Tragedia di San Vito Lo Capo: tre indagati, autopsie ancora aperte e i nodi del depuratore
Diciotto giorni dopo la morte di Davide Anselmo e Francesco Bulgarella, la tragedia del depuratore di San Vito Lo Capo ha finalmente tre indagati, ma non ha ancora una causa di morte definitivamente accertata per Davide Anselmo. È questo, oggi, il punto da cui ripartire. Nelle ultime ore una lettera degli avvocati difensori ha aggiunto un fatto nuovo all’inchiesta e, contemporaneamente, rimesso in discussione una certezza che sembrava acquisita: l’intossicazione da gas dell’operaio.
Le persone sottoposte a indagini sono Francesco Ferreri, Salvatore Neglia e Gennaro Ricci. A renderlo noto, di fatto, sono stati i loro stessi difensori, gli avvocati Carmelo Prestifilippo e Maurizio Bono, nella richiesta di rettifica inviata a Tp24 dopo il nostro articolo del 29 agosto.
È bene dirlo subito: essere indagati non significa essere responsabili. L'iscrizione nel registro degli indagati è anche uno strumento di garanzia che consente alle persone coinvolte di nominare difensori e consulenti e di partecipare agli accertamenti irripetibili.
Ma è una novità importante. Finora si sapeva dell'inchiesta della Procura di Trapani. Adesso sappiamo anche che il procedimento riguarda almeno tre persone.
La lettera dei legali e i tre indagati
Nella replica pubblicata ieri da Tp24 avevamo dato conto soprattutto del punto medico-legale: secondo Prestifilippo e Bono, la causa della morte di Davide Anselmo non può ancora essere indicata come definitivamente accertata.
La lettera integrale dice però qualcosa in più.
I due avvocati dichiarano espressamente di intervenire «nella qualità di difensori» dei tre indagati, definiti «persone sottoposte a indagini» nel procedimento penale aperto dalla Procura di Trapani per i decessi avvenuti il 13 agosto.
La nota non specifica i rispettivi ruoli nell'inchiesta, né le condotte eventualmente contestate a ciascuno.
Quello che sappiamo è che l'indagine non è più soltanto contro ignoti.
Cosa avevamo scritto sulle autopsie
La seconda parte della ricostruzione, quella relativa a Francesco Bulgarella, resta coerente con quanto era già emerso nelle settimane precedenti: il soccorritore del 118 non era entrato nella vasca e si era sentito male mentre erano in corso le manovre di rianimazione all'esterno dell'impianto.
Sul decesso di Davide Anselmo, invece, i legali chiedono di fermare il fotogramma.
Non perché abbiano dimostrato una causa diversa. Ma perché, sostengono, il percorso medico-legale non è ancora concluso.
Ed è una distinzione fondamentale.
Cosa dicono davvero Prestifilippo e Bono
Secondo i difensori, gli accertamenti devono essere completati con esami istologici e tossicologici.
La difesa richiama anche la partecipazione alle operazioni autoptiche del proprio consulente tecnico, il dottor Dioguardi, e sostiene che soltanto dopo l'acquisizione di tutti questi risultati sarà possibile formulare una conclusione diagnostica completa.
In altre parole: i legali non affermano che Anselmo non sia morto per i gas.
Affermano una cosa diversa: che oggi non si può ancora scrivere che questa sia una certezza medico-legale definitiva.
È quindi questa la formulazione più corretta allo stato degli atti: l'inalazione di gas o esalazioni resta una delle ipotesi centrali sulla morte dell'operaio, ma deve ancora essere confermata dall'intero complesso degli esami tossicologici, istologici e autoptici.
Nelle fonti pubbliche consultate non emerge, al momento, una comunicazione della Procura che dichiari conclusi questi accertamenti.

Torniamo al 13 agosto: cosa sappiamo della dinamica
Davide Anselmo, 45 anni, lavorava per la Sige, la società che gestiva l'impianto.
La mattina del 13 agosto si trovava nella stazione generale di sollevamento del Secco. Secondo le ricostruzioni investigative emerse in queste settimane, era impegnato in un intervento su una vasca quando ha perso conoscenza.
Un collega ha lanciato l'allarme.
Sono arrivati Vigili del Fuoco e 118. Anselmo è stato portato all'esterno e sono iniziate le manovre di rianimazione.
Tra i soccorritori c'era Francesco Bulgarella, operatore del 118. Bulgarella si è sentito improvvisamente male mentre si cercava di salvare Anselmo.
Sono morti entrambi.
Già nelle prime ore il responsabile del 118 di Palermo e Trapani aveva precisato che Bulgarella non era entrato nell'impianto e che gli operatori sanitari avevano atteso il recupero dell'operaio da parte dei Vigili del Fuoco. Questo aveva da subito indebolito la prima ricostruzione di due morti provocate dalla stessa esposizione.
I gas: il grande interrogativo
È attorno alla vasca che continua a ruotare una parte decisiva dell'inchiesta. Bisogna capire cosa ci fosse nell'atmosfera in cui Anselmo stava lavorando, in quale concentrazione e, soprattutto, se un eventuale agente tossico abbia determinato il decesso.
Non basta infatti accertare che in un ambiente di questo tipo possano formarsi gas per stabilire automaticamente il nesso causale con una morte.
È proprio a questo che servono gli esami tossicologici.
