A Marsala è andato in scena "Il casellante" di Camilleri/Ovadia; l'alchimia perfetta
Il primo tempo è servito per apparecchiare la tavola. Una certa lentezza, simile a quella della canicola estiva che appesantisce le gambe e rallenta la parlata. Musiche un po’ ruffiane che strizzano l’occhio allo spettatore, fino a distrarlo. Una scelta registica, suppongo, voluta da Giuseppe Dipasquale e lo stesso Camilleri che ha collaborato alla stesura della trasposizione teatrale del romanzo. Un azzardo, se vogliamo, per quella parte di pubblico miscredente che non conosce il vigatese e lo vive come un tentativo maldestro di un siciliano storpiato. Un depistaggio diabolico, come la finta nella boxe che fa abbassare le difese dell’avversario (spettatore) prima del diretto. Che è arrivato, nel secondo atto, dritto in faccia, e poi allo stomaco. A sganciarlo è stata Minica (Valeria Contadino) la più mesta in scena durante il primo atto, la sola donna in scena. I suoi monologhi hanno tagliato la carne degli spettatori, parole semplici e affilate che non hanno lasciato scampo. Lo strazio infinito di una donna abusata quando ancora l’abuso era difficile da dimostrare. Un tema attualissimo che ancora oggi si fa fatica a denunciare. La storia di una donna che le rappresenta tutte. Minica sceglie la follia, il solo modo per sopportare la perdita del figlio desiderato fino allo spasimo. Staccarsi dal mondo degli umani per farsi pianta e sperare almeno di dare frutti. La maternità che compie la donna, l’appaga nel Senso, a lei negato per sempre per via dell’abuso efferato in cui Naturalmente ha perso il bambino. Mito, sogno, realtà e finzione, un mix potentissimo che ha commosso tutti, non può essere altrimenti. Una storia d’amore come non capita spesso d’incontrare. Pulita. Totale. La vendetta del marito (Mario Incudine) quando ancora non c’era Nessuno tocchi Caino, politicamente scorretta oggi, che induce a una deroga agli iscritti, almeno nella finzione. Sullo sfondo una guerra che ancora i siciliani non hanno compreso . Liberati per primi dagli alleati, ma solo dopo il massacro dei civili. Camilleri è un ingegnere delle trame, un antropologo dei sentimenti. Li fiuta, li riconosce e te li restituisce con l’aggravante di saperlo fare magistralmente. Moni Ovadia è un gigante e non solo fisicamente. Un’alchimia perfetta Ovadia/Camilleri. Musicisti straordinari, ologrammi evanescenti e sempre presenti. Suoni, grida, canti e mai silenzi. Il teatro onesto di Ovadia, quello che inizia a sipario aperto e trasforma gli attori in personaggi sotto gli occhi dello spettatore, senza artifizi o tecnologie sceniche. Minimalista, essenziale. Mario Incudine che sa fare tutto, e bene. Ma anche il compare Totò (Giampaolo Romania) musicista e attore come Ovadia pretende nel suo teatro musicale. Il mafioso influente già negli anni Quaranta, Don Simone (Sergio Seminara). Ma fare solo il musicista è un lusso che Ovadia non concede ai suoi, infatti Antonio Vasta e Antonio Putzu sono anche, ora avventori, ora gendarmi . Una ricompensa arriva, alla fine, per la sventurata Minica, una concessione fatta alla tragedia altrimenti insopportabile anche per lo spettatore.
Che fine ha fatto il mal di schiena di Ovadia? Me lo sono chiesta più volte. Fino a qualche ora prima faticava a sedersi, e poi, curvo nei panni della Mammana, o scattante in quello del gerarca fascista. Solo l’attore può farlo, ma non chiedetegli mai come, perché non lo sa neanche lui. Accade e basta. Quanti eravamo a teatro? Pochi, rispetto a quanto meritava lo spettacolo, tanti… quelli con gli occhi lucidi.
Katia Regina
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