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02/03/2026 06:00:00

Triscina, il progetto «intoccabile» che si è arreso al mare (e all’abusivismo)

In certi punti del litorale di Triscina di Selinunte, per giorni, il mare si è spinto fin sotto i muri di cinta delle case sulla sabbia. Tirando via quello che ne restava, i calcinacci, i blocchi di tufo e cemento. È uno scenario che oggi, complici queste recenti giornate di sole, sembra appartenere a un passato distante, che saremmo pure pronti a dimenticare.

 

Ma ci illuderemmo. Perché la questione dell’erosione delle spiagge non è un fenomeno che si può circoscrivere in un tempo stretto, né lo si può liquidare come l’effetto isolato di una tempesta eccezionale. È, piuttosto, una resa dei conti che ora la natura ci consegna. 

 

«Il mare non era mai arrivato fino a qui»

A Triscina, chi conosce da sempre il territorio percepisce il disastro più di ogni altro. Come Mariano Ferraro, nato e cresciuto a Triscina, che ci accompagna nei pressi della Spiaggia della Gaggera, un tratto di costa che delimita il Parco Archeologico di Selinunte, e da cui è possibile vedere il Tempio C. «Qui il mare si è portato avanti come minimo di un 20-30 metri», ci spiega. E questo livello di erosione non l’aveva mai visto. Perché le mareggiate ci sono sempre state, ma non avevano mai avuto questa forza, non si erano mai spinte fino alle fondamenta delle case. «Il mare si muove sempre d'inverno, però non in questo modo. Assolutamente no». Anche per lui, il progetto della fognatura è un’assurdità figlia di chi non ha mai visto con i suoi occhi questi luoghi. «Bisognerebbe avere la saggezza di far saltare il progetto e ricominciare».

 

La verità sulla carta e l’evidenza dei fatti

Eppure, per mesi, la saggezza non ha trovato qui terreno fertile su cui poggiare. Il progetto della fognatura, assolutamente regolare sulla carta, è stato infatti difeso da più fronti, e considerato di fatto intoccabile, proprio perché «approvato da tutte le autorità», nonché già appaltato nel momento in cui l’amministrazione attuale, quella del Sindaco Lentini, lo ha ereditato. «Nessuno durante questi lunghi anni ha mai detto nulla», spiega proprio Lentini a Tp24.it. «Non c'è stata, da parte di nessun ufficio comunale ed extracomunale, una contestazione su questo progetto, che ha avuto invece tutte le autorizzazioni da parte di tutti gli enti, anche ministeriali».

Nessuno, a parte le associazioni ambientaliste, che già da tempo sostengono la reale infattibilità dell’opera. Ne avevamo parlato in un precedente articolo: di fronte alle osservazioni tecniche delle associazioni, risalenti al maggio scorso, Lentini aveva alzato le spalle etichettando il tutto come «polemica sterile». Cosa che ribadisce, peraltro, anche adesso ai nostri microfoni. «Erano polemiche sterili, sì, perché si basavano non su ciò che è successo, ma su valutazioni di tipo ambientalistico che erano state superate dall'assessorato regionale». Superate, lo diciamo, sulla carta – ed è una precisazione necessaria. Perché lo stato attuale del litorale di Triscina dimostra invece che quelle associazioni, semplicemente, avevano ragione.

 

Intanto però, è solo dopo il passaggio del ciclone Harry che l’Amministrazione ha deciso di correre ai ripari. Risale al 4 febbraio scorso, infatti, una comunicazione formale indirizzata al Commissario Straordinario per la Depurazione, al Ministero dell’Ambiente, all’Assessorato Regionale dei Servizi di Pubblica Utilità e all’Assessorato Regionale delle Infrastrutture. Una comunicazione che è, in un certo senso, un’ammissione di resa: dopo il ciclone Harry, l'arenile è semplicemente sparito. Il mare ha mangiato la terra fin sotto le case e alla fine delle strade, rendendo – per citare il Sindaco Lentini – «rischioso e materialmente impossibile» procedere con la posa di pozzetti e pompe. Insomma, come ci ha spiegato anche l’Assessore Davide Brillo, il Comune ha chiesto ufficialmente di valutare una diversa collocazione per le parti dell'opera non ancora realizzate.

Decisione irrimandabile, chiaramente, ma che stride con la linea difensiva che l’amministrazione ha tenuto per mesi. Perché il progetto, sulla carta, è in regola oggi esattamente come ieri. E dal punto di vista burocratico non è cambiato nulla. Quello che è cambiato è che oggi c’è l’evidenza del rischio. Un rischio che prima era solo un’ipotesi (per quanto drammatica) degli ambientalisti, oggi invece è sotto gli occhi di tutti. Ed è qui che la visione amministrativa mostra la sua miopia.

