Il boss Cappello dal carcere duro scrive a Mattarella: "Fucilatemi"
«Signor Presidente le chiedo la grazia: fucilatemi». Salvatore Cappello, detto Turi, è un boss della mafia catanese. Ex, precisa lui, da almeno dieci anni. È in carcere da 29 anni e da 28 subisce il regime dell’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Che significa “carcere impermeabile”, in modo totale con l’esterno, un solo colloquio al mese con i parenti dietro a un vetro e pochi contatti, sempre con le stesse persone all’interno. E una serie di restrizioni che ti soffocano, regole che si avvicinano sempre più alla tortura. E a lungo andare diventano pena di morte. Soprattutto per quelli che, come lui, hanno scritto sul proprio fascicolo “fine pena mai".
Per quelli condannati per un certo tipo di reati, mafia, terrorismo, narcotraffico. E l’applicazione di un certo articolo dell’Ordinamento penitenziario, il 41 bis, in tortura quotidiana per 751 detenuti. Che sono dei veri murati vivi.
Così il boss catanese Turi Cappello ha preso carta e penna e, dal carcere dell’Aquila, ha scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Chiede la grazia. La grazia di poter morire. «Non voglio suicidarmi – scrive – siete voi che dovete eseguire la sentenza». Non vuole suicidarsi perché l’ha visto fare tante volte, i compagni appesi al bordo del letto a castello o soffocati nel sacchetto di plastica come Gabriele Cagliari o riempiti di tranquillanti raccolti giorno dopo giorno in infermeria. Sono ormai migliaia le persone che si sono tolte la vita in carcere. No, lui vuol essere fucilato nel cortile della prigione. Vuol morire una volta sola, non giorno dopo giorno e ogni giorno, in una vita che è a mala pena sopravvivenza, così come è ora.
La lettera – diffusa dall’associazione Yairaiha Onlus, che si batte contro l’ergastolo ostativo – è un grido di dolore, ma non di disperazione. Mostra una certa arroganza, ma anche molta dignità. Turi Cappello è un uomo che, prima di arrendersi, pone problemi seri. Prima di tutto la questione che riguarda i processi di criminalità organizzata. Che sono tenuti insieme da quel reato associativo, il 416 bis, introdotto dopo l’uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che pesa come un macigno nei calcoli delle pene nelle sentenze.
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