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13/04/2026 06:00:00

Quando la mafia trapanese voleva comprare un'isola a Malta

Malta come rifugio dei boss in fuga, lontano dai riflettori e dalle indagini. Le nuove ricostruzioni sulla latitanza di Totò Riina riportano l’isola al centro delle rotte di Cosa nostra. Ma c’è un dettaglio che aggiunge un tassello ancora più inquietante: Malta, per la mafia, non era solo un nascondiglio.

 

E anche la mafia trapanese guardava all’isola come terra di affari. Non piccoli investimenti, ma operazioni gigantesche. Fino a progettare di entrare nell’acquisto e nella trasformazione di un intero isolotto: Manoel Island, nel cuore del porto maltese.

Un piano che mette insieme boss, professionisti e contatti politici internazionali. E che racconta, ancora una volta, quanto lontano arrivassero gli interessi di Cosa nostra.

 

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Non è una suggestione, né una leggenda da bar. È scritto nero su bianco nella sentenza del Tribunale di Trapani sull'operazione antimafia Petrov, che a metà anni 90 decimò le famiglie mafiose trapanesi. Tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, la mafia della provincia di Trapani tentò di entrare in uno dei più ambiziosi progetti immobiliari del Mediterraneo. Obiettivo: l’isola di Manoel, a pochi metri da La Valletta.

Un affare da miliardi di lire, tra villaggi turistici, porticcioli e infrastrutture. E, soprattutto, un affare che faceva gola a Cosa nostra.

 

L’isola e il grande progetto

Manoel Island è un piccolo lembo di terra nel porto di Malta, tra La Valletta e Sliema, collegato alla terraferma da un breve ponte.

Già alla fine degli anni ’80, le autorità maltesi avevano messo in cantiere un progetto gigantesco:

  • - recupero degli edifici storici, come il Fort Manoel
  • - costruzione di un villaggio turistico
  • - porticcioli, infrastrutture, strutture ricettive

Un investimento di portata internazionale, capace di attirare grandi gruppi e capitali da mezzo mondo. Un affare da mille miliardi di lire.

Ed è proprio lì che, secondo i giudici, si inserisce l’interesse della mafia trapanese.

 

Il racconto del collaboratore

A far emergere la vicenda è il collaboratore di giustizia Pietro Scavuzzo. Il suo racconto, verificato nel processo,si riferisce  all’interesse occulto della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo per quell’operazione. Siamo tra il 1989 e il 1990.

Scavuzzo, allora latitante, viene convocato dal capo mandamento Salvatore Tamburello. L’incarico è chiaro: attivarsi per facilitare un investimento immobiliare sull’isola di Manoel.

Non un investimento qualsiasi. Un affare enorme, che – spiegava Tamburello – richiedeva un passaggio decisivo: il via libera del governo maltese.

 

I nomi e la rete

Dietro l’operazione si muove una rete precisa, fatta di mafiosi, professionisti e intermediari.

Ci sono: Giovanni Bastone, uomo d’onore di primo piano della famiglia di Mazara del Vallo, Vito Di Giorgi e Gaspare Bocina, il notaio Pietro Ferraro, l’avvocato Gaetano Buscemi, originario di Mazara ma con studio a Roma.

E poi c’è il nodo maltese.

Per arrivare alle autorità dell’isola, Tamburello indica una sola persona in grado di aprire porte: Vito Sugamiele, vecchio mafioso di Paceco, considerato l’unico con contatti diretti con l’ex premier maltese Dom Mintoff.

Secondo quanto riferito, Sugamiele avrebbe potuto “caldeggiare” l’operazione presso i vertici politici maltesi. Un passaggio ritenuto indispensabile per portare a termine l’affare.

 

 

La riunione a Roma

Il tentativo di entrare nell’investimento non resta sulla carta.

Il 19 settembre 1992, nello studio romano dell’avvocato Buscemi, si tiene una riunione documentata nelle indagini.

Partecipano: Giovanni Bastone, Vito Di Giorgi, Gaspare Bocina, un intermediario di nazionalità araba, il maltese Victor Balzan e un legale maltese.

Sul tavolo ci sono progetti, planimetrie, fotografie. Si parla apertamente della possibilità di partecipare all’operazione su Manoel Island.

Il progetto è descritto come gigantesco: porticcioli turistici, strutture, servizi. Roba da consorzi internazionali. E infatti la stessa controparte maltese prevedeva concessioni pluriennali, a patto di investimenti enormi.

La mafia trapanese, però, voleva esserci.

 

I collegamenti con Malta

Le indagini mettono in luce un dato ancora più rilevante: quello con Malta non è un contatto occasionale.

Già negli anni precedenti, soggetti legati alla famiglia di Mazara avevano avviato società miste siculo-maltesi, attività nel settore della pesca e rapporti con intermediari e imprenditori locali. Tra questi, lo stesso Victor Balzan, che compare anche nella riunione del ’92.

Un sistema di relazioni che passava spesso attraverso professionisti e società formalmente legali, ma funzionali a creare canali con l’isola.

 

Un affare mai concluso, ma rivelatore

L’operazione, almeno in quella fase, non si è concretizzata.

Ma per i giudici il punto è un altro.

Le prove raccolte – testimonianze, riscontri, documenti – confermano l’esistenza di un interesse concreto e organizzato della mafia trapanese per l’investimento su Manoel Island.

Non una chiacchiera, ma un progetto discusso, preparato e sostenuto da una rete di uomini d’onore, professionisti e intermediari internazionali.

Ed è qui che sta il dato più importante. Trent’anni fa, la mafia della provincia di Trapani non guardava solo al territorio. Guardava fuori. Ai grandi affari. Ai capitali. Ai rapporti con la politica e con l’estero.

Malta, in questa storia, non è una parentesi. È l’inizio di qualcosa. Un rapporto tra i clan e Malta che ritroviamo in grandi affari internazionali scoperti  di recente nell'inchiesta Hydra, sulla cosa nostra lombarda.