Tra i diversi episodi ricostruiti dagli investigatori nell’inchiesta su corruzione e infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici in Sicilia, quello relativo al porto di Marinella di Selinunte appare come uno dei più emblematici. In questo caso, infatti, emergono con chiarezza sia il passaggio di denaro sia la manipolazione delle procedure tecnico-amministrative che regolano i lavori pubblici.
Il problema della posidonia
Il porticciolo di Marinella di Selinunte è da anni alle prese con un problema cronico: l’accumulo di posidonia oceanica, che provoca l’insabbiamento dei fondali e rende difficoltoso l’ingresso delle imbarcazioni.
Per ripristinare la navigabilità, la Regione Siciliana aveva stanziato fondi per un intervento di dragaggio dei fondali e smaltimento dei sedimenti, un’operazione complessa e costosa, sottoposta a rigide normative ambientali.
Proprio la gestione del materiale dragato — posidonia e sedimenti — rappresenta la fase economicamente più rilevante dell’intervento. Ed è qui che, secondo la procura, si sarebbe inserito il sistema corruttivo.
La pressione del dirigente regionale
Al centro della vicenda c’è Giancarlo Teresi, dirigente regionale del Dipartimento Infrastrutture. Secondo l’accusa, sfruttando il proprio ruolo istituzionale avrebbe esercitato una pressione diretta sulla ditta aggiudicataria dei lavori, la Cosmak s.r.l.
L’obiettivo sarebbe stato quello di imporre l’utilizzo della AN.SA. Ambiente s.r.l., società riconducibile all’imprenditore Carmelo Vetro, per le operazioni di movimentazione dei sedimenti e della posidonia.
In sostanza, il dirigente avrebbe orientato la scelta dei subappalti o dei servizi accessori, permettendo alla società indicata di operare nel cantiere nonostante le criticità legate ai suoi titolari di fatto.
La busta da 1.500 euro
Uno degli episodi più significativi documentati nell’indagine riguarda il passaggio di denaro tra l’imprenditore e il dirigente.
Gli investigatori hanno monitorato un incontro tra Carmelo Vetro e Giancarlo Teresi negli uffici regionali. In quell’occasione sarebbe avvenuta la consegna di una busta contenente 1.500 euro in contanti.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, si trattava di una tranche di pagamento per l’interessamento del dirigente nella gestione dei lavori di Selinunte, in particolare per facilitare i pagamenti degli Stati di avanzamento lavori (SAL) e garantire alla società segnalata la possibilità di operare senza ostacoli nel cantiere.
L’episodio sarebbe stato confermato non solo dalle immagini raccolte dagli investigatori, ma anche da intercettazioni ambientali, nelle quali i protagonisti facevano riferimento a somme da corrispondere e a “conti da regolare” legati proprio ai lavori del porto.
L’interesse dei Filardo
Il capitolo di Selinunte è rilevante anche per la presenza nel cantiere di soggetti legati alla geografia criminale del territorio.
Gli investigatori hanno infatti rilevato l’interesse dei fratelli Filardo, figure già emerse in diverse indagini antimafia e considerate vicine ad ambienti di Cosa nostra trapanese.
La gestione del movimento terra e della posidonia non rappresentava soltanto un affare economico. Secondo gli inquirenti era anche uno strumento per consolidare il controllo delle attività legate alla movimentazione dei materiali e ai lavori pubblici in una zona storicamente sensibile sotto il profilo mafioso.
Le ipotesi di reato
Nel caso specifico del porto di Selinunte gli investigatori ipotizzano diverse violazioni:
- Corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, legata alla consegna del denaro al dirigente pubblico;
- Turbata libertà degli incanti, per la manipolazione della scelta dei subappaltatori attraverso la “segnalazione” dell’impresa da utilizzare;
- Ipotesi di traffico illecito di rifiuti, collegata alla gestione e allo smaltimento dei sedimenti e della posidonia.
La cifra apparentemente modesta — 1.500 euro — diventa così, secondo gli investigatori, il simbolo di un sistema più ampio in cui la funzione pubblica sarebbe stata piegata agli interessi di imprenditori e ambienti criminali.
Un sistema che avrebbe trovato spazio proprio in uno dei luoghi più delicati e simbolici della costa trapanese: Marinella di Selinunte, porta di accesso a uno dei più importanti parchi archeologici del Mediterraneo.