04/09/2019 06:00:00

Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso da nessuno

Nessuno ha ucciso il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Nessuno ha affiancato la sua auto, la A112, nella quale viaggiava, con sua moglie Emanuela, seguito dall’agente Francesco Russo.
Nessuno li ha colpiti con più di 30 pallottole.
Nessuno ha lasciato quei corpi crivellati, così, in strada.
Nessuno.
Nessuno ha ucciso il Prefetto Dalla Chiesa.
Perché il Prefetto viene ucciso dalla mafia, a Palermo, il 3 Settembre del 1982.
Eppure, per lo Stato, quel  giorno, la mafia non esisteva. Non esisteva. Nonostante i morti, gli scandali, il sacco di Palermo, il traffico internazionale di droga, gli appalti truccati, la mafia non esisteva.

Nessuno ha ucciso Dalla Chiesa, perché il reato di mafia verrà introdotto nel nostro ordinamento qualche giorno più tardi. E’ il famoso articolo 416 bis, che entrerà in vigore nel codice penale solo il 13 Settembre. E’ la legge Rognoni - La Torre.

 

Dal 1982 ad oggi è passato un secolo. La mafia ha sfidato lo Stato, e noi abbiamo reagito. Oggi stiamo vincendo la nostra battaglia contro Cosa nostra. Le famiglie storiche della mafia siciliana sono ridotte all’osso. Ma tutto è molto più complesso. Ci sono modelli criminali nuovi. Che non conosciamo.

La mafia, dal canto suo, è sempre la stessa. Ce lo insegna, tra gli altri, uno storico importante come John Dickie.
Dopo 25 anni di terrore corleonese, con l’assalto a politici, giornalisti, sacerdoti, la mafia, negli ultimi anni, si è riappropriata della sua natura. E’ ritornata mafia: pettinata, politicamente corretta, con le sue propaggini nei salotti romani come già a fine ‘800. Una mafia che non fa stragi. Fa patti con pezzi dello Stato italiano. Si siede con imprenditori, con logge massoniche, con altri poteri.

Nel frattempo è avvenuto anche altro.

C’è stato un periodo in cui Cosa nostra era un marchio, come dire, vincente. Questo è dovuto a tanti fattori, ma è anche nella natura di Cosa nostra: la mafia ha bisogno di una narrazione positiva, di mostrarsi come vincente. E quindi un politico, se voleva fare carriera, alla Ciancimino, doveva pubblicamente mostrare i suoi riferimenti mafiosi, e il Sindaco girava con il boss del paese, e così il comandante dei Carabinieri.

Poi c’è stata la reazione formidabile - vista con gli occhi dello storico - dello Stato, dopo le stragi del 1992. Di fronte all’orrore di Capaci e di Via D’Amelio è nato un sentimento antimafioso, molto forte, davvero popolare. Tutti abbiamo capito da che parte stare. Diventa importante un altro marchio, quello dell'antimafia, che a differenza di Cosa nostra non è un brand depositato, è un marchio “libero da diritti”, che tutti possiamo utilizzare, dai politici che vogliono fare carriera, agli avvocati specializzati nelle parti civili, agli imprenditori "antiracket", eccetera, eccetera. 

Delle menti raffinatissime hanno allora capito che bisognava in qualche modo utilizzare le insegne dell' antimafia per dire cose che agli altri era proibito dire, fare cose che ad altri non era consentito fare.

E' questo il periodo che viviamo, un periodo di forte disorientamento: un gioco di specchi continuo, in cui ciò che è non è ciò che appare, in cui si scambiano sempre pupi e pupari.


Oggi insomma, siamo più certi dell’esistenza di un nuovo modello criminale, che non ha nome e che io chiamo “Cosa Grigia”. Si tratta di una mafia nuova, che è, essenzialmente, “metodo”, e lo dico citando una recente sentenza della Cassazione, che ci spiega che oggi per individuare la mafia si può prescindere dal territorio, dal numero degli affiliati, dai mezzi economici, basta il metodo: la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo, dalla “riserva di violenza”, in grado di assoggettare l’esistenza delle persone.

Oggi, quando penso a Cosa Grigia, penso a Mafia Capitale, organizzazione criminale mafiosa con caratteristiche singolari, ma penso anche ad Antonello Montante, che in nome dell’antimafia aveva creato quello che sembra, stando agli atti del processo, un vero e proprio sistema criminale.

Un sistema criminale nuovo che coinvolge anche importanti funzionari dello Stato. Non dimentichiamoci che, tra l’altro, nell’ascesa di Montante, c’è la sponsorizzazione, oltre che di giornalisti, procuratori, imprenditori, anche di due Ministri dell’Interno della Repubblica, Cancelleri, Alfano. E ci siamo trovati un personaggio, che era nel cuore di un boss di Cosa nostra - per citare il libro di Attilio Bolzoni su Montante, "Il Padrino dell'antimafia" - ai vertici di Confindustria e dell’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati, con un potere immenso.

Montante, e altri come lui, non sono mafiosi per la giustizia, ci mancherebbe, ma  sono rappresentanti di organismi criminali che assomigliano tanto alle organizzazioni mafiose.

Oggi ci sono centri di potere in cui Cosa nostra -  se si vuole sedere al tavolo con loro -  deve bussare. E non è detto che gli aprano la porta. E quando si siede al tavolo, di quella tavolata, di quella spartizione, come avviene già nell’eolico - per citare un’altra vicenda che ho seguito bene - ha solo le briciole.

Insomma, noi stiamo vincendo la battaglia contro la mafia degli straccioni, la mafia dei censurati.

Poi c’è la mafia degli incensurati, che ancora non ha il "bollo" dello stato italiano. Perché purtroppo nella storia della lotta ai sistemi criminali mafiosi lo Stato arriva in ritardo, spesso in notevole ritardo.

Come il caso di certe lobby criminal-politiche, molto attive dalle nostre parti, che hanno stretto nel tempo rapporti con i pubblici amministratori , gestendo direttamente i flussi finanziari illegali utilizzati per alimentare il ricorso alla corruzione in favore di tanti protagonisti della vita politica e amministrativa. E’ un meccanismo che vedo all’opera nella gestione dei servizi sociali, come nell’accoglienza ai migranti, nella truffa costante all’Unione Europea per fare incetta di contributi. E che arriva a momenti di sublimazione: queste lobby non comprano più un appalto, o un servizio, corrompendo un funzionario. Si comprano direttamente il funzionario, lo mettono nella loro squadra.

Chi ha ucciso Carlo Alberto Dalla Chiesa? Nessuno.

Ecco, io mi chiedo, quanto ancora dovremmo aspettare per una reazione dello Stato e per una presa di coscienza della società rispetto ai nuovi modelli criminali?


Alla domanda: chi è stato? continuiamo a rispondere: nessuno. Ancora, nessuno.

Giacomo Di Girolamo