Selinunte, l’affare della posidonia: tangenti e mafia dietro i lavori al porticciolo
Il problema della posidonia che periodicamente invade il porticciolo di Marinella di Selinunte, bloccando le attività dei pescatori e la navigazione, sarebbe diventato negli anni un affare tra imprenditori, dirigenti pubblici e uomini legati alla mafia. È uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato all’arresto del dirigente regionale Giancarlo Teresi e all’iscrizione nel registro degli indagati di diversi imprenditori e funzionari pubblici, tra cui Salvatore Iacolino (ne parliamo qui).
Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Trapani sotto la guida del procuratore Maurizio de Lucia e del sostituto Gianluca De Leo, ruotano attorno agli appalti per la bonifica del porticciolo di Selinunte e allo smaltimento della posidonia oceanica e dei sedimenti dragati dal fondale.
L’appalto da 200 mila euro
Al centro dell’indagine c’è il progetto per i “lavori urgenti e indifferibili per il dragaggio dei fondali del porticciolo di Marinella di Selinunte”, finanziato dalla Regione Siciliana con circa 200 mila euro e affidato alla società Cosmak s.r.l. con uno sconto superiore al 50% sull’importo a base d’asta.
Il responsabile unico del procedimento e direttore dei lavori era l’ingegnere Giancarlo Teresi, dirigente del Dipartimento regionale delle Infrastrutture. Secondo gli investigatori, proprio Teresi avrebbe favorito un sistema corruttivo che consentiva ad alcune imprese di inserirsi nella gestione dei lavori e nel successivo smaltimento dei materiali dragati.
Le mazzette e il sistema
Secondo l’accusa, l’imprenditore Giovanni Aveni, titolare della società An.Sa Ambiente srl, avrebbe pagato tangenti per ottenere favori e affidamenti.
Gli investigatori parlano di 20 mila euro destinati a Teresi e 10 mila euro al Rup Francesco Mangiapane, somme che sarebbero servite a garantire l’accesso ai lavori e alla gestione della fase più redditizia: il trasporto e lo smaltimento della posidonia e dei sedimenti.
Le intercettazioni riportate negli atti dell’indagine descrivono un rapporto diretto tra Teresi e alcuni imprenditori interessati ai lavori, con indicazioni operative su come gestire analisi, trasporti e fatturazioni.
Le ombre della mafia
A rendere ancora più delicata l’inchiesta è la presenza nel cantiere di figure legate alla criminalità organizzata.
Già dal novembre 2024 gli investigatori hanno documentato la presenza nel polo tecnologico di Castelvetrano — dove veniva conferita la posidonia — di Carmelo Vetro, boss di Favara, e di Giovanni Filardo, cugino del capomafia Matteo Messina Denaro.
Filardo, già coinvolto in passato in indagini su Cosa nostra e sulle intestazioni fittizie di imprese, sarebbe stato impegnato direttamente nelle operazioni di smaltimento utilizzando un escavatore intestato al fratello, nonostante precedenti provvedimenti interdittivi.
Secondo l’accusa, i due frequentavano quotidianamente l’impianto e partecipavano alle attività senza che il loro nome figurasse formalmente tra le imprese coinvolte nei lavori.
I lavori e il trasporto dei rifiuti
Il progetto prevedeva due fasi operative:
una prima fase di dragaggio del porticciolo, con la rimozione di sabbia, detriti e posidonia accumulati sulle banchine;
una seconda fase di trasporto in discarica dei sedimenti, circa 400 tonnellate di materiale, dopo la caratterizzazione chimica dei campioni.
È proprio nella gestione di questa seconda fase che, secondo la procura, si sarebbe concentrato il vero affare economico, con l’ingresso di società e intermediari legati agli indagati.
L’indagine dopo la morte di Messina Denaro
L’inchiesta dimostra come, nonostante la cattura e la morte del boss Matteo Messina Denaro, il territorio di Castelvetrano resti al centro di interessi mafiosi e di relazioni opache tra imprese e pubblica amministrazione.
Il caso della posidonia di Selinunte, da problema ambientale e logistico per il porticciolo turistico e peschereccio, sarebbe diventato così un nuovo terreno di affari per imprenditori compiacenti, funzionari pubblici corrotti e soggetti vicini alla criminalità organizzata.
Le indagini sono ancora in corso e potrebbero portare ad altri sviluppi su una vicenda che, ancora una volta, mostra quanto siano fragili gli equilibri tra appalti pubblici, gestione dei rifiuti e infiltrazioni mafiose nel territorio del Trapanese.
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