Marsala. La Cassazione conferma la condanna al maresciallo dei carabinieri Enrico Lazzaro
Eliminato, per prescrizione uno dei reati contestati (tentata violenza privata), con cancellazione della relativa pena (5 mesi di reclusione), la quinta sezione della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza con cui, il 15 novembre 2012, il Tribunale di Marsala condannò a due anni e tre mesi di carcere, per abuso d’ufficio, molestie telefoniche, accesso abusivo a sistema informatico e tentata violenza privata, il maresciallo dei carabinieri Enrico Lazzaro, ex componente della sezione di pg presso la Procura. Il sott’ufficiale, in servizio a Marsala fino al 2008, fu invece assolto dall’accusa di diffamazione. A presiedere il collegio giudicante è stato Gioacchino Natoli, giudici a latere Sara Quittino e Roberto Riggio. La sentenza di primo grado fu confermata dalla Corte d’appello di Palermo il 16 giugno 2014. I fatti contestati risalgono al periodo maggio-giugno 2007 e sono relativi alla vita privata di Lazzaro. In particolare, agli sviluppi che, secondo l’accusa, seguirono l’interruzione di un rapporto sentimentale intrattenuto con una donna, Ignazia Daniela Anselmi, che poi ha denunciato il militare. Raccontando, tra l’altro, che questi le disse che l’avrebbe rovinata in quanto in possesso di alcune foto che la ritraevano in atteggiamenti compromettenti. Per una serie di telefonate mute e per accesso abusivo a sistema informatico, in quanto il Lazzaro sarebbe riuscito ad entrare nella posta elettronica della donna. L’abuso d’ufficio, infine, è stato contestato perché il maresciallo avrebbe svolto indagini sulla sua ex amante (impiegata al Comune di Marsala) di sua iniziativa, all’insaputa degli altri componenti della stessa squadra di pg dei carabinieri. Il Tribunale condannò Lazzaro anche al pagamento di un risarcimento danni di 25 mila euro in favore delle parti civili (20 mila per la Anselmi e 5 mila per il marito, all’epoca dei fatti fidanzato, Giovanni Zichela). Il gup Giuliana Franciosi aveva prosciolto il militare dalle molestie telefoniche e ingiurie. Poi, però, la Procura tornò alla carica per le molestie. A sostenere l’accusa, nel processo di primo grado, è stato l’attuale procuratore aggiunto di Palermo Dino Petralia, la cui richiesta di pena fu accolta dal Tribunale.
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