Ermes 3. La lettera di Messina Denaro? Il giudice smonta il caso. “Estorsione confusa”
C’è anche il caso di una lettera di minacce di Matteo Messina Denaro, per ottenere un terreno a Castelvetrano, nell’inchiesta Ermes 3 scattata ieri per fare terra bruciata attorno al boss latitante. Due persone arrestate, 15 indagati, perquisizioni a tappeto, in cerca di tracce della primula rossa della mafia siciliana.
Ma sulla lettera e il tentativo di estorsione ci sono grossissimi dubbi, sollevati soprattutto dal Gip Claudio Rosini, che ha firmato l’ordinanza dell’operazione antimafia.
L’estorsione riguarderebbe un terreno di proprietà di Giuseppe La Rosa e Giuseppina Passanante, figlia del defunto boss di Campobello di Mazara, Alfonso Passanante. Il terreno si trova in contrada Zangara a Castelvetrano, dove i Messina Denaro facevano i campieri nei terreni dei d’Alì, e che era appartenuto a Totò Riina.
Quando si svolgono i fatti è il 2013 e Messina Denaro è latitante da 20 anni. Tutto il mondo lo cerca, nessuno lo trova, lui non lascia tracce, è invisibile. Dopo il ritrovamento dei pizzini a Montagna dei Cavalli, nel covo di Provenzano, e la corrispondenza con Vaccarino, il boss invisibile non lascia più traccia di sé. E lo avrebbe fatto per una questione di poco conto come un terreno?
Sono gli stessi dubbi che solleva il gip parlando del tentativo di estorsione ad opera “niente di meno che del noto latitante”. Ma già questa per il gip è una “contraddizione intrinseca che toglie gravità agli elementi indiziari acquisiti”. Anche perchè “le persone offese si sarebbero, bellamente, rifiutate di soggiacere, e ciò nonostante una lettera di minacce proveniente dallo stesso latitante”. Il gip aggiunge che sulla autenticità della lettera i due coniugi “mostravano di avanzare pregnanti dubbi”. Una lettera a loro recapitata da Vincenzo La Cascia, altro soggetto di accertata intraneità a cosa nostra.
La vicenda emerge soltanto dal dialogo tra Vito Gondola, boss di Mazara, e i coniugi, nel dicembre 2013.
I fatti riguardano un appezzmento di terreno in contrada Zangara, a Castelvetrano, che i coniugi avrebbero dovuto dare in favore di “non si capisce quale soggetto”. Cosa che rifiutavano di fare perchè “avrebbero violato le volontà del defunto Passanante”. Secondo quanto emerge La Cascia nel consegnare la lettera si sarebbe addirittura scusato con loro, dimostrando di non condividere l’azione estorsiva.
“A causa dei buoni rapporti intrattenuti nel tempo con i Messina Denaro la Passanante, evidentemente rammaricata, esprimeva anche il dubbio sull’autenticità di quella lettera e sulla sua provenienza, aggiungendo che La Cascia era persona “infida” e quindi riferiva che si erano persino recati da un comune amico dell’apparente mittente per fargli vedere la lettera, anche il comune amico si era mostrato dubbioso” continua il gip.
Il gip scrive che gli unici elementi raccolti sono “insufficienti a fondare l’ipotesi accusatoria e soprattutto a riferirla agli attuali indagati”. In più se pure “una pregevole opera di ricostruzione e interpretazione ad opera della Pg abbia individuato nel noto latitante il soggetto cui si riferivano gli interlocutori quale mittente, la missiva, di ipotesi, appunto, si tratta, tra l’altro poco conciliabile con gli ottimi rapporti vantati dai coniugi con i vari membri della famiglia Messina Denaro”. Insomma, Messina Denaro non poteva togliere un terreno a una famiglia che era stata in buoni rapporti con la sua.
“E’ anche rimasto confuso quale comportamento fosse imposto ai titolari del fondo, mentre neppure è possibile ritenere che il La Cascia fungente da mero recapitatore della missiva, ne avesse condiviso il contenuto” conclude il gip sulla vicenda.
Il gip, in sostanza, sembra smontare il caso della lettera e dell’estorsione ad opera del superlatitante.
Sono 15 le persone indagate nell'operazione Ermes 3, scattata questa notte per fare terra bruciata attorno al super latitante Matteo Messina Denaro. Di queste due sono state arrestate, si tratta di Giuseppe Calcagno e Marco Manzo.

Nel corso del blitz operato dalla Squadra Mobile di Trapani è stata perquisita la casa della madre del latitante, ancora una volta, la signora Santangelo, a Castelvetrano.
In manette sono finiti Giuseppe Calcagno di 46 anni, di Campobello di Mazara, e Marco Manzo, 55 anni, pregiudicato, anche lui di Campobello di Mazara, indagati per associazione di tipo mafioso ed estorsione.
L’operazione è stata condotta dagli uomini della Squadra Mobile di Trapani diretta dal vicequestore aggiunto Fabrizio Mustaro con l’ausilio degli uomini della Questura, dei Commissariati della provincia e dei Reparti Prevenzione Crimine di Palermo e di Reggio Calabria, con unità cinofile e il Reparto Volo di Palermo. Sono stati impiegati 90 uomini della Polizia di Stato.
Quindici gli indagati a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, detenzione di armi e favoreggiamento della latitanza del boss mafioso.
Giuseppe Calcagno, 46 anni, è un fedelissimo dell’anziano capomafia di Mazara Vito Gondola, che era stato fermato cinque anni fa: proprio in quell’indagine erano emersi i nomi di Calcagno e di Marco Manzo, arrestato pure lui ieri. L’inchiesta ha provato a svelare gli altri passaggi della catena di comunicazione del latitante. In questa indagine, il boss è indagato per tentata estorsione.
Manzo è uno dei picciotti del clan che nel 2008 incendiò la casa al mare del consigliere comunale Pasquale Calamia. L’esponente del Pd si era permesso di augurarsi, durante un suo intervento in consiglio comunale, l’arresto di Messina Denaro.
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