Se l’abusivismo edilizio détta la linea

L’Ingegnere Pietro Di Gregorio, referente castelvetranese di Italia Nostra, è netto: «Questo tratto di costa è una zona sensibile. E la sua fragilità prescinde dai cambiamenti climatici. Ma ha a che fare, principalmente, con l'abusivismo edilizio che ha distrutto il sistema delle dune». Le dune, in una costa come questa, rappresentano un vero sistema di protezione della spiaggia. Gli accumuli di sabbia fungono da serbatoi in inverno, ed è a questi che il mare attinge durante le mareggiate. Ma a Triscina, e quasi lungo tutto il litorale, le dune sono state spianate per far posto alle case. Senza questa barriera, la forza delle onde non viene più assorbita dagli accumuli di sabbia né dalla vegetazione della duna, ma colpisce direttamente le strutture rigide – cioè tanto la linea della costa, quanto la linea delle case abusive.

 

«Il fatto che alcune case siano in regola perché costruite prima del ‘76 non cambia la realtà delle cose. Perché qui a Triscina ci sono circa 5 km di costa con le abitazioni realizzate praticamente sulla riva». Abitazioni che, tra l’altro, hanno quasi letteralmente spinto la linea della fognatura verso la battigia. Secondo un dettaglio tecnico che merita attenzione. Per l’Assessore Brillo, infatti, i progettisti hanno dovuto tracciare il percorso rispettando le distanze di legge dalle case concessionate, ovvero quelle sanate o regolari (distanza inferiore a 4 metri, proprio per non spingere troppo oltre, e verso il mare, la fognatura). E, trattandosi di case sulla spiaggia, la fognatura è stata posizionata quasi in prossimità della battigia per aggirarle.

Ma è proprio qui che il ragionamento si incrina. Come fa notare Di Gregorio, i progettisti si sono trovati di fronte a un ostacolo fisico insuperabile, costituito appunto dalle case abusive. Come potevano, allora, tracciare una linea fognaria se il percorso è ostruito da edifici che, per la legge, non dovrebbero nemmeno esistere? I tubi, le vasche e i pozzi non potevano che essere posizionati nell'unico spazio rimasto sgombro: la battigia. «Sul progetto l’abusivismo non ha rilevanza» ci ha tenuto a chiarire Brillo per telefono. E invece sembra averla eccome. Molto probabilmente, come suggerisce l’Ing. Di Gregorio, i progettisti hanno «cercato l'ultima casa e tracciato una linea: lì è stata fatta la fognatura. Se quell’ultima casa fosse abusiva o meno, non poteva essere [questo sì, ndr] rilevante. Hanno semplicemente considerato di non poter mettere la fognatura prima di quella linea, perché c’erano delle case».

 

Torna così il nodo delle demolizioni

Torna quindi centrale la questione delle demolizioni. Il numero esatto di case abusive non è ancora certo (secondo Di Gregorio sono all’incirca seimila). L’unica certezza è che ci sono 170 case che hanno ricevuto una sentenza definitiva, e di queste soltanto 40 sono state demolite. Nel 2017, al Comune di Castelvetrano vennero concessi circa tre milioni di euro per abbatterne 85, ma le operazioni si fermarono all’epoca per via del fallimento dell’impresa incaricata. 

 

Oggi, fa sapere il Sindaco, il Comune non ha le risorse finanziarie per gestire altre demolizioni. «Abbiamo partecipato a un bando dell'Assessorato Regionale del Territorio, ci dovrebbero arrivare delle somme, ma possiamo gestire soltanto due-tre nuove demolizioni». 

Ma il problema, secondo Di Gregorio, non è solo economico ma di visione. «Le poche demolizioni che sono state fatte hanno mostrato l’autorità dello Stato, ma manca un disegno urbanistico». Per Di Gregorio, insomma, non serve a nulla abbattere una casa qua e là se non si ha il coraggio di redigere un piano che censisca finalmente l’abusivismo della borgata. E che permetta di capire cosa va demolito e cosa, invece, acquisito al patrimonio pubblico per fini sociali.

Senza questa mappatura, Triscina continuerà a essere gestita per emergenze – come è successo di recente con l’arrivo del ciclone Harry. E mentre l'amministrazione attende bandi e pareri per capire come correggere un progetto già smentito dai fatti, la natura prosegue il suo corso. Perché, alla fine, il mare non li legge, i pareri tecnici. Piuttosto arriva, si mangia la sabbia e si porta via tutto.

 

 

Daria Costanzo