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08/10/2019 06:00:00

Inside Licata/2. Il “modus operandi”, le aziende compiacenti, le fatture false

Inside Licata. Un’inchiesta a puntate di Tp24 sul re delle sale ricevimenti a Marsala, Michele Licata, il sistema andato avanti per anni che ha portato a milioni di euro di tasse evase, alle truffe sui contributi pubblici, soldi nascosti, fornitori compiacenti, in quello che è diventato un caso studiato in tutta Italia. Questa inchiesta entra nel cuore del sistema Licata. Nel suo Monopoly.

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Entriamo nel vivo di quello che i giudici hanno definito “il modus operandi” di Michele Licata, la sua rete di fornitori compiacenti che emettevano fatture false per che poi servivano sia ad ottenere finanziamenti pubblici che anche compensazioni Iva che non spettavano a Licata.


Le carte parlano chiaro di come per anni Michele Licata abbia attuato il suo piano per racimolare ingenti risorse. E’ tutto scritto nella sentenza del Gup di Marsala che ha condannato l’imprenditore marsalese che è stata presa come linea guida dalla sezione misure prevenzione di Trapani per la confisca dei beni.

Licata agiva così. Chiedeva l’emissione di fatture false per documentare costi sia ai fini fiscali (risparmio di imposta) che di rendicontazione delle spese sostenute per la realizzazione di opere ammesse a finanziamento pubblico.
Poi riconosceva e corrispondeva all’impresa emittente una sorta di corrispettivo per il favore ricevuto, una percentuale degli importi falsamenti fatturati. Inoltre rilasciava assegni bancari in pagamento delle fatture per operazioni inesistenti. Ma recuperava subito l’importo defalcato della parte che costituiva il compenso dovuto al fornitore fittizio in base agli accordi fatti con Licata.

 


Queste operazioni venivano fatte soprattutto attraverso le società Delfino Srl, Roof Garden Srl, Delfino Ricevimenti Srl, Rubi Srl.
Ma chi sono e cosa fatturavano i fornitori?

I fornitori fittizi di Licata non possedevano un’organizzazione aziendale e commerciale adeguata e idonea a giustificare cessioni di merci e prestazioni di servizi per quantitativi rilevanti, corrispondenti a quelli fatturati alle società del gruppo Licata. In più è stato scoperto che alle fatture non corrispondevano pagamenti di uguale importo, ma molto più bassi, il tutto senza che i fornitori facessero ricorso ad azioni legali.

Emerge che anche i fornitori, come Licata, erano degli evasori.

Una delle ditte che ha emesso fatture per consistenti importi alle società del gruppo Licata è quella di tale Giuseppe Sciacca che fattura prestazioni per 4.696.744 euro. Ma si scopre che anche lui è un evasore totale, non avendo mai presentato dichiarazioni ai fini Iva e delle imposte dirette. Durante i controlli non è stato in grado di esibire i libri, i registri, scritture e altri documenti. Inoltre l’impresa era priva di locali, la sede coincideva con il domicilio del suo titolare. Tra i beni della ditta solo un camion, che però Sciacca ha dichiarato di non avere più in possesso da anni. Non ha esibito nessuna fattura di suoi fornitori per materie prime, né schede lavoro sui cantieri, nulla. Inoltre, nonostante il credito maturato dal 2008 di oltre 2,8 milioni di euro non aveva fatto alcuna azione legale nei confronti di Licata

Poi c’è la ditta Castiglione Maria Rosa. Le sue fatture per le società del gruppo Licata ammontano a quasi 1,5 milioni di euro. Anche questa ditta era evasore totale, per diversi anni. Anche qui nessun registro, nessuna dichiarazione. Scrivono i giudici che il vero amministratore della ditta individuale era però il convivente della signora Castiglione, tale Carlo Mineo Buccellato. Durante le ispezioni ha dichiarato spontaneamente che aveva intrattenuto per conto della ditta rapporti commerciali con le società di Licata emettendo su richiesta di quest’ultimo “fatture di cortesia”. “Gli servivano per la contabilità delle sue società” confessa Mineo Buccellato. La ditta aveva un credito di un milione 124 mila euro mai riscosso. La Castiglione ha dichiarato che non si era occupata lei di tutta questa faccenda, di non sapere di tutto questo fatturato, ma che era opera del compagno. “Non ho mai incassato le somme riportate nelle fatture” ha detto la signora agli inqurenti.

Anche la Security di Domenico Ferro aveva staccato fatture molto più ingenti del volume d’affari dichiarato. Fatture per 245 mila euro, contro un volume d’affari nel 2011 di appena 7 mila euro, e l’anno dopo pari a zero. Ferro dichiara una cosa importante. Che le fatture si riferivano a prestazioni di servizio mai effettuate e che erano state emesse “a titolo di cortesia e su richiesta di Michele Licata” a fronte di un compenso pari al 10% del fatturato.
E’ il prezzo della “cortesia”.

