Era stato arrestato per favoreggiamento a Cosa nostra, poi è stato assolto dall’accusa. Ma nonostante ciò la Corte dei Conti l’ha condannato a un risarcimento danni.
La storia è quella di Giuseppe Marino, ex dipendente dell’Asp in servizio al poliambulatorio dell’ex Inam di Marsala. Il 29 aprile 2004 Marino venne arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia Peronospera II. Per lui l’accusa era quella di aver favorito i mafiosi che avevano rubato, nel dicembre 2000, 12 milioni di vecchie lire custodite nella cassa forte dell’Inam. Adesso i giudici contabili hanno condannato Marino a risarcire la somma. Ma nel corso del processo l’ex dipendente Asp è stato assolto da tutte le accuse. A tirarlo in ballo era stato Mariano Concetto, ex vigile urbano, affiliato alla cosca marsalese, e oggi collaboratore di giustizia. Agli inquirenti Concetto aveva dichiarato che era stato Marino a dirgli dove si trovava l’ufficio del direttore sanitario. Ufficio in cui c’era la cassaforte con dentro i 12 milioni di lire. La difesa di Marino, sostenuta dall’avvocato Stefano Pellegrino, batte però sul fatto che l’ex impiegato Asp stava semplicemente rispondendo alla domanda di un vigile urbano, di cui non sapeva che in realtà era un mafioso e che voleva compiere un furto.
Marino è pronto a fare ricorso contro la decisione della Corte dei Conti che lo ha condannato a risarcire 6.500 euro per quel furto. Così come ha fatto ricorso in Corte di Cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Palermo che nell’assolverlo dall’accusa di furto aggravato dal favoreggiamento alla mafia ha rifiutato la richiesta di risarcimento danni per “ingiusta detenzione”. Marino è stato infatti rinchiuso per due settimane al carcere Pagliarelli di Palermo. Da quel momento, fino al 2008 fu sospeso dal lavoro con la decurtazione di metà stipendio. Marino è stato assolto in appello dopo la condanna a tre anni di carcere in primo grado, nel 2009, al Tribunale di Marsala. La sentenza di primo grado prevedeva anche un risarcimento danni di 14 mila euro in favore dell’Asl che si era costituita parte civile al procedimento. Il rifiuto da parte della corte d’Appello di Palermo a concedere il ristoro per ingiusta detenzione, secondo l’avvocato Pellegrino, sarebbe legato al fatto che Marino si sia avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. “Ma questa è un diritto del mio assistito e una strategia difensiva” ha spiegato il Legale.