12/05/2019 17:07:00

Arata: "La Dia di Trapani mi disse che potevo lavorare con Vito Nicastri"

"Fu la sezione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, di Trapani, a dirmi che potevo prseguire l'attività con Vito Nicastri". Lo racconta, oggi, in un'intervista al Corriere, Paolo Arata, l’imprenditore indagato per corruzione con il sottosegretario leghista Armando Siri.

“Non sono mai stato socio di Nicastri né condivido affari”, sostiene Arata a proposito di Vito Nicastri, imprenditore accusato di reati di mafia, con cui ammette di aver avuto rapporti nel 2016 e nel 2017, ma “si sono conclusi quando ebbe problemi con la giustizia”. Con Siri non ha “assolutamente” mai parlato di Nicastri, “non ce ne sarebbe stato motivo”.

Ecco l'estratto dell'intervista:

Lei è socio di Vito Nicastri, non le crea problemi condividere gli affari con un imprenditore accusato di reati di mafia?

«Non sono mai stato socio di Nicastri né condivido affari. Ci tengo a precisare che la nostra frequentazione lavorativa è iniziata a seguito dell’acquisto di una società d’investimento in Sicilia che mi è stata ceduta da un imprenditore di Milano. È un imprenditore che avevo conosciuto attraverso un professionista affermato del settore energetico che è stato mio socio nell’affare».

Quando?

«L’investimento risale al 2015. Per la realizzazione dell’investimento, questa cedente si avvaleva di una struttura tecnica, peraltro all’epoca affermata e qualificata che stava sviluppando il primo grande impianto solare-termodinamico, all’interno della quale operava anche Nicastri».

Quindi ha avuto rapporti con Vito Nicastri?

«Sì, nel 2016 e nel 2017. Ma i nostri rapporti si sono conclusi quando ebbe problemi con la giustizia. Quando venne arrestato per fatti completamente estranei alle mie attività, io mi recai, sollecitato anche dalla società milanese quotata in borsa con la quale volevamo realizzare alcuni impianti di biometano in Sicilia, presso gli uffici della Dia di Trapani insieme a mio figlio Francesco.

Perché?

«Parlai con il comandante perché ero preoccupato di quanto stava avvenendo e dunque decidere se proseguire o meno l’attività del biometano. Dissi anche al colonnello che il figlio di Nicastri stava collaborando con la società come dipendente insieme a mio figlio Francesco. Ricordo che il colonnello ci tranquillizzò, invitandoci a proseguire nell’attività. Solo oggi credo che quanto ci venne riferito dalla Dia potrebbe avere avuto finalità investigative. Ma noi, che non conoscevamo né il territorio né le dinamiche, da quelle parole ci sentimmo rassicurati».

Secondo gli investigatori lei voleva crearsi un alibi.

«Credo che la notizia sia stata fatta trapelare in questi termini, ma è indubbio che la mia condotta sia indice di trasparenza. La mia storia professionale dimostra che sono sempre stato al servizio del Paese, e basta esaminare le mie risorse finanziarie per verificare che quando ho deciso di intraprendere attività imprenditoriali sono state una perdita secca per la mia famiglia. Per questo spero che i magistrati vogliano controllare anche i miei conti correnti, scopriranno che le società sono state finanziate esclusivamente con risorse della mia famiglia, completamente tracciabili».

Ha mai parlato con Siri di Nicastri?

«Assolutamente no, non ce ne sarebbe stato motivo».