13/10/2020 06:00:00

Bando di assegnazione dei beni confiscati: l'altro lato della medaglia. Intervista a Pietro Cavallotti

C’è un bando, quello rivolto alle associazioni per l’assegnazione dei beni confiscati alla mafia. Si tratta di 1.400 particelle catastali di cui 657 solo in Sicilia e un contributo massimale del 20% per le spese di ristrutturazione e messa in sicurezza su un fondo di un milione di euro, vale a dire 1000 euro circa per ognuna. 

Abbiamo una lettera, quella del Presidente della Commissione Regionale Antimafia Claudio Fava indirizzata al direttore dell’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati e al Ministro dell’interno dell’Interno Luciana Lamorgese. Oggetto: la proroga del bando a causa del contributo esiguo e altre criticità come l’occupazione abusiva degli immobili o, nel caso delle aziende, le difficoltà dei curatori ad accedere ai finanziamenti presso gli istituti di credito. 

Prontamente è formulata una risposta: è concessa la proroga del bando al 15 dicembre.

Sembrano tutti gli ingredienti di una storia a lieto fine. Sembrano, appunto. Il retrogusto amaro è un’ombra ristagnata nella bocca di chi, accusato sulla base di ipotesi e sospetti privi di fondamento di essere in odor di mafia, ha visto ingiustamente sequestrati e confiscati in via definitiva i propri beni e si trova costretto a ricorrere alla Corte di Giustizia Europea per la rivalsa dei propri diritti. Il caso limite, noto alle cronache e alla Commissione nazionale e regionale Antimafia, è quello della Famiglia Cavallotti.

Cosa c’è che non va in questo bando?

«Nel bando nulla. Mi ha sorpreso il contenuto della lettera di Fava, nei cui confronti continuo a ribadire la mia stima. Mi ha colpito la tempestività con la quale si è precipitato in soccorso di enti e associazioni no profit in cerca di beni da amministrare. Mentre, ad oggi, non è stata adottata alcuna iniziativa per aiutare chi ha ottenuto il dissequestro dopo un lungo calvario giudiziario».

Nel 2019, insieme ad altre vittime del cosiddetto ‘Sistema Saguto’ siete stati uditi in commissione Regionale Antimafia. Quali risvolti ha ottenuto la vostra audizione?

«Insieme a  Franco Lena e a Massimo Niceta, abbiamo rappresentato alla Commissione gli abusi che le nostre famiglie hanno subito. Al contempo, abbiamo esposto alcune delle criticità della legge sulle misure di prevenzione, manifestando la nostra disponibilità a discutere delle possibili soluzioni, contenute nella proposta di legge del Partito Radicale. Oggi, ottenuto il dissequestro, ci troviamo in una situazione insostenibile: debiti per milioni e milioni di euro, società fallite o messe in liquidazione durante l’amministrazione giudiziaria. Fava si complimentò per la pacatezza con cui abbiamo raccontato le nostre dolorose vicende. Ci promise che sarebbe ritornando sulla questione. È passato quasi un anno e mezzo ma non è successo nulla».

Ci sono stati altri contatti con la Commissione Regionale Antimafia?

«Si, lo scorso luglio ho inviato un'altra lettera con la quale mettevo al corrente Fava dei risvolti della vicenda Italgas. Lo stesso Fava se ne era occupato tra il 2014 e il 2015 in qualità di componente della Commissione Nazionale Antimafia presieduta dalla Bindi».

La Commissione Nazionale Antimafia, trattando proprio la vicenda Italgas, convocò in audizione l’allora Procuratore aggiunto di Palermo Dino Petralia e il Sostituto Procuratore Dario Scaletta. Nella loro narrazione sulla vostra vicenda giudiziaria si riscontrano delle divergenze rispetto ai fatti oggi comprovati da diverse sentenze.

