Moby Prince, 35 anni dopo: una targa nella piazzetta del Tramonto a Trapani
A trentacinque anni dalla tragedia del "Moby Prince", Trapani affida alla memoria pubblica un segno concreto e duraturo.
Il 10 aprile 2026, l’amministrazione comunale guidata da Giacomo Tranchida ha annunciato l’apposizione di una targa commemorativa nella Piazzetta del Tramonto, per ricordare le vittime del disastro del traghetto.
Un gesto sobrio, ma carico di significato, che restituisce alla città un luogo fisico in cui raccogliere il ricordo e rinnovare una domanda di verità mai sopita.
Per Trapani, quella tragedia ha un volto preciso: quello dei quattro marittimi Antonino Campo, Salvatore Ilari, Gaspare La Vespa e Rosario Romano. Uomini di mare, parte dell’equipaggio, che non fecero ritorno.
Le loro famiglie, come le altre, continuano da decenni a chiedere verità, oltre che giustizia.
La tragedia del "Moby Prince"
La sera del 10 aprile 1991, davanti alla rada del porto di Livorno, il traghetto Moby Prince entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. L’impatto innescò un incendio devastante, alimentato dal petrolio fuoriuscito dalla petroliera: una massa di fuoco che avvolse rapidamente la nave passeggeri.
A bordo si trovavano 140 persone, tra cui due bambine, tra equipaggio e passeggeri: morirono tutte. Fu uno dei più gravi disastri della marineria mercantile italiana. Ancora oggi restano zone d’ombra: non è mai stato chiarito con precisione quanto greggio si riversò in mare — si parla di una quantità tra le 100 e le 300 tonnellate — né sono state pienamente accertate le responsabilità e le dinamiche di quella notte.
La dimensione reale di quanto accadde emerge con forza nei racconti di chi intervenne nei giorni successivi.
Il 12 aprile 1991, due giorni dopo l’incidente, le squadre dei vigili del fuoco salirono a bordo del relitto ormai riportato in porto a Livorno.
Del "Moby Prince" era rimasto un relitto annerito, deformato dal calore, ancora saturo di fumo e vapore. L’interno della nave era irriconoscibile: corridoi oscurati, ambienti invasi da una fuliggine densa che rendeva difficile anche orientarsi.
Nel porto di Livorno i vigili del fuoco ebbero il difficile compito di recuperare i corpi.
Molti erano ancora nei luoghi in cui avevano tentato di salvarsi. Alcuni non erano riusciti a raggiungere le vie di fuga, altri avevano cercato rifugio verso l’interno della nave, probabilmente per sfuggire alle fiamme che, all’esterno, avevano trasformato anche il mare in una distesa incendiata.
Le scialuppe erano inutilizzabili, distrutte dal calore. L’acqua utilizzata per spegnere l’incendio aveva invaso gli ambienti, spostando corpi e detriti in un ammasso indistinto.
Le operazioni si svolsero in condizioni estreme: visibilità quasi nulla, temperature elevate, strutture instabili. Ogni corpo recuperato veniva numerato, ogni oggetto raccolto con attenzione, nella speranza di restituire un’identità e una storia a ciascuna vittima, in un lavoro lungo, silenzioso. In quelle ore si rese evidente, oltre ogni ricostruzione teorica, la portata umana della tragedia.
Il 28 maggio 1998 la nave, rimasta ormeggiata nel porto di Livorno e posta sotto sequestro probatorio, affondò; fu poi recuperata e avviata alla demolizione in Turchia.
Subito dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo, il mayday lanciato dalla nave fu così debole da non essere percepito, lasciando l’emergenza senza una risposta tempestiva.
A questo si aggiunse il comportamento delle autorità marittime: il comandante della Capitaneria di porto di Livorno, presente nelle operazioni di soccorso, non diede indicazioni via radio, limitandosi – secondo le sue stesse dichiarazioni – ad “assentire”, senza assumere un ruolo attivo nel coordinamento.
Anche le navi presenti nella rada, diverse unità all’ancora quella sera, non prestarono soccorso come previsto dalle regole del mare, allontanandosi invece dalla zona dell’incidente. Rimase inoltre il mistero su alcune imbarcazioni segnalate ma mai chiarite del tutto, indicate come possibili presenze “non identificate”.
Negli anni successivi, ulteriori interrogativi emersero sulle condizioni del relitto: due dipendenti della compagnia armatrice intervennero sul timone della nave senza fornire spiegazioni convincenti.
L’insieme di questi elementi contribuì a rafforzare il senso di incompletezza attorno alla vicenda, culminato nella sentenza del 1997 che assolse tutti gli imputati, lasciando nei familiari delle vittime la percezione di una verità mai pienamente accertata.
La sciagura del "Moby Prince" continua a galleggiare tra responsabilità irrisolte: un processo e due inchieste non sono riusciti a dare al disastro navale più grave della storia italiana una ricostruzione compiuta, alternativa all'ipotesi della nebbia, unica colpevole che qualcuno ha visto e altri no, come l'iceberg che affondò il Titanic.
Nel frattempo, ancora oggi, la Commissione parlamentare di inchiesta - la terza istituita sulla tragedia - sta lavorando sui punti mancanti a cui era arrivata la precedente Commissione: la terza nave, l’accordo assicurativo, i passaggi fondamentali per chiudere il cerchio.
La targa nella piazzetta del Tramonto
È anche per questo che una targa, oggi, non è un atto formale.
In un tempo in cui la memoria rischia di scolorire, fissare un segno nello spazio urbano significa riconoscere che quella vicenda appartiene ancora alla comunità. Non solo come fatto storico, ma come ferita aperta e come interrogativo civile.
La Piazzetta del Tramonto diventa così un luogo di passaggio ma, insieme, di rimembranza.
Un luogo in cui il ricordo non è confinato alle ricorrenze, ma si intreccia alla vita quotidiana della città.
Perché la memoria, per essere viva, ha bisogno di essere visibile.
E perché il tempo trascorso non può sostituire la verità, ma semmai rafforzarne la necessità.
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