Altra azienda, la ISPE di Giacomo Bongiorno e c. sas. Aveva emesso nei confronti delle società di Licata fatture per ben 12 milioni 746 mila euro, ma il volume d’affari dichiarato dall’azienda era molto più basso. Anche qui, Bongiorno dichiara che le fatture si riferiscono a prestazioni inesistenti, firmate per “cortesia” a Licata, che lo avrebbe ricompensato con il 2-3% dell’importo fatturato fittizio. Licata gli versava il “compenso” in assegni, bonifici o contanti. Figuerà che la ditta è creditrice per quasi 5,8 milioni di euro, senza alcuna azione legale intrapresa. Emerge anche che quando Licata aveva bisogno di denaro contante si recava insieme al titolare presso la filiale della Banca Intesa a lì gli consegnava degli assegni a titolo di “pagamento” delle false fatture, contestualmente, Bongiorno negoziava il titolo e consegnava il denaro a Licata.

La ditta individuale “Ambienti Hotel di Messina Gaspare” aveva emesso fatture per 424 mila euro. Il volume d’affari per il 2008 però era di quasi 30 mila euro e per il 2011 risultava invee evasore totale non avendo presentato le dichiarazioni Iva. Messina non riuscì a dimostrare la di aver incassato le somme dalla Delfino Srl di Licata. Invece nei registri della società di Licata c’erano 229 mila euro di pagamenti a mezzo assegni bancari e 40 mila euro per cassa.
La ditta Centro Dorelan di Cammareri Leonarda. Nel 2012 aveva dichiarato un volume d’affari di 51 mila euro, ma nello stesso periodo aveva emesso fatture per 230 mila euro nei confronti delle società del “gruppo Licata”. Operazioni sulle quali la titolare non fu in grado di dimostrare l’effettiva corrispondenza tra merce acquistata e venduta a Licata.


Altra società, la Pi.Ca.M. Snc di Nizza Antonino & C. Le fatture emesse in favore delle società di Licata ammontano a circa un milione 920 mila euro. Ma anche questa società non aveva un volume d’affari tale da giustificare l’emissione di fatture di tale importo. In sostanza, come le altre ditte, emetteva fatture senza registrarle. Infatti in molti periodi di imposta le dichiarazioni sono molto basse. Addirittura nel 2008, e dal 2010 al 2012 emerse che Nizza era evasore totale. Nel 2009 presentò il modello Unico con un volume d’affari pari a zero. Nessun registro Iva dal 2007 al 2014. Nessun dato emergeva relativamente a mezzi di proprietà o noleggiati per effettuare i lavori oggetto delle fatture. Segno che per i giudici le fatture siano riferite a prestazioni mai effettuate.

 

 

Poi c’è una storia curiosa, quella del ragioniere “infedele”. E’ un contabile che collabora con più ditte, si chiama Filippo Giacalone.
Gli inquirenti scoprono fatture emesse da un paio di ditte nei confronti delle società di Licata di cui i titolari non ne sapevano nulla. Come la Master Impianti di Palmeri Carlo. Nonostante un volume d’affari esiguo emette fatture per un importo complessivo di 988 mila euro. Interrogato Palmeri ha disconosciuto l’autenticità delle fatture che gli esibivano. Palmeri aveva dichiarato alla Guardia di Finanza che si trattava di prestazioni da lui mai effettuate e di fatturazioni persino successive alla essazione della sua attività. Infatti l’azienda era stata ceduta a Filippo Giacalone, e lì ci fu il sospetto che le fatture fossero state emesse dallo stesso Giacalone. Fu lui stesso, poi, a dire alle Fiamme Gialle di Trapani che lavorò per Palmeri dal 99 al 2010 come ragioniere e di aver emesso fatture di elevato importo non veritiere nei confronti della Delfino Srl del Gruppo Licata. Aveva il timbro, aveva i documenti di identità e il codice fiscale del suo titolare. E disse però che Palmeri sapeva tutto.


Stessa prassi anche per la ditta individuale “Fiocca Vito Salvatore”. Le fatture emesse dal 2007 al 2010 ammontavano a un milione 575 mila euro, ma il volume d’affari dichiarato, in totale era di circa 135 mila euro. Anche in questo caso Fiocca disconobbe l’autenticità delle fatture. In più la grafia era difforme dagli analoghi documenti fiscali, diversa anche la firma per “quietanza”, diverso anche il timbro originale. Insomma erano state emesse fatture false a tutti gli effetti. Le indagini accertarono che fu Giacalone ad occuparsi del tutto all’insaputa di Fiocca.


Giacalone era amministratore e rappresentante legale della Si. Service Srl. La sua società aveva emesso fatture per 904 mila euro nei confronti delle società di Licata. Fatture che non trovavano giustificazione nel volume d’affari della Si. Service. Giacalone poi ammise che le fatture rilasciate dalla Master Impianti erano inesistenti, difese invece l’autenticità delle fatture della sua società, ma disse che non li aveva registrate a causa di un furto di documenti verificatosi proprio nel 2011.
Un modus operandi che andava avanti da anni, con ragionieri compiacenti che utilizzavano timbri e falsificavano firme per fare la “cortesia” a Licata. Dopo il sequestro dei beni, nel 2015, i sigilli agli hotel, alle sale ricevimenti, Licata si presenta in Procura e parla. Comincia a parlare proprio di questo modus operandi. Cosa dice agli inquirenti lo vedremo nelle prossime puntate.

PUNTATE
1 - Così sono cominciati i guai per il re degli hotel di Marsala