29/10/2015 06:35:00

Carne e tumori, eccessivo l’allarme dell’Oms.Vinci:“La carne fresca italiana va consumata"

Consumare o no carne rossa? E’ giusto continuare a farlo o bisogna fermarsi? E’ salubre o provoca davvero il cancro? C’è poco da fare, da un paio di giorni ce lo chiediamo un po’ tutti, da quando un comunicato ufficiale dello Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sui tumori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che la carne lavorata è cancerogena mentre la carne rossa (in generale) è probabilmente cancerogena. L’agenzia ha, infatti, redatto una nuova classificazione capace di determinare il rischio cancerogeno delle diverse sostanze. Assieme ad arsenico, amianto e tabacco, nel gruppo 1, quelli più pericolosi per la salute umana, - afferma il documento dello Iarc -, ci sono salsicce e insaccati mentre la carne rossa è finita appena un gradino sotto, nel gruppo 2A, quello dei probabilmente cancerogeni. Bisogna comunque dire che gli esperti dell’Oms non arrivano a questa conclusione in maniera avventata ma dopo una valutazione frutto degli studi sul rischio del consumo di carne rossa e basati su una letteratura di oltre 800 studi che riguardano una dozzina di tumori e condotti su diverse popolazioni in diverse abitudini alimentari. I sospetti di cancerogenicità si sono concentrati soprattutto sulle carni lavorate, quelle cioè sottoposte a salatura, essiccatura, affumicatura, aggiunta di conservanti, preparati per lo più con carni rosse (come maiale e manzo), ma anche con pollame o altri carni rosse. Insomma, insaccati come wurstel, prosciutto, pancetta, salsicce e carni in scatola, che rispetto al prodotto fresco o cotto in maniera tradizionale hanno un contenuto maggiore di sale e conservanti.

Abbiamo chiesto al dottore Giuseppe Vinci, dietologo dell'Asp di Trapani, in servizio all’Ospedale Sant’Antonio Abate, un parere sulla vicenda che rischia di creare inutili allarmismi. Dottor Vinci, qual è il suo giudizio sullo studio dell’Oms? Possiamo continuare a mangiare carne?

Lo studio epidemiologico ha messo in rapporto il consumo di carne e l’insorgenza del tumore. Questo, in particolare, vale per le carni lavorate, quelle carni che hanno subito dei processi di salatura, fermentazione e affumicatura, ma non dobbiamo mettere tutto sulla stessa bilancia. Le nostre carni fresche italiane vanno consumate. La nostra dieta mediterranea, che è un modello alimentare unico che tutti ci invidiano, prevede la carne rossa una o due volte a settimana, che va tranquillamente consumata, in Italia poi è una garanzia; mentre le carni lavorate vanno consumate il meno possibile. Questo è il messaggio che mi sento di dare a tutti quanti. Bisogna stare attenti, inoltre, ai tipi di cottura della carne. Le bruciacchiature della grigliata vanno bandite, o per lo meno riservate a dei periodi molto limitati nell’arco dell’anno. La liberazione di ammine e di idrocarburi, infatti, sono pericolose e cancerogene, ed è un fatto risaputo già da anni".

E gli insaccati vanno banditi?
"No, non vanno banditi. Il problema è nato dall’abuso di utilizzo degli insaccati che si è fatto in questi ultimi anni. Specie i bambini, li utilizzano nel loro spuntino mattutino o pomeridiano. Dico che queste abitudini devono cambiare ma non del tutto eliminate. Gli insaccati, se sono genuini, una, due volte a settimana possono tranquillamente stare sulla nostra tavola.

Anche il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, rassicura i consumatori:“Nessun allarmismo, lo abbiamo sempre saputo che consumare tanta carne fa male”.

Lo studio dell’Oms - afferma il nutrizionista Giorgio Calabrese -, non tiene conto della nostra dieta. Noi non ci nutriamo come nel mondo anglosassone e in Italia i tumori al colon sono nettamente inferiori. Significa che la nostra dieta mediterranea è sana”. In definitiva, con buona pace di vegani e vegetariani, viste le reazioni suscitate in tutto il mondo, l’allarme lanciato dall’Oms appare eccessivo.

Una forte preoccupazione è già stata espressa dal presidente di Fiesa Confesercenti, Gian Paolo Angelotti che denuncia il fatto che sono a rischio 180 mila posti di lavoro in un settore così importante che vale 32 miliardi di euro. Per Coldiretti, invece, ci potrebbero essere delle ripercussioni sulla produzione e sulla vendita come accadde per l’aviaria.