08/03/2020 08:20:00

30enne mazarese condannato a 2 anni e 6 mesi per maltrattamenti in famiglia e stalking

Un’altra sentenza di condanna per maltrattamenti in famiglia è stata emessa al Tribunale di Marsala. Ad essere condannato, stavolta, è un 30enne di Mazara, Michele Giacalone, al quale il giudice monocratico di Marsala Iole Moricca a due anni, sei mesi e 11 giorni di carcere. Condannandolo, inoltre, al pagamento delle spese processuali, nonché ad una “provvisionale” di 20 mila euro come risarcimento danni alle parti civili.

Nel reato di maltrattamenti in famiglia il giudice ha inglobato anche le accuse di atti persecutori (“stalking”) e deturpamento. Secondo l’accusa, Giacalone avrebbe reso un vero inferno la vita della sua ex compagna, R.P., di 23 anni, sia durante il periodo di convivenza, iniziato nell’agosto 2017, che dopo.

L’uomo, difeso dall’avvocato Walter Marino, avrebbe posto “in essere ripetuti e quotidiani comportamenti vessatori” ai danni della giovane compagna, assistita dall’avvocato Marilena Messina. A cominciare dall’ottobre 2017, R.P. sarebbe stata aggredita fisicamente e verbalmente.

Oltre ad offenderla, le avrebbe anche controllato continuamente il telefono cellulare, le avrebbe impedito di uscire da casa da sola o con le amiche, avrebbe minacciato di fare del male sia a lei, che alla sua famiglia. Maltrattamenti continui che nella giovane avrebbero ingenerato “un fondato timore per la sua incolumità e quella dei suoi genitori, inducendola a non uscire di casa, a farsi accompagnare da qualcuno negli spostamenti, a cambiare più volte numero di telefono cellulare, a controllare con una videocamera i movimenti esterni alla sua casa”. Queste ultime “precauzioni” dopo la separazione dal Giacalone, che nel corso dell’ennesima lite le avrebbe messo le mani addosso, strattonandola, sputandole addosso e sferrandole un calcio all’altezza dell’addome, facendola cadere a terra priva di sensi, quando, il 31 marzo 2018, lei gli disse che voleva tornare a vivere con i suoi genitori. Questi ultimi, avvisati di quanto era accaduto, si precipitarono in soccorso della figlia, ma lui si rifiutò di aprire la porta di casa. Spintonando, poi, il padre della compagna, costringendolo ad allontanarsi. Due giorni dopo, la ragazza decideva di interrompere la relazione e tornare dai suoi genitori. Ma lui, per nulla rassegnato, nel corso di un “incontro chiarificatore”, dopo averla nuovamente insultata, le avrebbe sfilato il telefono cellulare dalla tasca dei pantaloni, restituendoglielo solo grazie all’intervento dei carabinieri.

Nelle settimane successive, avrebbe cominciato a seguirla e minacciarla. Le avrebbe anche squarciato le gomme dell’auto e sarebbe andato ad infastidirla anche sul luogo di lavoro (Hotel Kempiski). Il 29 aprile un’altra aggressione. Afferrata per il capelli, le avrebbe sbattuto più volte la faccia a terra. L’indomani, per sfuggire alle violenze, R.P. decide di andare a lavorare prima in Germania e poi sul lago di Garda. Ma tornata a Mazara, lui sarebbe tornato alla carica. E l’inferno sarebbe ricominciato.

Adesso la sentenza di condanna, che l’avvocato difensore Walter Marino ha fatto sapere di avere “già impugnato”. Si andrà, dunque, al processo d’appello.