PattoXRestare arriva all’Ars: la proposta dal basso per una "Sicilia zero disoccupazione"
Restare in Sicilia, o tornarci, dovrebbe essere una scelta. Non una condanna per chi non può partire, né un lusso per chi può permettersi di rientrare. È da questa idea che nasce il PattoXRestare, sottoscritto da sessanta organizzazioni siciliane del terzo settore, ora arrivato anche all’Ars con la proposta “Sicilia zero disoccupazione”.
L’obiettivo è ambizioso: contrastare spopolamento e disoccupazione nelle aree periferiche e marginalizzate dell’Isola, creando lavoro stabile a partire dai bisogni reali dei territori. Non l’ennesimo bonus, non la solita misura tampone, non il contributo che dura il tempo di una conferenza stampa. L’idea è provare a trasformare una parte della spesa pubblica in occupazione vera.
La proposta è stata presentata il 29 aprile a Palermo, all’Assemblea regionale siciliana, alla presenza anche dei capigruppo all’Ars di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Controcorrente.
I numeri: meno abitanti, meno lavoro
Il punto di partenza è una fotografia che la Sicilia conosce bene, anche se continua a far finta di scoprirla ogni volta. Tra il 2019 e il 2023 l’Isola ha perso quasi 95 mila abitanti. Una città intera sparita, dispersa tra partenze, denatalità, mancanza di lavoro e assenza di prospettive.
Secondo l’ultimo rapporto Bes dei Territori dell’Istat, nel 2024 in Sicilia lavorava appena il 50,7% delle persone tra i 20 e i 64 anni. Poco più della metà. La media nazionale, nello stesso periodo, era al 67,1%. Il divario è enorme e racconta meglio di tanti discorsi perché migliaia di giovani, e non solo giovani, continuano ad andare via.
Il PattoXRestare nasce proprio da qui: dalla convinzione che il diritto alla mobilità non debba trasformarsi nell’obbligo di emigrare.
Dal festival di Campobello alla “restanza”
Il movimento ha radici anche nel Trapanese. Una delle scintille è stata il festival “Questa è la mia terra”, organizzato nel 2023 a Campobello di Mazara, dieci anni dopo la morte di Giuseppe Gatì, giovane pastore morto a 22 anni in un incidente sul lavoro.
Gatì aveva scelto di non lasciare la Sicilia e raccontava questa decisione nel blog “La mia terra la difendo”. Da quella esperienza è nato poi il Centro Studi Giuseppe Gatì, impegnato nella ricerca sul territorio.
Nel report “Terra di Futuro”, realizzato dal Centro Studi, è stato chiesto a 1.393 studenti e studentesse cosa pensassero della scelta tra restare e partire. Dai risultati è emerso che già nei primi anni di scuola il territorio viene percepito come un luogo con meno opportunità rispetto ad altri. Eppure, alla domanda “sceglieresti di rinascere qui, se potessi?”, oltre il 90% ha risposto sì.
È qui che entra in gioco la parola “restanza”. Non come immobilismo, non come retorica del “cu nesci arrinesci” al contrario, ma come scelta attiva. Restare non significa chiudersi, né impedire alle persone di partire. Significa creare le condizioni perché chi vuole vivere in Sicilia possa farlo senza essere penalizzato.
Sessanta organizzazioni e un patto regionale
Il PattoXRestare è stato formalizzato lo scorso novembre. Il documento mette insieme principi come antimafia, responsabilità verso il territorio, impegno per il bene comune e costruzione di opportunità concrete.
L’organizzazione si fonda su un’assemblea regionale composta da due rappresentanti per ciascuna realtà aderente. È questo l’organo che definisce le linee strategiche, approva i documenti comuni e nomina i portavoce.
Ora il Patto ha fatto un passo ulteriore: dalla mobilitazione culturale alla proposta politica, anche se i promotori tengono a precisare che non si tratta di una proposta di partito. Claudia Fauzia, attivista del Patto, ha spiegato all’Ars: «La nostra è assolutamente una proposta apolitica, che vuole dibattere».
Il modello francese
La proposta “Sicilia zero disoccupazione” si ispira al modello francese “Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée”, avviato nel 2016. In Francia l’esperienza ha puntato a creare lavoro stabile per persone disoccupate di lunga durata, partendo da una domanda semplice: quali attività utili al territorio non vengono svolte perché nessuno le finanzia?
Il modello è stato adattato al contesto siciliano con il supporto di Andrea Ciarini, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università La Sapienza di Roma.