«È stato un plotone d'esecuzione. Alla Commissione non interessava affatto accertare i fatti. Interessava solo celebrare i fasti della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo presieduta dalla Saguto. Difendere la Saguto dalle critiche del Prefetto Caruso che all'epoca fu accusato di delegittimare la Magistratura. Hanno praticamente sentito solo l'accusa e mai i Cavallotti, più volte chiamati in causa. Inviai prontamente una lettera con la quale smentivo punto per punto la ricostruzione dei Pubblici Ministeri. Manifestai pure la mia disponibilità a collaborare per l’accertamento della verità. Non ricevetti alcuna risposta. Se mi avessero dato retta, si sarebbero resi conto che la misura Italgas era un clamoroso abuso giudiziario e non l'ennesimo colpo messo a segno nella lotta delle infiltrazioni mafiose nell’economia legale. La misura Italgas è stata revocata. Anche il sequestro della nostra società è stato revocato. Ed era dal nostro sequestro che si era partiti per arrivare all'Italgas. Rimane solo una parcella da 120 milioni di euro per un solo anno di amministrazione giudiziaria. Il tutto sulla base di un sequestro che non doveva essere mai fatto».

E questi 120 milioni di euro chi li dovrebbe pagare?

«Lo Stato, quindi tutti noi: la collettività».

Nel corso di quella audizione intervenne anche il senatore Beppe Lumia. Vi accusava di avere un ‘pedigree mafioso’ degno di rispetto. Inquadriamo il contesto.

«L'onorevole Lumia ha accostato i miei parenti alla mafia, nonostante una sentenza definitiva abbia riconosciuto la loro piena innocenza. Precisai alla Commissione che la fuoriuscita dei Cavallotti dal mercato della metanizzazione per via giudiziaria favorì la mafia. Alcuni lavori furono tolti a noi e affidati, con un patto di legalità prefettizio, cioè senza alcuna gara, alla Gas s.p.a. che li realizzò aggiudicandosi circa 200 miliardi di lire stanziati dalla Comunità Europea. Si scoprì che della Gas s.p.a. erano soci occulti Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. Proprio Lumia partecipò all'inaugurazione dei lavori di metanizzazione eseguiti a Mezzojuso dalla Gas s.p.a., spiegando al suo uditorio la necessità di coniugare lo sviluppo con la legalità. Beh, se lo Stato ha tolto i lavori a degli innocenti e li ha dati alla mafia, c’è da chiedersi cosa intenda esattamente Lumia quando parla di “mafia" e di “legalità”».

Oggi, con questo bando fa eco quella proposta di legge di iniziativa popolare “Io riattivo il lavoro” promossa dalla CGIL insieme ad associazioni come Libera ed SOS Impresa che in parte è stata assorbita dall’articolo 46 del Codice Antimafia. Quali sono per voi le criticità che si inseriscono in questo contesto?

«Le criticità principali non riguardano tanto come vengono gestiti o assegnati i beni. Il problema è come si arriva alle confische. Siamo in presenza di un sistema inquisitorio che non prevede alcuna forma di garanzia per chi viene colpito da una misura di prevenzione. Non si distingue fra innocenti e colpevoli. Non c’è alcuna forma di indennizzo per chi si vede restituire le macerie delle proprie aziende».

Il riferimento è alla confisca senza condanna?

«Sì. Il 30 novembre ricorre l’anniversario del codice leopoldino che nel 1786 abolì, oltre alla tortura e alla pena di morte, la confisca dei beni del condannato. Per gli illuministi la confisca era una sanzione ingiusta perché puniva inevitabilmente anche i familiari del reo che sono comunque innocenti. Oggi, invece, siamo arrivati al paradosso che la politica glorifica la confisca dei beni delle persone assolte. È segno dell'imbarbarimento dei tempi. L'Italia ha perso le tracce della sua millenaria civiltà giuridica. La preoccupazione non è aiutare le persone colpite ingiustamente dallo Stato ma confiscare di più, favorire le associazioni e buttare fuori di casa i “mafiosi”, con bambini a carico, donne incinte e anziani con patologie. Di fronte alla sordità della politica, seguiremo la via che abbiamo tracciato con Nessuno tocchi Caino: quella dei ricorsi alle alte giurisdizioni».



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