Meglio testa di "cicire" che coda di balena, come si dice in siciliano. O almeno da noi è così. In altre province si utilizzano la la sarda, e il tonno. Ma la metafora è sempre quella: meglio testa di pesciolino che coda di balena.
È, ormai, il vero motto del centrosinistra siciliano. Del campo largo. O di quello che ne resta.
E ci risiamo.
Ogni volta che una coalizione prova faticosamente a definirsi, ogni volta che si tenta di mettere insieme pezzi diversi per costruire un’alternativa credibile al potere del centrodestra, c’è sempre qualcuno che, al grido di io sono più puro degli altri, decide di fare da sé.
Questa volta è il turno di Ismaele La Vardera.
Eletto con Cateno De Luca, volto noto al grande pubblico per il passato alle Iene e per alcune denunce coraggiose, La Vardera ha fondato un suo movimento, Controcorrente. Uno stile politico originale, sempre in bilico su quel filo sottilissimo che separa la provocazione dalla performance, l’inchiesta dall’invettiva, il comizio dal one man show. Uno stile che funziona, inutile negarlo. Tanto che alcuni sondaggi lo accreditano come possibile candidato presidente della Regione, con percentuali a doppia cifra per il suo partito.
Forse è anche questo che ha spinto La Vardera a lasciare la coalizione, con la motivazione più antica e più inflazionata della politica: vogliono far entrare tutti.
Che è sempre la stessa scusa. Da decenni.
Il punto, però, è un altro.
In politica oggi sono tutti transfughi di qualcosa. Nessuno nasce puro e resta puro. Si passa da un’esperienza all’altra, da una lista all’altra, da una bandiera all’altra. È successo a destra, è successo a sinistra, succede ovunque. E non c’è nulla di scandaloso, se non lo si racconta come una superiorità morale.
Pietro Nenni lo diceva senza ipocrisie: chi gioca a fare il puro, prima o poi viene epurato.
E la storia politica italiana, siciliana in particolare, gli ha dato sempre ragione.
Per governare — o anche solo per avere una chance di farlo — serve un minimo di realpolitik. Serve stare insieme pur nelle differenze, accettare compromessi, tenere dentro anche chi non ci piace, colpire uniti. Non perché sia bello, ma perché è necessario.
Altrimenti si resta all’opposizione per vocazione, non per scelta. La scelta che poi è storia antica: meglio, nella sconfitta, conservare un posto al sole e visibilità, che, nella vittoria, dover addirittura ... governare.
La decisione di La Vardera, al netto delle buone intenzioni e delle battaglie personali, finisce per confermare una verità brutale: il vero trucco del centrodestra per governare facile e governare a lungo in Sicilia è sempre lo stesso.
La divisione di chi dovrebbe fare opposizione.
Non servono grandi strategie, né genialità politica. Basta aspettare che il campo avverso si frantumi da solo, che ognuno rivendichi la propria diversità come una medaglia, che la testimonianza prevalga sul progetto.
E mentre l’opposizione si divide tra puri, purissimi e più puri degli altri, il potere resta dov’è.
La Vardera correrà da solo.
Farà rumore, prenderà voti, porterà temi, incasserà consenso personale.
Ma la domanda, alla fine, è sempre la stessa, ed è una domanda politica, non morale: a chi giova tutto questo?
La risposta, purtroppo, la conosciamo già.
C’è poi un effetto collaterale, grave, di tutto questo balletto. Un balletto che ricorda un po’ un film di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se vado con gli altri o se resto da solo? Se mi coalizzo con i distinguo? O se mi separo, ma unendomi?».
Il problema è che questa rappresentazione permanente finisce per spostare il terreno della politica dalla sostanza alla compagnia, dalla responsabilità alla geometria delle alleanze. La moralità diventa una questione di chi frequenti, non di ciò che fai. Di chi sta nel giro giusto, non di come governi. E così ci si divide, ci si ricompone, ci si smarca, dimenticando che la Sicilia non ha un problema di “campo”, ma una profondissima questione morale.
Lo dimostrano le inchieste che si accumulano da mesi una classe dirigente interessata solo a consolidare consenso.
Qui non c’entra l’ennesima discussione su chi sta dentro e chi sta fuori. Qui c’entra una precarietà morale della politica siciliana, che riguarda la maggioranza come l’opposizione, ed è diventata quasi un tratto identitario. Una politica che interviene solo quando arriva la magistratura, che si indigna a comando, che epura per salvare la faccia e poi riparte come prima.
Il prezzo di tutto questo lo pagano i cittadini. Altro che dibattito sui perimetri delle coalizioni. Altro che purezza esibita.
Giacomo Di Girolamo