Massoneria segreta a Castelvetrano. Lo Sciuto torna libero, ma con divieto di dimora
Torna libero Giovanni Lo Sciuto.
Il principale indagato dell’inchiesta “Artemisia”, da qualche giorno non è più agli arresti domiciliari.
Per lui c’è infatti una nuova misura cautelare: il divieto di dimora a Castelvetrano.
Arrestato il 21 marzo del 2019, era inizialmente finito in carcere. Poi era tornato in libertà, insieme agli altri indagati della stessa operazione, su decisione del Tribunale del Riesame di Palermo che si era espresso sull’incompetenza territoriale di Trapani, ritenendo che il reato più grave tra quelli contestati fosse stato consumato a Palermo. Non essendo stato ritenuto sussistente il requisito dell’urgenza, la custodia cautelare in carcere era stata quindi annullata.
La Procura di Trapani aveva però fatto ricorso e la Cassazione aveva riportato a Trapani l’inchiesta Artemisia, riconoscendone la competenza territoriale. Così, a luglio scorso, l’originaria misura della custodia cautelare in carcere era stata trasformata in arresti domiciliari.
Che oggi sono diventati, come si diceva, divieto di dimora.
Il succedersi delle diverse misure cautelari non riguarda però l’impianto accusatorio dell’inchiesta che smantellò a Castelvetrano una superloggia segreta dove c’erano politici, massoni, funzionari dell’Inps, professionisti e soggetti legati a Cosa nostra.
Una vicenda sullo sfondo del clientelismo nella sanità, fatto di finte pensioni di invalidità e di consenso elettorale per influire sulle scelte politiche della città.
Secondo gli inquirenti, infatti, Lo Sciuto sarebbe stato “l’ispiratore di ogni cosa”.
Godendo del rapporto privilegiato con Paolo Genco, presidente dell’Anfe, avrebbe creato “uno stabile accordo corruttivo” ottenendo assunzioni per persone da lui segnalate, appoggio elettorale e finanziario. E dal canto suo, avrebbe ricambiato con la buona parola per la concessione dei finanziamenti per l’Anfe.
Da Rosario Orlando, già responsabile del centro medico legale dell’Inps e poi collaboratore esterno dello stesso ente come “medico rappresentante di categoria in seno alle commissioni di invalidità civili”, Lo Sciuto, attraverso regalie ed altre utilità, otteneva invece le concessioni di tante pensioni di invalidità, anche in assenza dei presupposti previsti dalla legge, sempre a favore di persone da lui segnalate.
Insieme all’ex deputato regionale (ed ex componente della commissione antimafia), ci sono altre 26 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di corruzione, concussione, traffico di influenze illecite, peculato, truffa aggravata, falsità materiale, falsità ideologica, rivelazione ed utilizzazione del segreto d’ufficio, favoreggiamento personale, abuso d’ufficio ed associazione a delinquere secreta finalizzata ad interferire con la pubblica amministrazione (violazione della cosiddetta Legge Anselmi).
Tutti gli indagati attendono di sapere se il Gup accoglierà o meno il rinvio a giudizio nelle prossime udienze, che dovrebbero riprendere a metà gennaio.
Oltre a Lo Sciuto, ci sono anche l’ex vicesindaco Vincenzo Chiofalo, l’ex deputato di Forza Italia Francesco Cascio, Paolo Genco (presidente Anfe, Associazione Nazionale Famiglie Emigrati), Isidoro Calcara (collaboratore di Lo Sciuto), Giuseppe Berlino (suo braccio destro), il gioielliere Tommaso Geraci, il commercialista Gaspare Magro, il medico Rosario Orlando, Vincenzo Barone, Giuseppe Angileri, Maria Luisa Mortillaro, Vincenzo Giammarinaro, Francesco Messina Denaro, Gaetano Bacchi.
Mentre, tra le forze dell’ordine, troviamo Salvatore Passanante, Salvatore Virgilio e Salvatore Giacobbe.
Egidio Morici
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