E questo spiega perché la richiesta di prudenza avanzata dai difensori non sia un dettaglio formale: riguarda il cuore stesso dell'inchiesta.
E Bulgarella?
Per Francesco Bulgarella il quadro appare diverso. Fin dalle prime ore era emersa l'ipotesi di un malore cardiaco durante il soccorso. Il sanitario si trovava all'esterno e stava partecipando alle operazioni di rianimazione.
Quel giorno faceva molto caldo e le manovre di rianimazione comportano uno sforzo fisico importante.
Anche qui, naturalmente, la parola definitiva spetta agli accertamenti medico-legali.
Ma il dato che ha accompagnato l'inchiesta sin dall'inizio è che le due morti, pur avvenute a pochi minuti di distanza, potrebbero avere cause completamente differenti.
L'altra inchiesta: la storia dell'impianto
Poi c'è tutto quello che sta intorno alle due morti.
Una storia che non prova alcun collegamento causale con la tragedia del 13 agosto, ma costituisce il contesto nel quale gli investigatori dovranno muoversi.
Le carte raccontano di un impianto di Torre dell'Usciere i cui lavori di ampliamento erano terminati nel 2010 e che ottenne l'autorizzazione regionale allo scarico soltanto nel maggio del 2023, dopo tredici anni. Nel frattempo l'Arpa aveva rilevato «numerose criticità impiantistiche» e superamenti dei limiti nei reflui; nel 2016 era arrivato anche un sequestro giudiziario.
Nel 2023 emergeva inoltre il problema delle cosiddette “acque parassite” nella rete, che aumentavano il quantitativo di reflui da movimentare nelle stazioni di pompaggio. Una di queste è proprio quella del Secco.
Fanghi, sequestri e quel “fermo impianto” del 2025
Le carte raccontano ancora che nell'ottobre 2023 la linea fanghi non risultava attiva e che alcune apparecchiature erano fuori uso.
Nell'agosto 2024 l'Arpa accertò una fuoriuscita di fanghi nell'area esterna al depuratore. Intervenne la Guardia Costiera e circa 700 metri quadrati vennero sequestrati.
C'è poi un altro passaggio che merita ancora spiegazioni.
Nei documenti contabili del Comune relativi al 2025 compare la dicitura “fermo impianto periodo dal 01/04/2025 al 30/06/2025”.
Non sappiamo ancora esattamente cosa sia rimasto fermo per quei tre mesi — l'intero sistema o una sua parte — né se quel fatto abbia alcun rapporto con la tragedia successiva.
Ma è uno degli elementi sui quali Tp24 continuerà a cercare documenti e risposte.
Cosa devono accertare adesso gli investigatori
A questo punto l'inchiesta ha almeno quattro grandi capitoli. Il primo è medico-legale: stabilire con certezza le cause delle morti di Anselmo e Bulgarella.
Il secondo riguarda la dinamica del lavoro: perché Anselmo dovesse intervenire nella vasca, con quali istruzioni e secondo quali procedure.
Il terzo riguarda la sicurezza: dispositivi di protezione, rilevatori, valutazione dell'atmosfera, formazione e procedure previste per un eventuale ambiente confinato o sospetto di inquinamento.
Il quarto è quello delle responsabilità, ed è qui che si colloca l'iscrizione dei tre indagati.
Chi aveva compiti di gestione? Chi doveva controllare? Chi doveva predisporre o verificare le procedure? E soprattutto: quelle procedure erano adeguate e sono state rispettate?
Sono le domande alle quali dovranno rispondere Procura e consulenti.
Intanto la raccolta per Davide supera i 12 mila euro
Fuori dall'inchiesta giudiziaria c'è poi un'altra storia, quella della comunità di San Vito Lo Capo.
Continua la raccolta fondi nata in memoria di Davide Anselmo. Come abbiamo raccontato, il denaro non è destinato alle spese funerarie, ma servirà a realizzare un progetto, un'opera o un'iniziativa per San Vito Lo Capo nel nome dell'operaio.
La raccolta è organizzata da Giacomo Faranna per conto di Maddalena Ruggirello.
Nell'ultima rilevazione disponibile sulla pagina GoFundMe risultano oltre 23 mila euro raccolti e 331 donazioni, con un obiettivo progressivamente aumentato man mano che la partecipazione cresce.
Un modo per trasformare una morte che ha segnato tutto il paese in qualcosa che possa restare.
Quello che sappiamo e quello che ancora non sappiamo
Sappiamo che Davide Anselmo e Francesco Bulgarella sono morti il 13 agosto durante la stessa emergenza.
Sappiamo che la Procura di Trapani indaga e che almeno tre persone, sono formalmente sottoposte a indagini, come hanno reso noto i loro difensori.
Sappiamo che per Bulgarella l'ipotesi di una causa cardiaca resta centrale.
Sappiamo invece che, per Anselmo, la difesa contesta che l'inalazione di gas possa già essere considerata una causa definitivamente accertata, perché mancano ancora gli esiti completi degli approfondimenti istologici e tossicologici.
E sappiamo che dietro quella stazione di sollevamento c'è un sistema di depurazione con una storia lunga di criticità, sequestri e anomalie documentate.
Quello che ancora non sappiamo è la cosa più importante: perché Davide Anselmo sia morto, se quella morte potesse essere evitata e se qualcuno abbia violato obblighi che avrebbe dovuto rispettare.
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