Aveva un fucile il diciannovenne ucciso da un cacciatore
Sono stati trovati una doppietta calibro 12 e una cinquantina di proiettili accanto al cadavere di Nathan Labolani, il diciottenne di Apricale (Imperia) ucciso per errore con un colpo di fucile all’addome da un cacciatore di 29 anni che lo avrebbe scambiato per un cinghiale.
Secondo gli investigatori non è escluso che il giovane – seppur sprovvisto di porto d’armi – stesse a sua volta cacciando. Scrive Repubblica:
«Negli ultimi dieci anni il mercato ha conosciuto un nuovo robusto impulso alle vendite grazie alla diffusione delle carabine anche per la caccia di selezione e, in particolare, ai cinghiali che tradizionalmente venivano invece cacciati con dei fucili calibro 12 “a palla asciutta” o palla unica la cui “potenzialità lesiva” non superava i 300- 400 metri. Questo, insieme a una prorompente evoluzione tecnologica sia delle armi sia delle munizioni, ha contribuito a un incremento significativo del giro d’affari. Nel 1992, nella legge quadro sulla caccia, il legislatore aveva vietato di “sparare da una distanza minore di una volta e mezza la gittata massima dell’arma”. Con una carabina ad alta potenza, si raggiungono facilmente anche i due chilometri di gittata (quindi sarebbe legittimo sparare solamente in zone dove non vi sia anima viva nel raggio di tre chilometri). Del resto si tratta di armi micidiali. Uno dei calibri più in voga, il 308, è la versione civile del 7,62 Nato. Tutti gli eserciti lo considerano ormai troppo potente e l’hanno rimpiazzato con il 5.56. Si usa solo in Afghanistan dove le distanze degli scontri sono lunghe. Un altro calibro tipico della caccia al cinghiale con la carabina è il 300, quello che ha ucciso Nathan, e deriva dallo Springfield 30.06 dei soldati americani della prima e seconda guerra mondiale. Quella dei Marines di Iwo Jima. “Queste carabine — ribattono i cacciatori — sono meno pericolose dei vecchi fucili. Perché invece di palle di piombo usano proiettili in materiale atossico che minimizzano il rischio di rimbalzo. La verità è che ad essere pericolose non sono mai le armi, ma sempre chi le impugna”».
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