finanziare le altre attività illecite, come il traffico di droga gestito con Mario Pace. Anche quando si trovava ristretto ai domiciliari, il flusso di denaro non si è mai interrotto: erano i complici e i familiari a fare la spola tra i locali e la sua abitazione per consegnare il "dovuto", garantendo la stabilità economica di un impero costruito sull'illegalità e sulla compiacenza dei colletti bianchi.

 

Il vigile e i volantini con l'auto di servizio

 

Tra gli episodi più imbarazzanti dell'inchiesta figura quello che coinvolge la Polizia Municipale di Erice. L'agente Antonio Pio Sesta è indagato per peculato: il 10 maggio 2022 si sarebbe recato a casa di Randazzo — all'epoca ai domiciliari — utilizzando l'auto di servizio del Comando. Il motivo? Non una notifica giudiziaria, ma la consegna dei volantini elettorali per la candidatura della moglie al Consiglio Comunale di Erice. Un uso del mezzo pubblico e del carburante dello Stato per fini puramente privati e politici.

 

 

La gestione del narcotraffico dietro le sbarre

 

L’inchiesta non si ferma ai soli uffici pubblici o alle attività commerciali, ma scava in un capitolo ancora più oscuro: quello dello spaccio di stupefacenti. Anche in questo ambito, la figura centrale è quella di Ivan Randazzo, capace di tessere trame criminali persino durante i periodi di detenzione.

Secondo gli inquirenti, Randazzo avrebbe trasformato i colloqui in carcere in vere e proprie "riunioni d'affari". In particolare, è emerso un asse con un altro detenuto, il marsalese Mario Pace (1962), anch'egli indagato. I due avrebbero pianificato la gestione dei proventi della vendita di droga direttamente dalle celle, coordinando le mosse del gruppo all'esterno.

 

I "pizzini" a voce durante i colloqui

 

Il veicolo di questi ordini era la moglie di Randazzo. Durante i colloqui in carcere, l'imprenditore ericino avrebbe suggerito alla donna le indicazioni operative su come riscuotere i crediti della droga e come reinvestire i guadagni. Un canale di comunicazione che permetteva al gruppo di mantenere il controllo del territorio e la continuità dei traffici nonostante i provvedimenti restrittivi dell'autorità giudiziaria.

Questi dettagli completano il quadro di una "mafiosità immanente" — per usare un termine caro ai magistrati milanesi del caso Hydra — in cui la corruzione dei colletti bianchi.