Alla base c’è il principio della “job guarantee”: creare le condizioni organizzative e finanziarie per mettere in relazione le competenze delle persone con i bisogni reali dei territori. In parole povere: se in un paese ci sono persone che vogliono lavorare e bisogni non soddisfatti, il problema non è la mancanza di lavoro. È la mancanza di un sistema capace di far incontrare queste due cose.
Come funzionerebbe “Sicilia zero disoccupazione”
Il progetto si muove su tre assi.
Il primo è la creazione di un comitato locale per l’occupazione, presieduto dal sindaco o da un suo delegato. Attorno allo stesso tavolo siederebbero istituzioni, imprese, sindacati, terzo settore e centri per l’impiego. Il compito sarebbe raccogliere la disponibilità delle persone che vogliono lavorare e mappare i bisogni non coperti del territorio.
Il secondo passaggio riguarda le imprese del terzo settore, cooperative, associazioni e imprese sociali, già esistenti o da costituire. Sarebbero loro ad assumere le persone individuate dal comitato e a realizzare attività utili che oggi non trovano spazio.
Il terzo asse è il Fondo regionale per l’occupazione, che dovrebbe sostenere queste imprese coprendo una quota del costo del lavoro per ogni persona assunta, sulla base del salario minimo contrattuale.
Cura, manutenzione, trasporti: i bisogni dei territori
In Sicilia i campi di intervento non mancano. Anzi, c’è l’imbarazzo della scelta, che in questo caso non è proprio una bella notizia.
La proposta cita, tra gli altri, la cura delle persone fragili, la manutenzione delle aree naturali, il trasporto di prossimità, i servizi di comunità che spesso i Comuni non riescono a garantire. Sono bisogni quotidiani, concreti, spesso lasciati scoperti per carenza di risorse, personale e programmazione.
L’idea è non creare lavoro finto, ma occupazione utile. Lavoro che serva a chi lo fa e anche alla comunità che lo riceve.
Il Fondo regionale e le risorse europee
Il Fondo regionale per l’occupazione dovrebbe essere finanziato, nella fase iniziale, con risorse della Regione e dell’Unione europea. Tra le fonti indicate ci sono il Fondo sociale europeo plus, che finanzia misure di inclusione attiva e sostegno all’economia sociale, e il Fondo europeo di sviluppo regionale.
Dal 2030, secondo la proposta, la Regione dovrebbe vincolare una quota del bilancio ordinario al Fondo e aprire una negoziazione con il governo nazionale per un accordo di finanza pubblica.
La sperimentazione punta a coinvolgere tra 1.500 e 3.000 persone. Le prime 300 già dal prossimo anno. Si partirebbe da dieci territori pilota, scelti per rappresentare la diversità geografica dell’Isola, incluse le aree interne come Madonie e Sicani.
Le reazioni all’Ars
La proposta è stata accolta con interesse dai gruppi presenti all’Ars. Valentina Chinnici, capogruppo del Pd, ha sottolineato il valore politico e culturale della scelta di restare: «Restare significa coraggio e riconoscenza per tutti coloro che si battono perché la Sicilia fosse una terra vivibile. È giusto provare a restare per cambiare e rendere la Sicilia una regione come le altre. Un giovane oggi deve restare per provare a dettare l’agenda alla politica».
Ismaele La Vardera, coordinatore di Controcorrente, ha spinto invece sulla necessità di non perdere tempo: «Non abbiamo il compito di dare delle gambe a proposte fatte dal basso, farla diventare un disegno di legge operativo. Non debba per forza aspettare il 2027».
Il riferimento è al percorso politico che il PattoXRestare immagina anche in vista delle prossime elezioni regionali. L’obiettivo dichiarato è costruire una base di confronto per il 2027, ma i promotori chiedono che il lavoro cominci subito.
Cento incontri nei territori
Il prossimo passo sarà organizzare cento occasioni di dibattito in tutta la Sicilia. Ogni organizzazione aderente promuoverà incontri pubblici per raccogliere contributi, ascoltare i territori e migliorare la proposta.
È una fase decisiva. Perché un progetto del genere funziona solo se non resta chiuso nei palazzi, e soprattutto se non diventa l’ennesima bandierina da piantare in campagna elettorale.
La sfida è chiara: trasformare un’idea nata dal basso in una legge regionale, con risorse, tempi, responsabilità e controlli. Perché la Sicilia non ha bisogno di altri slogan sul futuro. Ha bisogno di lavoro, servizi, comunità che non si svuotino. E magari anche di una politica che, ogni tanto, sappia copiare le cose che funzionano. Non sarebbe plagio: sarebbe buonsenso.
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